La sismicità storica del Salento: l’analisi INGV del forte terremoto del 20 febbraio del 1743

Le cronache storiche riportano alcuni terremoti importanti che hanno colpito il Salento, primo tra tutti quello del 20 febbraio 1743

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Il Salento (Puglia meridionale) fa parte dell’avampaese stabile ossia l’area più esterna della catena, piuttosto lontana dalla fascia dove si concentra la deformazione che è alla base dei grandi terremoti appenninici. Per questo motivo, è considerato erroneamente quasi asismico. A causa della scarsa sismicità e di bassa e media energia, nella mappa di pericolosità italiana MPS04 (http://zonesismiche.mi.ingv.it/) la penisola salentina si caratterizza come un’area a bassa pericolosità“: lo si legge in un approfondimento pubblicato sul blog INGVterremoti, a cura di Rosa Nappi e Germana Gaudiosi (INGV Sezione di Napoli, Osservatorio Vesuviano), che ricostruiscono l’evento del 20 febbraio 1743.

Le cronache storiche riportano alcuni terremoti importanti che hanno colpito il sud della Puglia, primo tra tutti quello del 20 febbraio 1743 che provocò gravissimi danni e morti a Nardò, la città maggiormente colpita. Il terremoto avvenne alle 23.30 “orario all’italiana” (quando le ore si contavano a partire dal tramonto) e cioè alle 16.30 GMT (Greenwich Mean Time, ossia il tempo riferito al meridiano di Greenwich).”

Il terremoto del 20 febbraio 1743 è stato l’evento più forte che ha colpito la Puglia meridionale con un’intensità epicentrale I0=IX grado MCS e magnitudo stimata M 7.1 (Rovida et al., 2011) nell’ambito di un periodo sismico iniziato già nel 1741.

Il terremoto – spiegano le esperte INGV – fu avvertito in tutta la Puglia, provocando crolli di case, palazzi e molte chiese nelle province di Brindisi e Lecce. I maggiori danni si verificarono a Nardò, Francavilla Fontana e Brindisi. Guidoboni et al., (2007) riportano circa 180 vittime di cui 150 nella sola città di Nardò. L’evento sismico fu risentito anche a Napoli, Matera, Reggio Calabria, Messina in Italia meridionale e in alcune località dell’Italia centrale e settentrionale, fino a Trento e a Udine. Gravi danni sono stati riportati anche lungo le coste occidentali della Grecia dove, ad Amaxichi (Lefkada) e Kérkira (Corfù) crollarono molte case e ci furono diversi morti. Danni significativi sono riportati anche a Preveza (Lefkada) ed in altri villaggi dell’entroterra della Grecia, in Albania e nelle isole di Malta (Malta e Gozo) (Margottini 1981, 1985; Galea 2007; Galli e Naso 2008).

Si è trattato di un evento sismico complesso, percepito come una sequenza di tre violente scosse, prodotte probabilmente dall’attivazione di diversi segmenti di faglia. Sono state formulate due ipotesi di localizzazione: a) a terra, nel Salento meridionale tra Nardò e Galatina, avvalorata dalla distribuzione dei danni maggiori a Nardò, Francavilla Fontana e le altre città del Salento (Guidoboni et al., 2007); b) a mare nel canale d’Otranto (Rovida et al.,2011; Nappi et al., 2017). La recente identificazione di un sistema di faglie attive nell’offshore salentino (Maesano et al., 2020) sembrerebbe avvalorare questa seconda ipotesi.

Questo terremoto non ha prodotto solo danni al patrimonio architettonico e urbano con numerose vittime, ma anche molti effetti sull’ambiente naturale (Nappi et al., 2017). Dall’analisi dei documenti storici coevi all’evento trovati negli Archivi di Stato, Archivi ecclesiastici, nonché dall’analisi critica di fonti librarie di autori contemporanei e dagli studi sia a carattere storiografico sia a carattere sismologico e geologico del territorio (Margottini 1981, 1985; Galli e Naso 2008; Mastronuzzi et al., 2007) è stato possibile ridisegnare il campo macrosismico del terremoto del 1743 ossia la distribuzione delle intensità in tutto il mediterraneo orientale (Nappi et al., 2017). La rivalutazione macrosismica è stata fatta utilizzando sia la tradizionale scala MCS che attribuisce i gradi di intensità essenzialmente sulla base degli effetti sulle persone e sul grado di danneggiamento al costruito sia utilizzando la recente scala ESI-07 (Environmental Seismic Intensity scale 2007, Michetti et al. 2007; Audemard et al. 2015) che valuta l’intensità sulla base degli effetti primari (faglie, sollevamenti, subsidenza) e secondari (tsunami, frane, variazioni idrologiche in falda, fenomeni di liquefazione) innescati dai terremoti sull’ambiente naturale. Gli effetti sull’ambiente naturale provocati da questo terremoto sono perlopiù di tipo secondario e il più rilevante è lo tsunami i cui effetti devastanti sono stati ritrovati lungo la costa salentina come riportato dai cataloghi nazionali e internazionali (Maramai et al. 2014; NOAA (NGDC/WDS 2015) e dai testi storici consultati.

Dal riesame di tutte le informazioni raccolte sono state rivalutate 25 località ed è stata prodotta una nuova mappa macrosismica secondo i valori attribuiti dalla scala MCS e da quella ESI (Nappi et al., 2017). In particolare sono stati assegnati i valori di intensità I=X MCS a Nardò, I=IX MCS a Brindisi tenendo anche conto degli effetti del maremoto. È importante sottolineare che è stato possibile attribuire una intensità ESI anche alle località costiere di Torre S. Emiliano (Otranto) I=X ESI-07, Torre S. Sabina (Carovigno) I=IX ESI-07 e Torre Sasso (Tricase) I=IX ESI-07 che precedentemente non erano state valutate. Nell’articolo di Nappi et al. (2017) è stata inoltre fornita una ipotesi di localizzazione epicentrale del 1743 nel canale di Otranto (Lat. N 39.44°, Long. 19.21°) con un’intensità epicentrale I0=XI dedotta anche sulla base degli effetti ambientali. Per quanto riguarda la possibile profondità ipocentrale, è stata stimata a circa 30 km considerando il danneggiamento esteso che ha coinvolto il Salento (Imax=X, Nardò), la Grecia (Imax=IX, Amaxichi), l’Albania (Imax=VIII, Butrinto), l’isola di Malta (Imax=VIII) e le città italiane (Udine e Trento) distanti anche 1000 km.”

Un’attenta analisi della sismicità storica e strumentale mostra che la parte interna del Salento è stata colpita da 13 terremoti con magnitudo tra 3.0 e 5.0 nel XX secolo e che nel 1826 a Manduria si è verificato un terremoto con Mw 5.4 e Io=VI-VII (CPTI11, 2011).

Inoltre la sismicità strumentale registrata dagli anni Settanta ad oggi mostra un’attività abbastanza intensa sia a ovest della penisola salentina, nel golfo di Taranto, sia nel canale d’Otranto. Gli eventi più forti nel golfo di Taranto sono quelli del 7 maggio 1983 di Mw 5.0 (CSI 1.1, Castello et al., 2006), e del 23 settembre 2001 di magnitudo Mw 5.0 (CPTI11, 2011), mentre nel canale d’Otranto nel 1974 e 1976 si sono verificate delle sequenze sismiche proprio nell’area del terremoto del 1743, con eventi di magnitudo fino a Mw 5 come quello del 20 ottobre del 1974 Mw 5.0 (CPTI11, 2011).

Non bisogna inoltre trascurare che il Salento risente della sismicità delle aree sismogenetiche circostanti caratterizzate da forti terremoti come il promontorio del Gargano e l’Appennino meridionale, l’Arco calabro e la penisola balcanica (Grecia e Albania), e che potrebbe essere anche colpita da maremoti. In particolare il Salento dista meno di 100 km da Grecia e Albania che sono tra le aree più sismiche del Mediterraneo e i cui terremoti sono fortemente avvertiti in Salento come, per esempio, il terremoto del 10 ottobre del 1858, avvenuto in Albania, che provocò gravi danni alla cattedrale di Brindisi.

Più recentemente, il terremoto di Cefalonia (Grecia) del 17 Novembre 2015 (M 6.5) ha causato rilevanti effetti in Italia con la registrazione di un’onda anomala sulle coste della Calabria ionica e della Puglia meridionale. Analoghe piccole onde di tsunami sono state rilevate sulle coste ioniche in occasioni del terremoto di Zacinto dell’ottobre 2018.”

“Come suggerito dallo studio di Nappi et al. (2017), nonostante la pericolosità della penisola salentina sia considerata medio-bassa, non è da escludere che possano verificarsi maremoti, lungo questa costa, generati da terremoti con epicentri lontani. Il fatto poi che il Salento rappresenti una delle destinazioni turistiche più affollate del sud Italia determina nella stagione estiva un notevole incremento del rischio sismico, sia per l’aumento dell’esposizione (numero di turisti) sia per l’aumento della vulnerabilità (turisti non informati sui rischi reali e sulle norme di comportamento in casi di evento),” concludono le esperte INGV.