Cento anni fa il disastroso terremoto in Garfagnana e Lunigiana: l’area colpita è tra quelle a maggiore pericolosità sismica in Toscana

Il terremoto colpì due aree adiacenti situate nell’estremo nord-ovest della Toscana e ben definite da un punto di vista storico-geografico

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Del terremoto del 7 settembre 1920 in Garfagnana e Lunigiana ho sempre sentito parlare in famiglia fin da quando ero bambino: mia nonna paterna, Delia Bernardini, fiorentina, classe 1904, era stata testimone diretta di quella scossa in Versilia. Lei e la sua famiglia erano solite trascorrere le estati in una grande colonica nella zona di Marina di Pietrasanta. Anche in quei giorni di tarda estate del 1920 mia nonna, che aveva 16 anni, si trovava in Versilia. La scossa sulla costa fece solo danni minori, non gravi come in Garfagnana, ma fu sufficientemente forte da essere perfettamente ricordata da mia nonna fino alla fine dei suoi giorni, all’età di 84 anni. Quella mattina del 7 settembre Delia e la sorella maggiore, Clara, furono sorprese dal terremoto mentre si trovavano ancora a letto al piano superiore: “Fuggimmo scalze e terrorizzate, era quasi impossibile scendere le scale, i gradini scappavano da sotto i piedi e il corrimano della scala si scuoteva e scivolava via dalle mani” raccontavano sempre. “Nei giorni successivi, capitava spesso di sentire le vibrazioni del terreno quando ci trovavamo sdraiate o sedute sulla sabbia della spiaggia: erano le cosiddette scosse di assestamento” (testimonianza diretta in famiglia, Filippo Bernardini).

Il blog INGVterremoti ha dedicato un approfondimento all’evento che ha colpito Garfagnana e Lunigiana il 7 settembre 1920, in occasione del centenario: di seguito l’analisi a firma di Filippo Bernardini e Romano Camassi (INGV Bologna), Carlo Meletti (INGV Pisa).

Se si guarda alla seconda metà degli anni ’10 del secolo scorso possiamo decisamente affermare che si trattò di un periodo molto complicato e difficile per l’ancora giovane stato italiano: in primo luogo a causa del primo conflitto mondiale (la Grande Guerra) a cui anche l’Italia prese parte a partire dal 1915, ma anche per la terribile pandemia di influenza spagnola (a proposito di pandemie e emergenze sanitarie) che fra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone in tutto il mondo e che si stima abbia causato circa 600.000 morti solo nel nostro paese. Oltre a ciò, in quegli anni ci si misero anche i terremoti a tormentare le stremate popolazioni dello stivale, con diversi scosse distruttive, a partire da quella catastrofica che nel gennaio 1915 devastò la Marsica e buona parte dell’Abruzzo, provocando oltre 32.000 vittime (di cui circa 10.000 nella sola Avezzano, completamente rasa al suolo). Quello del 1915 in Italia centrale fu solo l’inizio e negli anni successivi, dal 1916 al 1920, una serie impressionante di forti terremoti interessò in particolar modo l’Appennino settentrionale, colpendo a più riprese un’area estesa tra Toscana, Emilia-Romagna, Marche e Umbria. Per alcuni di questi eventi, le aree di danneggiamento si sovrapposero parzialmente, causando un grave cumulo di effetti che per alcune località comportarono estesi e ripetuti danneggiamenti.

La Toscana e l’Emilia Romagna furono tra le regioni maggiormente colpite: dopo i terremoti del 17 maggio (Mw 5.8) e 16 agosto 1916 (Mw (5.8) nel Riminese, del 26 aprile 1917 (Mw 6.0) nell’Alta Valtiberina, del 10 novembre 1918 (Mw 6.0) nell’Appennino forlivese, il 29 giugno 1919 il terremoto colpì con gravissimi effetti il Mugello (Mw 6.3). Ma non era finita. Meno di 15 mesi più tardi, nel settembre del 1920 si verificò quello che è considerato l’evento più forte non solo di quella serie di scosse ma anche dell’intero Appennino settentrionale.

Il terremoto colpì due aree adiacenti situate nell’estremo nord-ovest della Toscana e ben definite da un punto di vista storico-geografico: la Garfagnana, area della provincia di Lucca corrispondente all’alta valle del fiume Serchio compresa tra le Alpi Apuane, a ovest, e l’Appennino settentrionale, a est; la Lunigiana, corrispondente all’area del bacino idrografico del fiume Magra, per lo più in Toscana (provincia di Massa-Carrara) e in misura minore in Liguria (provincia di La Spezia).”

La sequenza iniziò il giorno 6 settembre con alcune scosse minori. Particolarmente forte fu quella avvertita alle ore 16.05 locali (anche allora era in vigore l’ora legale, perciò queste corrispondevano alle 15:05 solari italiane e alle 14:05 GMT). Questo evento fu avvertito non solo in Garfagnana e in tutta l’area apuana, ma anche lungo la costa della Versilia e in un’ampia area fino a Pisa, Firenze, Genova e addirittura Milano.”

Quanto agli effetti in area epicentrale, il geologo Carlo De Stefani, che in Garfagnana possedeva una casa a Pieve Fosciana (LU) dove si trovava in quel periodo, così descrisse la scossa del pomeriggio del 6 settembre:

“A Pievefosciana, dove ero, precedette un breve rombo uniforme […] che terminò con vibrazioni ondulatorie le quali a me parvero, forse per la situazione del luogo, dirette tra E e O […] di 6 secondi. Le vibrazioni furono lievi […] Si produsse qualche cretto nelle case già danneggiate nel 1916 e qualche caduta di cornicione anche a Massa, ma la popolazione, forse abituata, non si spaventò gran fatto […] A Villa [Collemandina], a differenza di altri luoghi, la gente spaurita vegliò a lungo nella notte, la quale circostanza accenna ad un locale risentimento maggiore; purtroppo si ritirò a dormire nelle case verso mattina. A Fivizzano invece molti per paura uscirono presto la mattina dopo, e questo li salvò.” [De Stefani, 1920].

“L’evento principale avvenne infatti nella prima mattina di martedì 7 settembre, alle ore 7:55 locali (le 5:55 GMT), e fu così potente da essere registrato da tutti gli osservatori italiani ed europei dell’epoca. Causò effetti distruttivi in tutta l’Alta Garfagnana e in parte della Lunigiana, su un’area di circa 160 km a cavallo delle province di Lucca e di Massa-Carrara, ma i danni, inclusi quelli più moderati e leggeri, si estesero a un’area molto più vasta, comprendente gran parte della Toscana nord-occidentale, l’Appennino emiliano e la Liguria orientale. La scossa fu avvertita in quasi tutta l’Italia centro-settentrionale, dall’Umbria fino alle Alpi lombarde e a Trento, dalle Marche al Piemonte e fino alla Costa Azzurra.

Sulla base delle registrazioni strumentali dell’epoca e della distribuzione degli effetti macrosismici (ampiamente documentati), si stima che l’evento principale abbia raggiunto una magnitudo Mw pari a 6.5, analoga a quella del terremoto del Friuli del 6 maggio 1976 o del recente terremoto del 30 ottobre 2016 in Italia centrale (Norcia).
Gli effetti della scossa principale ci vengono descritti ancora una volta da De Stefani, sempre a Pieve Fosciana:

“Una prima fase per intensità del precedente rombo e per lunghezza ed energia delle seguenti vibrazioni ondulatorie fu del tutto identica a quella del pomeriggio precedente. Dopo breve rombo parvemi che le ondulazioni procedessero fra E e O o viceversa, ma ad un tratto seguì come per esplosione un istantaneo impulso sussultorio […] ne seguì a meno di un secondo, lo sfacelo dei camini, delle altane, dei casamenti col rumore relativo. All’impulso tenne dietro un movimento ondulatorio di 10 a 16” più lungo e più intenso del primo periodo, che ritoccò, per così dire, le rovine già avvenute…”. [De Stefani, 1920].

La zona dei massimi effetti distruttivi si estese dalla zona di Fivizzano (MS), in Lunigiana, alla zona di Villa Collemandina (LU), in Alta Garfagnana, dove gli effetti raggiunsero o superarono il grado IX della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS). I massimi effetti toccarono il grado X MCS in alcuni piccoli villaggi montani, come Capraia (LU), Montecurto (MS), Vigneta (MS) e Villa Collemandina (LU), i cui abitati furono quasi del tutto rasi al suolo.”

Le località che subirono gravi danni e distruzioni furono centinaia. Fra queste, una delle più importanti e più colpite fu Fivizzano, dove la scossa danneggiò gravemente e rese inagibili quasi tutti gli edifici esistenti; moltissimi furono i crolli parziali e numerosi anche i crolli totali.
Fra i paesi più gravemente danneggiati e semidistrutti anche Piazza al Serchio (LU), Giuncugnano (LU), Casola in Lunigiana (MS), Castiglione di Garfagnana (LU), Gramolazzo (LU), Vagli Sopra (LU) e Vagli Sotto (LU), Sillano (LU), San Romano in Garfagnana (LU), solo per citarne alcuni.

Danni molto gravi interessarono invece il versante emiliano dell’Appennino. Il comune maggiormente danneggiato fu Villa Minozzo, in provincia di Reggio Emilia. Il capoluogo riportò solo danni di media entità, ma alcune frazioni furono semidistrutte dalle scosse.”

L’area dei danni di media e lieve entità fu molto vasta e comprese la Riviera ligure di levante fino a Genova, la Versilia, le zone montane del Parmense, del Modenese, del Pistoiese e la provincia di Pisa. Numerose furono le città dove furono segnalati danni come lesioni in diversi edifici, cadute di comignoli e di cornicioni: Pisa, Lucca, Livorno, Viareggio, Massa, Carrara, Pistoia, Genova, La Spezia, Parma, Modena.
In città come Firenze, Siena, Bologna, Ferrara, Reggio nell’Emilia, Piacenza, Pavia, Cremona, la scossa fu avvertita fortemente causando panico tra le popolazioni, ma senza danni apprezzabili.

La violenza del terremoto insieme alla natura montuosa del territorio colpito produssero anche numerose frane e cadute di massi: nelle famose cave di marmo di Carrara, sulle Alpi Apuane, una frana uccise alcuni operai cavatori; un altro imponente movimento franoso si verificò sul versante nord orientale del monte Cusna, in provincia di Reggio Emilia, e travolse diversi paesi andando ad aggravare i danni già causati dalla scossa. Altri effetti sull’ambiente naturale interessarono gli acquiferi della zona epicentrale, dove si registrarono intorbidamenti e variazioni di portata delle acque di sorgente in numerose località.

Alla scossa principale seguirono moltissime repliche, che si protrassero con frequenza decrescente per molti mesi, fino all’agosto del 1921.

Il terremoto causò complessivamente la morte di 171 persone e il ferimento di altre 650, oltre ad alcune migliaia di sfollati. Il numero di vittime fu relativamente basso se rapportato alla violenza della scossa e all’ampiezza dell’area in cui ci furono effetti distruttivi e gravi danni. Ciò dipese innanzitutto dal fatto, accennato anche dal De Stefani e dal corrispondente del Corriere della Sera, che la scossa principale era stata preceduta il giorno prima dalla forte scossa delle 16:05; questa era stata avvertita da tutti con spavento e aveva spinto moltissime persone a pernottare all’aperto. Inoltre, l’economia della zona era basata prevalentemente sull’agricoltura e sull’allevamento, e quando avvenne la scossa principale molti si trovavano già al lavoro nei campi, mentre nelle case c’erano prevalentemente anziani e bambini.

I soccorsi dopo il terremoto furono resi difficili sia dall’interruzione delle linee telegrafiche sia dalle interruzioni della viabilità a causa delle frane e delle cadute di massi. L’area dell’alta Garfagnana e dell’alta Lunigiana è infatti una zona montuosa caratterizzata da ripidi rilievi e versanti spesso scoscesi.
Le difficoltà di insediamento e la morfologia dell’area rendevano l’economia della zona povera e particolarmente vulnerabile alla crisi economica di quegli anni post-bellici. Inoltre, come capita abbastanza diffusamente in area rurale appenninica, l’edilizia della zona era povera e semplice, caratterizzata da edifici costruiti per lo più con i materiali più facilmente e immediatamente reperibili in loco (pietre e ciottoli di fiume), spesso poveri e di scarsa qualità, a cui si aggiungeva una manutenzione altrettanto scarsa, se non del tutto inesistente. Questi elementi non solo favorirono la gravità dei danni e la diffusione delle distruzioni, ma resero anche molto lenta e difficoltosa l’opera di ricostruzione, che risultò in molti casi inefficiente. Come sottolineato da Guidoboni et al. (2007) “il cambio della classe dirigente non migliorò la qualità delle ricostruzioni: le grandiose politiche pubbliche del governo fascista potevano difficilmente adattarsi alla paziente e capillare opera di ricostruzione e valorizzazione di cui necessitavano le zone colpite”.

L’area interessata dal terremoto del 1920 è tra quelle a maggiore pericolosità sismica in Toscana. Tutta la catena appenninica e i bacini quaternari di Lunigiana, Garfagnana, Mugello, Casentino fino alla Val Tiberina (formatisi anche per l’azione delle faglie che generano i forti terremoti) sono rappresentati con i colori più accesi corrispondenti a valori di scuotimento del suolo più forti. La mappa riporta la stima delle accelerazioni che ci si aspetta che possano verificarsi o essere anche maggiori 1 volta ogni 10 terremoti che si avvertono in un certo punto, mediamente ogni 50 anni (tecnicamente è quella che chiamiamo la probabilità di eccedenza del 10% in 50 anni). Vuole anche a dire che in questa aree con i colori più accesi i forti terremoti sono più frequenti rispetto alle altre aree, dove sono comunque possibili, sebbene più rari, forti terremoti.

La pericolosità sismica è quindi una stima probabilistica, definita utilizzando al meglio le informazioni disponibili su sorgenti sismogenetiche, sismicità, caratteristiche della propagazione dei terremoti

La pericolosità sismica da poco più di 10 anni determina in Italia le sollecitazioni che un progettista deve considerare per progettare correttamente un edificio o una struttura che deve poter resistere ad un terremoto senza crollare. I crolli a cui assistiamo dopo forti terremoti sono quasi sempre dovuti a edifici vecchi, non progettati sismicamente sicuri o mal costruiti. La prevenzione inizia verificando lo stato dei molti edifici in queste condizioni esistenti in Italia.

Le ricorrenze centenarie dei terremoti che fra 1916 e 1920 hanno interessato l’Appennino Settentrionale sono un’importante occasione per iniziative di sensibilizzazione dei cittadini al tema del rischio, per promuovere conoscenza, diffondere informazione e riflettere sull’importanza della comunicazione.

Anche in occasione di questo centenario sono previste diverse iniziative, pur condizionate dalla particolare situazione che stiamo vivendo.

Insieme alla decima edizione della campagna nazionale “Io Non Rischio”, convertita quest’anno in modalità digitale per rispettare rigorosamente le regole di distanziamento fisico che ci siamo dati in questi mesi, il centenario del terremoto del 1920 è al centro e punto di arrivo di un progetto quinquennale di educazione al rischio (“Cento anni dopo: Appennino Settentrionale. L’Italia [sismica] dei 100 anni”), promosso da INGV e DPC, che ha coinvolto e coinvolge numerose scuole del Pesarese e del Riminese, dell’Alto Forlivese, del Mugello e di Garfagnana e Lunigiana, in una serie di percorsi di ricostruzione della memoria, di conoscenza del territorio e di attivazione delle comunità locali per promuovere sensibilizzazione e scelte di riduzione del rischio. Progetto che si completa proprio in questo travagliatissimo anno scolastico.