Coronavirus, Rossi (Bambino Gesù): “I bambini non sono soggetti fragili, ecco perché”
Il direttore del dipartimento di Pediatrico universitario-ospedaliero dell'ospedale Bambino Gesù spiega perché i bambini non sono soggetti fragili rispetto al Covid-19
Il magazine on-line Bo Live della Università di Padova pubblica una intervista con Paolo Rossi, direttore del dipartimento di Pediatrico universitario-ospedaliero dell’ospedale Bambino Gesù di Roma e docente di Pediatria all’università Roma Tor Vergata, sul tema “Bambini e Covid19“, quarto appuntamento del ciclo “Aspettando Genova – L’Onda Covid: capire per reagire”, in avvicinamento alla 18ma edizione del Festival della Scienza di Genova.
“I bambini davanti a questa malattia non sono soggetti fragilie per me che faccio l’infettivologo da quando sono laureato è una novità assoluta”. Però le spiegazioni ci sono, spiega l’esperto, per il quale “L’aspetto della suscettibilità o per meglio dire della morbidità del SARS-CoV-2 in ambito pediatrico è stato uno dei più eclatanti di questa pandemia. Sin dai primi report che sono arrivati dalla Cina risultava molto evidente che la popolazione pediatrica, in particolare quella sotto i 14 anni, era sottorappresentata rispetto al totale dei pazienti infetti. Successivamente molti studi, tra i quali anche alcuni compiuti dal nostro gruppo, hanno dimostrato che la frequenza dell’infenzione nell’infanzia è minore rispetto a quella che si riscontra tra gli adulti. Il dato forse più interessante proviene da un gruppo di ricerca inglese che sulla rivista Nature ha dimostrato con un modello matematico che tra i bambini – loro in realtà fanno un cut off di età intorno 18 anni, quella che in Italia viene definita età pediatrica – il contagio è significativamente inferiore e soprattutto lo sono i sintomi di questa infezione. Le cause per le quali questo avviene sono complesse e ancora non completamente delucidate. Senza dubbio però è una notizia vera ed è conformata sia dai dati sperimentali, sia da quelli provenienti da modello matematico“.
Parlando della sintomatologia del Covid-19 nei bambini, Rossi spiega che “quando si manifesta, è molto simile a quella degli adulti. Il sintomo più importante è sicuramente la febbre, che però è presente nella forma di malattia dell’adulto. Un elemento distintivo tra i bambini è il manifestarsi di sintomigastrointestinali che sono più frequenti rispetto a quanto non accada tra gli adulti. Chiaramente questo può essere molto confondente perché sappiamo tutti che tra i bambini piccoli, soprattutto sotto i 12 anni, febbre, tosse e sintomi gastrointestinali, sono molto frequenti, specialmente nel periodo autunnale e invernale“. Venendo alla “sindrome simil-Kawasaki”, il medico afferma che “Tra i più giovani esiste poi un numero molto ristretto di pazienti che invece presenta una sindrome iperinfiammatoria con una caratteristica molto particolare e singolare. Il nostro gruppo di lavoro, guidato dal professor Paolo Palma in collaborazione con il Karolinska Institutet di Stoccolma, ha identificato molto bene la differenza che esiste tra questa sindrome iperinfiammatoria e la malattia di Kawasaki. In particolare, una piccola percentuale dei soggetti in età pediatrica, mi riferisco al range tra 0 e 18 anni, presenta questa sindrome che oggi è stata codificata come “sindrome iperinfiammatoria Covid related”. E’ molto simile dal punto di vista dei sintomi alla Kawasaki ed è per questo che abbiamo fatto uno studio complesso, pubblicato sulla rivista Cell, che ha confrontato le due sindromi con un approccio di biologia dei sistemi, andando quindi a vedere la parte trascrittomica e proteomica. Ed è emersa una differenza anche rispetto alle sindromi più gravi di Covid-19 nell’adulto. L’aspetto più importante è che nella sindrome di Kawasaki classica, su cui grazie al lavoro di ricerca condotto in università avevamo messo insieme una casistica molto rilevante di pazienti e avevamo i relativi campioni, abbiamo rilevato un particolare ormone immunologico che si chiama interleuchina 17 che non è invece presente né nella forma iperinfiammatoria di Covid-19 tra i bambini, né in quella degli adulti. Al contrario c’è un pattern ben preciso di citochine nella sindrome iperinfiammatoria. Questo ci permette di distinguere le due situazioni nel momento in cui ci sarà una sovrapposizione, perché tutti sappiamo che la sindromi di Kasawaki è abbastanza frequente nella nostra popolazione, e poi forse ci permetterà anche di identificare nuove terapie per la Kawasaki grave. Un ruolo molto importante nella sindrome iperinfiammatoria è svolto da autoanticorpi diretti verso degli antigeni, soprattutto espressi dal sistema vascolare e che potrebbero essere alla base di tutte quelle manifestazioni rappresentate da questa nuova entità legata a Covid-19. Tutto questo ci permette di curare meglio questi pazienti pediatrici, che sono però tutti un po’ più grandi. Non ci sono forme iper infiammatorie nei bambini sotto i 12 anni”
“Sia la letteratura che alcuni dati in nostro possesso – spiega ancora Rossi – ci rimandano al ruolo dell’infiammazione. I bambini sono molto meni proni a fare infiammazione in risposta ad un evento esterno, come può essere un’infezione virale, rispetto all’adulto. Il gradiente di questa differenza varia: può andiamo avanti con l’età e più siamo “infiammati”. Questo è probabilmente legato all’esposizione continua che il corpo ha con gli antigeni, ad esempio di tipo ambientale e alimentare. Inoltre se siamo in presenza di condizioni che favoriscono l’infiammazione, come l’obesità, il sistema immunitario tende maggiormente ad infiammarsi. Se invece abbiamo un sistema immunitario che è meno prono a sviluppare infiammazione, perché ha meccanismi di regolazione, è più probabile che la sintomatologia sia leggera o assente. L’infiammazione è una parola chiave in questa patologia ma anche in altre”. In particolare, “Sono stati realizzati molti lavori che dimostrano l’esistenza di una cross-reattività, cioè vuol dire una funzione degli anticorpi verso gli altri coronavirus che sono molto frequenti specialmente in età pedriatrica. La memoria immunologica dei bambini nei confronti dei coronavirus forse è più lunga di quanto non accada negli adulti e questa cross-reattività è stata dimostrata in laboratorio mettendo a contatto gli anticorpi degli altri coronavirus con le proteine di SARS-CoV-2. Questo potrebbe spiegare o una minore suscettibilità al virus o una minore morbidità. Penso che sia un elemento molto importante, insieme alla valutazione della durata della memoria immunologica perché purtroppo gli anticorpi al SARS-CoV-2 sembrano poco durevoli e questo può avere una conseguenza anche sull’efficacia di un vaccino”.
Il direttore del dipartimento di Pediatrico universitario-ospedaliero dell’ospedale Bambino Gesù, spiega inoltre l’importanza della minore presenza di recettori ACE2 nei bambini. “Ricordiamoci che il virus che entra in una cellula è come una specie di piccola pallina che all’esterno ha altre palline che rappresentano il suo attacco alla cellula, la più famosa è la proteina Spike. La Spike protein, che ha il suo bersaglio nel recettore ACE2, in realtà deve essere modificata da un’altra proteina che è presente nella cellula ed è una proteasi che fa una specie di taglio di questa proteina Spike. E’ un po’ quello che accade nel virus HIV dove la proteina GP120 ha come target il cosiddetto recettore CT 4 dei linfociti, ma per poter entrare nei linfociti ha bisogno di un altro co-recettore. Queste due proteine però sono meno espresse nei bambini e sono anche espresse in modo diverso nei vari tessuti, meno a livello delle prime vie aeree e più nei polmoni. C’è poi il problema di stabilire se questa espressione è governata da fattori genetici, ad esempio di sviluppo: non tutti i nostri recettori ed enzimi vengono prodotti immediatamente tutti uguali e con la stessa efficienza, piuttosto c’è una maturazione che prosegue nel tempo. Capire quali fattori incidono sull’espressione di questi recettori è un punto molto importante per la ricerca. Sicuramente l’infiammazione ha un ruolo anche in questo meccanismo. Inoltre sappiamo che questo co-recettore è regolato dalla quantità di androgeni presenti e siccome i bambini non li producono potrebbe anche essere questa una delle ragioni della minore presenza di recettori”.