All’inizio della pandemia da coronavirus SarsCoV-2, nel conteggio dei casi registrati e nelle indicazioni in merito all’infettività della stessa, si faceva riferimento all’indice R0 (erre con zero). Ora il dato a cui si fa riferimento per comprendere la capillarità e la potenzialità di infezione del virus è l’indice Rt (erre con t). In sostanza si tratta della medesima cosa, ma nel concreto cambia il contesto nel quale i due indici vengono calcolati. Il primo, R0, è riferito alla potenzialità di contagio in una società che per la prima volta si ritrova ad avere a che fare con il virus in questione; il secondo, Rt, è riferito sempre alle infezioni secondarie causate da ciascun individuo infetto, ma questa volta in una popolazione che è già venuta in contatto con il virus e all’interno della quale sono state già adottate misure precauzionali utili a far diminuire il tasso di contagio.

Di certo c’è che l’indice R spesso è molto incerto, dato che non esiste un modello che possa prendere in considerazione tutta l’eterogeneità spazio-temporale di un qualsiasi contesto epidemiologico, o anche il grado di trasmissibilità o vulnerabilità alle infezioni. Il numero riproduttivo di base di un’infezione, inoltre, nel mondo reale e non nei calcoli, viene costantemente modificato nel corsi di un’epidemia, soprattutto se entrano in gioco misure di contenimento come quelle adottate nel nostro Paese ormai da mesi.
L’indice R, in certo senso, omogeneizza ciò che omogeneo non è. La stima di trasmissione del virus nella popolazione, infatti, prevede che tutti abbiano le stesse probabilità di contrarre l’infezione. Ma così di fatto non è. Chi sta a casa e non frequenta locali pubblici, ad esempio, ha meno possibilità di contagiarsi. Ma se dovesse avere un familiare convivente positivo, quella possibilità aumenta in maniera esponenziale, pur senza uscire di casa. E’ lapalissiano, dunque, che non tutta la popolazione abbia le stesse probabilità di contagio. Detto questo, però, è necessario capire perché l’indice R alto non sia per forza di cose un dato negativo, o almeno non del tutto. L’aumento di quel valore indica sicuramente una maggiore possibilità di contagiarsi e di diffusione dell’infezione, ma allo stesso tempo ci dice che la mortalità è decisamente bassa.
Se oggi ci dicessero che il nuovo coronavirus colpevole dell’attuale pandemia ha un indice R di 5 andremmo nel panico, ma la verità è che significherebbe una sola cosa: il virus è altamente infettivo ma non mortale, visto che chi lo contrae ha la capacità di infettare ben cinque soggetti, e dunque vuol dire, concretamente, che sta bene, è vivo e vegeto, e conduce la sua sua vita normalmente, sintomi permettendo. Perché nel caso di un virus più mortale l’indice si abbassa? Semplice: la maggiore mortalità, che spesso sopraggiunge in pochi giorni, impedisce alla persona contagiata di infettare altri soggetti, visto che con molta probabilità il contagiato sta male, è allettato, probabilmente intubato e in isolamento. E, in estrema ratio, un infetto morto non può contagiare nessuno e dunque ecco che l’indice R si abbassa benché il virus sia estremamente pericoloso.
E’ chiaro che tutto questo non significa che l’epidemia in corso vada sottovalutata, o addirittura negata. Anzi: la prudenza in questo preciso momento storico è quanto mai provvidenziale. Ma alla luce di tutto questo appare chiaro che le poche misure consigliate dal Comitato Tecnico Scientifico (mascherina, distanziamento sociale e igiene delle mani) potrebbero essere più che sufficienti per tornare ad una vita quasi normale, senza la necessità di grossi stravolgimenti. La pandemia è stata ed è virulenta e ci ha colti impreparati, ma non è la prima volta e non sarà l’ultima. Abbiamo visto di peggio, questa è la verità, e il modo in cui, come società, affronteremo i prossimi mesi segnerà gli anni a venire e metterà un timbro indelebile sul nostro futuro.
