Del collegamento causa-effetto tra l’alta incidenza di morti per Covid e l’inquinamento atmosferico si è parlato più volte, da marzo ad ora. Il fatto che durante la prima ondata della pandemia, in Italia, il maggior numero di pazienti gravi e di conseguenza di morti si sia concentrato nella Pianura Padana, notoriamente una delle zone con il più alto tasso di smog del Paese (vuoi per questioni climatico/ambientali, vuoi l’alto numero di stabilimenti industriali), è stato un chiaro segnale che ha portato gli esperti ad indagare in questa direzione. Ed effettivamente si è giunti alla conclusione che l’inquinamento dell’aria ha contribuito ad aumentare la mortalità da Covid-19. Si stima, infatti, che in media circa il 15% di tutte le morti causate da questa malattia nel mondo possano essere attribuite all’esposizione a lungo termine all’inquinamento dell’aria, con cifre più alte in Europa (19%), America del Nord (17%) e in Asia Orientale (27%).
Sono questi i risultati di studio del Max Planck Institute per la chimica di Mainz sulla rivista Cardiovascular Research. A queste cifre i ricercatori sono giunti facendo una stima della frazione delle morti da Covid-19 che si sarebbero potute evitare se la popolazione fosse stata esposta ad un minor livello di inquinamento dell’aria da combustibili fossili e altre emissioni causate dall’uomo, facendo ricorso ai dati epidemiologici di precedenti studi americani e cinesi su inquinamento e Covid e l’epidemia di Sars nel 2003, quelli raccolti dai satelliti sull’esposizione al particolato, con i dati epidemiologici raccolti fino alla terza settimana di giugno. La cifra, sottolineano gli esperti, “non implica un rapporto diretto di causa-effetto tra inquinamento e mortalità da Covid-19, anche se è possibile, mentre ce l’ha nell’aggravare le altre condizioni di salute concomitanti“.
Lo ricerca ha anche calcolato il dato per i singoli paesi, giungendo per esempio alla conclusione che l’inquinamento ha contribuito al 29% delle morti da coronavirus nella Repubblica Ceca, al 27% in Cina, al 26% in Germania, 22% in Svizzera, 21% in Belgio, 19% in Olanda, 18% in Francia, 16% in Svezia, 15% in Italia, 14% nel Regno Uniti, 12% in Brasile, 11% in Portogallo, 8% in Irlanda, 6% in Israele, 3% in Australia e solo l’1% in Nuova Zelanda. Secondo Jos Lelieveld, coordinatore dello studio, “il particolato sembra aumentare l’attività del recettore Ace2, che apre la strada al virus nelle cellule umane. Quindi l’inquinamento danneggia i polmoni e aumenta anche l’attività del recettore”.
