Il Terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980: tra pochi giorni il 40° anniversario [GALLERY]

Qualche ricordo personale

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Di Alessandro Martelli * – Stamattina presto, 15 novembre, primo giorno di zona arancione in Emilia-Romagna, la mia Regione, ho dedicato i mei pensieri non al virus, bensì (sentiti ieri sera in TV gli annunci di iniziative previste nei prossimi giorni) al ricordo di come io vissi il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980.

Fu il primo terremoto violento a colpire l’Italia, da quando ero tornato dalla Francia, all’inizio del 1979; fu il primo evento sismico di cui vissi da vicino le fasi emergenziali.

Ero ancora un giovane ingegnere e mi occupavo di analisi sismiche (allora per gli impianti nucleari) dalla fine di maggio del 1978, quando, tornato dalla Germania (dove ero andato nel 1974 per conseguire il PhD) e, successivamente, dalla  California, ero stato assunto, a Bologna, a?l’allora Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN), poi presto divenuto l’attuale ENEA.

Il terremoto dell’Irpinia, verificatosi alle 19:34, fu l’ultimo di magnitudo quasi 7,0 a colpire l’Italia (magnitudo momento 6,9); fu, dunque, più violento dell’evento del Molise e della Puglia del 2002 e di quelli del Centro Italia del 2016, di cui ci sono stati recentemente gli anniversari.

La violenza del terremoto dell’Irpinia fu amplificata dalla sua superficialità (ipocentro ad una profondità di 10 km) e dalla sua notevole durata (90 secondi). Esso devastò un’area di 17.000 km2, soprattutto nelle provincie di Avellino, Salerno e Potenza, causando, oltre a migliaia di feriti e di sfollati, quasi 3.000 morti accertati (ma si stima che le vittime siano state molte di più, circa 10.000)

L’entità della tragedia non fu subito compresa, come fu denunciato successivamente anche dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini: ciò causò gravi ritardi nei soccorsi, disorganizzazione degli interventi e scarsa preparazione di molte delle persone inviate nelle zone colpite (in particolare dei numerosi volontari).

Fra i volontari, vi fu un gruppo di tecnici dell’ENEA, di cui io feci parte. Fu organizzato dal compianto Ing. Mario Zucchelli (morto nel 2003), allora direttore del Centro ENEA del Brasimone (successivamente egli fu, per 16 anni, l’organizzatore principale del programma nazionale delle ricerche del MiUR in Antartide ed a lui, nel 2005, fu dedicata la base italiana in Antartide, inaugurata nel 1985).

L’ing. Zucchelli utilizzò un’auto di servizio dell’ENEA, mentre io e gli altri fummo caricati su un autobus. Eravamo equipaggiati, anche se alla buona, per essere totalmente indipendenti: io avevo la mia piccola tenda da campeggio per il mare, per due persone. Era una tenda leggera, rivelasi poi inadatta alle temperature abbastanza basse che trovammo (infatti, la distrussi presto e non la riportai a casa!).

Una volta giunti a sud sulla costa, dovemmo sostare a lungo, in attesa che qualcuno decidesse dove dovevamo andare. Il primo giorno pensarono bene di inviarci a Conza, vicino all’epicentro, a scavare sotto le macerie ed a diseppellire i morti!

Nei giorni successivi, avendo probabilmente (?) compreso che quella non era la migliore mansione per noi, ci spostarono altrove, prima a distribuire viveri ed altro, con camion militari, nelle campagne (quanti “terremotati da sempre” vidi!), poi a verificare i danni dei casolari.

Ricordo che piantai la mia tenda vicino ad un edificio (credo una scuola) molto danneggiato: a causa delle frequenti repliche del sisma, quando me ne andai (per trasferirmi in un vagone ferroviario!), l’edificio era quasi totalmente crollato.

In tenda ospitavo un mio collega. Faceva molto freddo, per riscaldarci bevevamo tanta grappa (che, previdentemente, ci eravamo portati da casa) e ricordo che, una notte, disperato, il mio collega mi incitò, urlandomi: “Martelli, scorreggia!”.

Ci chiesero anche di sequestrare roulotte. Le trainavamo vicino al comune, ma per giorni verificammo che restavano ferme lì, invece di essere distribuite agli sfollati. Fu così che, assieme ad una suora laica (ma che turpiloquio, il suo!), aggredii a parolacce il sindaco: magicamente, ben presto, iniziò la distribuzione delle roulotte.

Un giorno, un responsabile dell’insediamento, che conoscevo (ed a cui avevo detto dei miei trascorsi in Germania), mi convocò: erano giunti due TIR della Croce Rossa tedesca, zeppi di beni d’aiuto. Cercavano qualcuno che parlasse il tedesco e che rappresentasse lo Stato, di cui potersi fidare (!). Chiamai allora un assessore del comune ed il maresciallo dei Carabinieri, “sequestrai” all’Ing. Zucchelli l’auto di servizio e, con loro, andai ad incontrare gli autisti del TIR.

Verificato il fatto che effettivamente rappresentavamo lo Stato, però, ci furono poste altre condizioni: che io organizzassi un apposito magazzino, che ne fossi responsabile e che il magazzino fosse dotato di adeguato personale ed anche protetto da guardia armata.

Non ricordo come, trovai una scuola vuota, non danneggiata, nella vicina Andretta e reclutai un gruppo di studenti volontari, tutti estrema sinistra (sapevano che io di sinistra non ero, ma andammo d’amore e d’accordo).

Per la guardia armata interpellai un giovane sottotenente, che avevo conosciuto in mensa e che mi raggiunse ad Andretta con tre soldati armati. Scaricammo così la merce dai TIR, la catalogammo e la predisponemmo per la distribuzione. Fuori si formarono lunghe file. Molti, però, provavano a fare accaparramento, venendo più volte: fu cosi che iniziammo a scrivere i dati di coloro che ricevevano beni ed a rifiutarci di consegnare più volte lo stesso bene alla stessa persona. La cosa non piacque.

Passò cosi il primo giorno. Arrivata la sera, il tenente mi informò che doveva andare a chiedere al capitano l’autorizzazione formale per ciò che stava facendo, perché prima non lo aveva trovato. Sarebbe tornato presto e, nel frattempo, i soldati sarebbero rimasti ai miei ordini (anche se io non ho fatto il servizio militare!).

Appena buio, però, notammo uno strano assembramento fuori dalla scuola e comprendemmo che volevano assaltare il magazzino. Il tenente non si vedeva, i ragazzi erano atterriti: che fare? Ordinai ai soldati di mettersi alle finestre con i fucili puntati verso la folla, poi uscii ed urlai che, se qualcuno si fosse avvicinato, avrei fatto sparare!

Avrei effettivamente dato quest’ordine? Me lo chiesero i ragazzi ed i soldati. Comunque, la folla si quietò e si allontanò. Poi, finalmente, la mattina tornò il tenente: era stato messo agli arresti perché era venuto ad Andretta, con i tre soldati, senza autorizzazione …

Quelli sopra riferiti sono alcuni mei ricordi di come vissi il terremoto dell’Irpinia del 1980 (da cui tornai stremato e con un inizio di polmonite). Spero proprio che, quando avverrà il prossimo terremoto violento in Italia, si saprà gestire l’EMERGENZA molto meglio che non nel 1980.

Nel frattempo, però, che si faccia finalmente una corretta PREVENZIONE, per minimizzare il numero delle future vittime ed i futuri danni! PAROLE AL VENTO?  Purtroppo, sinora, pare proprio di sì.

*Dr. Ing. Alessandro Martelli, già Direttore del Centro Ricerche ENEA di Bologna e Professore a Contratto di Costruzioni in Zona Sismica della Facoltà di Architettura dell’Università  di Ferrara.