Coronavirus, il sociologo De Rita: “Vogliono fare degli anziani gli agnelli sacrificali di un’emergenza gestita male, si pensi alle rivolte in piazza”

"Eravamo stati colpiti al cuore a marzo, ma non abbiamo imparato niente. E adesso chiedono a noi anziani di non intralciare, di farci da parte"

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Il sociologo Giuseppe De Rita, direttore del Censis, 88 anni, sarebbe una di quelle persone ad essere interessata dalle nuove misure al vaglio del governo per contrastare l’epidemia di Covid-19 in Italia. Entro questa sera, dovrebbe essere varato il nuovo Dpcm e in questi giorni si è discusso tanto di una ipotesi: limitare la circolazione degli over 70, ossia quella fascia di popolazione più fragile e vulnerabile agli effetti della malattia, senza bloccare il resto del Paese ed evitando la saturazione delle terapie intensive.

Ma De Rita è tra coloro che non condividono questa idea. “Vogliono fare di noi anziani gli agnelli sacrificali di un’emergenza gestita male, chiuderci in casa quasi fossimo noi gli untori di questo virus. Francamente mi sembra un’idea stupida, ma certo, ho 88 anni, sono di parte, durante il primo lockdown sono andato a lavorare tutti i giorni, non penso certo di fermarmi adesso”. Giuseppe De Rita spiega che esce tranquillamente di casa: “Ogni giorno vado a comprare giornali, vado a messa, continuo a lavorare. Dovrei smettere? Non ci penso proprio. Volete togliervi di torno noi vecchi? Non è così che si rimedia agli errori fatti nel governo della pandemia”.

De Rita non si sente offeso ma “preoccupato sì. Vedo l’incultura dell’intervento pubblico, l’incapacità di gestire un’articolazione territoriale per il contenimento dell’epidemia. Perché utilizzare le stesse regole in Basilicata che magari ha zero contagi, rispetto alla Lombardia dove i morti sono centinaia? Eravamo stati colpiti al cuore a marzo, ma non abbiamo imparato niente. E adesso chiedono a noi anziani di non intralciare, di farci da parte. A giudicare da quanti atleti sono risultati positivi, direi che oggi il Coronavirus colpisce senza troppe distinzioni. Il punto è un altro. Se davvero fosse una misura di tutela, forse ne potremmo anche discutere. Ma dietro queste proposte c’è l’idea che gli anziani prima muoiono meglio è, così non intasano le terapie intensive e lasciano il posto ai contagiati giovani, più “utili” alla società. Però non è vox populi, gli italiani amano i propri vecchi, è piuttosto il potere sanitario che spinge in quella direzione”.

Si pensa al lockdown per gli over 70 mentre in tutto il Paese ci sono le rivolte di piazza, fomentate dagli insurrezionisti di professione. Di questo ci dobbiamo preoccupare, forse. Della tristezza delle persone. Li guardate gli occhi sopra le mascherine? Rassegnati, disperati. In cerca di pace. Mentre una comunicazione ansiogena e quotidiana di morti e contagiati scandisce le nostre vite”. Per De Rita, i dati dell’epidemia comunicati ogni giorno “sono imprecisi, fatti da chi non sa nulla di statistica. Sapete a chi avrei affidato la comunicazione in questa emergenza? All’Istat. Non ho mai avuto rapporti eccellenti con l’Istat, ma sono bravi e sanno leggere e spiegare i dati. Perché il rischio di questa comunicazione emotiva è poi la rabbia delle persone o la rassegnazione”.

giuseppe conte
foto di Elisabetta Villa-Getty Images

Sui Dpcm che si rincorrono a distanza di pochi giorni e il susseguirsi di ordinanze regionali, De Rita afferma che incidono “moltissimo” sugli italiani:Oggi preferiremmo andare in letargo, come fanno gli animali in questa stagione, per risvegliarci in primavera e sperare sia andato tutto per il meglio. L’incertezza nel Paese oggi è troppa tra le manifestazioni di devianza a cui assistiamo fino dalle paure per la dimensione economica più quotidiana di baristi, albergatori e gestori di palestre. Il governo poi la aumenta quando avrebbe modo di non farlo”, almeno in due punti, ha dichiarato a Il Messaggero. Il primo “è un lockdown totale, ma sarebbe inevitabilmente diverso dalla prima volta”, il secondo “invece consiste nel fare un discorso più articolato, anche a livello territoriale, che dia sicurezza. Ma questo è più difficile, perché comporta dei cambiamenti radicali nel modo di fare”.

C’è un problema ormai vecchio, che risale a marzo, ed è l’assenza di informazione da parte di chi dovrebbe far chiarezza. Alimentano un flusso quotidiano di conferenze stampa tra i dati della Protezione civile e le dichiarazioni di virologi, medici e politici. Senza però mai affrontare direttamente i problemi. Oggi invece di informare si comunica e la comunicazione, per sua stessa natura, crea emozioni – paura talvolta – ma non razionalità. E come se non bastasse la comunicazione si è andata slabbrando già durante il primo lockdown. È diventata talmente a 360 gradi che non informa più nulla. E le dico che questo lo si vede dalle piccole cose. Io da 88enne non sono informato su cosa devo fare di me. Se devo morire, se posso andare a messa o a vedere i miei nipoti. La comunicazione disordinata, come i Dpcm, sono stati il vero problema”.

Il lockdown di marzo “è stato una furbata subita dai cittadini con rigore ma oggi sarebbe diverso. L’intervento economico post-pandemia, da maggio in poi, gestito attraverso i bonus, ha reso tutto indifferenziato. Ma non può fare di tutta l’erba un fascio perché si crea incertezza. Le proteste aiutano il letargo. Immagini tutte le persone che vedono queste truppe, perché è quello che sono, che fanno casino. Non è che tutti si mettono ad interpretare a livello socio-politico, c’è gente che è stanca e si affaccia dalla finestra e dice basta e il letargo si avvicina. Ma stare fermi è l’unica cosa che non possiamo permetterci perché siamo fragili, economicamente e sociologicamente”, conclude De Rita.