“Se solo capissimo che molti dei problemi che abbiamo di fronte a noi, oggi, hanno a che fare più con un tema di organizzazione che serve che con un tema di soldi che mancano, se solo capissimo questo avremmo fatto molti passi in avanti nella capacità di convivere con questo maledetto virus”: lo ha spiegato Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, che, in un’intervista al Foglio, fa chiarezza sull’epidemia da coronavirus per cercare di distinguere le prerogative della scienza da quelle della politica. “Il vero problema del Covid-19 è la gestione della malattia dal punto di vista sanitario. Per quanto i numeri dei contagi siano molto alti, a oggi l’ottanta per cento delle persone che contrae il virus si ammala in modo lieve o per nulla, il dieci per cento si ammala in modo non grave, il dieci per cento si ammala in modo serio e di questo dieci per cento il cinque per cento può andare in rianimazione“. “In Italia la fascia di giovani che infetta di più si restringe fra i 20 e i 30 anni. Dunque, è certamente impopolare dire che sia necessario prestare particolare attenzione ai luoghi in cui si ritrovano i ragazzi fra i 20 e i 30 anni ma risponde al vero, purtroppo, che buona parte dei contagi registrati anche in Italia avviene nei contesti famigliari in cui i più giovani, dopo aver contratto il virus, entrano in contatto con i famigliari meno giovani a cui contagiano il virus“.
Secondo il direttore dell’Istituto Mario Negri, “la stragrande maggioranza delle infezioni si potrebbe curare a casa e per poter curare a casa questo virus io penso che sarebbe sufficiente mobilitare un quinto dei medici di base, 10 mila su 50 mila, dotandoli dei pochi strumenti che possono servire per monitorare il decorso della malattia nella fase iniziale. In secondo luogo credo sarebbe l’ora, per tutte le grandi città, di dotarsi di un numero significativo di ospedali Covid e di ospedali No Covid, anche per evitare l’effetto panico di chi pensa di avere il Covid a ogni colpo di tosse“.
Remuzzi ragiona poi sui tassi di mortalità della pandemia, citando uno studio pubblicato su Nature, che indica un significativo calo della mortalità per Covid, anche per le persone con più di ottant’anni: “Nature arriva a una conclusione importante sulla quale dovremmo riflettere senza scatenare polemiche: dobbiamo fare in modo, semplicemente, che le persone tra i settanta e gli ottanta anni non si infettino. E in questo senso, credo sia opportuno trovare delle soluzioni creative, per quanto riguarda il trasporto pubblico, ma non solo, penso anche ai supermercati, per offrire corsie preferenziali alle persone più fragili e tenerle il più possibile distanziate dalle persone potenzialmente più infettive. Dobbiamo iniziare davvero a ragionare non con la logica dell’emergenza ma con la logica dell’ordinarietà“.
“L’arrivo dei vaccini non risolverà magicamente tutto e penso per quel che mi riguarda che i problemi non vengano neppure magicamente risolti dalle chiusure totali. Ho letto che secondo la Caritas, nel periodo tra il maggio e il settembre 2020, confrontato con gli stessi mesi del 2019, l’incidenza dei nuovi poveri per effetto dell’emergenza Covid è passata dal 31 per cento al 45 e quasi una persona su due che si è rivolta alla Caritas lo ha fatto per la prima volta. Ed è bene ricordarsi che morire di fame non è una morte migliore che morire di Covid. Dunque, continuiamo a organizzarci, a studiare e a avere fiducia in ciò che oggi conta: i risultati della ricerca scientifica,” conclude Remuzzi.


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