Lo scorso giugno era esplosa una polemica su una frase del vicepremier nipponico, Taro Aso, che aveva attribuito al superiore “livello” del suo popolo gli impressionanti risultati del Giappone nell’arginamento dell’epidemia di coronavirus. “Ricevo spesso chiamate da altri Paesi nelle quali ci chiedono se abbiamo medicine speciali o cose del genere“, aveva dichiarato Aso durante un’udienza in Commissione Finanze, “dico semplicemente a queste persone che tra i loro Paesi e il nostro c’è una differenza di ‘mindo’. E questa risposta li ammutoliva ogni volta“. L’utilizzo di questo termine arcaico, dalle connotazioni scioviniste, aveva suscitato forti critiche. Eppure, nel giorno in cui Tokyo comunica dati record sulla crescita del Pil ed esclude un nuovo rinvio delle Olimpiadi, gia’ rimandate al 2021, viene da pensare che Aso non avesse poi tutti i torti.

Un sospiro di sollievo per il premier Shinzo Abe, che temeva di finire nell’ignominia la sua lunga carriera politica e ha lasciato invece, lo scorso 16 settembre, un Paese tra i pochissimi al mondo a poter cantare vittoria nella guerra al virus. Nei giorni del picco dell’epidemia Abe era stato criticatissimo per un approccio che era parso tentennante e irresoluto. Lo scorso 7 aprile la dichiarazione dello stato di emergenza a Tokyo, poi allargato all’intera nazione, era stata giudicata troppo ritardataria. La consegna a ogni famiglia di due mascherine riutilizzabili aveva suscitato sarcasmo. Concentrarsi su pochi focolai invece di lanciare test su larga scala era sembrato un azzardo. In molti avevano invocato Seul come modello da seguire.
In un discorso alla nazione trasmesso per televisione, Abe fece appello al senso civico del popolo nipponico, richiamando lo spirito di unita’ dei giorni successivi allo tsunami che causo’ il disastro nucleare di Fukushima. Il premier chiese ai cittadini di ridurre i contatti umani del 70-80% e domandò alle aziende di far lavorare in remoto quanti più dipendenti possibile e, nei casi in cui il telelavoro fosse inattuabile, di strutturare i turni in modo da ridurre al minimo il numero di persone contemporaneamente in ufficio. In questo modo, affermò Abe, il picco dell’epidemia avrebbe potuto essere raggiunto in due settimane. Peccò per eccesso. Ci vollero appena 10 giorni.
Parte del successo del modello nipponico sta nell’aver ridotto subito al minimo le possibilità di assembramenti mentre altri Paesi esitavano. Se la popolazione non era stata sottoposta a limitazioni della libertà personale, le scuole erano già state chiuse agli inizi di marzo, altra iniziativa di Abe che fu criticatissima. E già a febbraio, quando il picco era ancora lontano, c’era stata la serrata di musei, teatri, parchi a tema e stadi. Quando, il 10 marzo scorso, in Gran Bretagna 150 mila persone si erano recate a Cheltenham per assistere al celebre torneo di equitazione, in Giappone il campionato di calcio era già stato sospeso tre settimane prima.
Le chiusure precoci spiegano però solo in parte perchè già a fine maggio i giapponesi fossero potuti tornare a cenare fuori. Molte delle norme igenico-sanitarie necessarie a limitare i contagi erano già parte del modus vivendi nipponico. Per un giapponese indossare una mascherina è già un’abitudine normale d’inverno, per proteggersi dall’influenza, e in primavera, per combattere le allergie stagionali. L’abitudine di salutarsi chinando il capo invece che stringendosi la mano o abbracciandosi, il togliersi le scarpe all’ingresso delle abitazioni e un’igiene personale rigorosa sono stati altri fattori che hanno contribuito ad abbattere in fretta la curva.
Ma adesso i riflettori restano accesi sul rischio che la seconda ondata possa colpire il Paese. Secondo un recente sondaggio diffuso dai media nazionali, oltre l’84% dei giapponesi ha forti timori per una possibile nuova ondata di infezioni di SARS-CoV-2, dopo la crescita record dei casi di contagio degli ultimi giorni in tutto il paese. Il 68,4% degli intervistati ritiene che le misure sanitarie dovrebbero essere la priorità del governo e non la crisi economica, dando un chiaro segnale all’amministrazione del premier Yoshihide Suga accusata di aver sacrificato il controllo sanitario della pandemia in favore degli stimoli economici per i settori in difficoltà, primo tra tutti quello turistico, con la campagna promozionale ‘Go To Travel‘ che ha rilanciato gli spostamenti.Ma in realtà la percentuale di approvazione per il governo del primo ministro Suga resta alto, con una risalita di 2,5 punti percentuali rispetto al mese scorso al 63%, mentre il tasso di disapprovazione è sceso di 2,7 punti al 19,2%, quindi la stragrande maggioranza dei cittadini apprezza l’operato del Governo consapevole che l’andamento della pandemia segue dinamiche stagionali, a prescindere dalle misure adottate dalle autorità.