“Il 18 febbraio mi trovo ad affrontare il caso del paziente Trevisan. Una cartella clinica simile ad altre: una sospetta polmonite influenzale nei giorni del picco. Ma gli esami microbiologici non ci danno conferme. La terapia antibiotica non basta e decidiamo di cercare ancora…“: lo racconta Jacopo Monticelli, il medico che ha diagnosticato il Covid alla prima vittima in Italia. In un colloquio con La Stampa, Monticelli ricostruisce cosa è accaduto lo scorso 21 febbraio nell’ospedale ‘Madre Teresa di Calcutta’ di Schiavonia, frazione di Monselice, in provincia di Padova, dove era consulente infettivologo. “Non riuscivamo a capire cosa avesse, Adriano Trevisan, pensionato di 78 anni. Poi la figlia ci racconta che hanno ricoverato anche un suo amico, uno che era solito giocare con lui a briscola. Ha gli stessi sintomi, le stesse difficoltà respiratorie: è allora che ho iniziato a capire e ho avuto paura“.
“Paura, perché ho capito che il virus già circolava tra noi. Anzi, era già dentro l’ospedale. Il tampone è stato solo una conferma. Tutti gli amici di Trevisan, i signori che giocavano a carte insieme al bar, erano contagiati e avevano gli stessi sintomi: tosse, febbre e diarrea. L’evoluzione della malattia era molto rapida, peggioravano improvvisamente. Come se qualcuno avesse schiacciato un bottone…”
“Fu un periodo intenso – ricorda Monticelli -. A tutti i pazienti che venivano ricoverati dovevo fare una valutazione epidemiologica: solo il 27 marzo avrò fatto 70 visite. Ma la sanità veneta ha tenuto“.
“Difficile dire se stiamo uscendo dalla seconda ondata – spiega l’infettivologo che adesso lavora all’ospedale Maggiore di Trieste –. Ci sono più posti letto e non si capisce quanta gente viene curata ogni giorno dal nostro sistema. L’emergenza non è finita“.
Parla il medico che ha diagnosticato il primo morto per Covid: “Quando ho capito, ho avuto paura”
Il dott. Monticelli: "L'evoluzione della malattia era molto rapida, peggioravano improvvisamente. Come se qualcuno avesse schiacciato un bottone..."


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