Il 9 dicembre Netflix ha proposto il film “L’incredibile storia dell’Isola delle Rose” per la regia di Sydney Sibilia ed Elio Germano come attore protagonista.
Il lungometraggio narra la storia dell’ingegner Giorgio Rosa che con il suo sogno utopico di un’isola artificiale a largo della Riviera Romagnola incantò i giovani sessantottini di tutto il mondo e diede non poche preoccupazioni al governo italiano. Ma al netto del romanzato racconto cinematografico la vera storia dell’Isola delle Rose conserva intatto tutto il suo fascino anche dopo 50 anni.
La storia dell’Isola delle Rose

Non è probabilmente un caso che questo utopico esperimento sia nato nel ’68, un anno cruciale per l’Italia che, forte di due decenni di rinascita economica dal secondo dopoguerra, si accosta agli ideali delle rivolte sociali dei giovani di tutto il mondo e tra rivoluzioni politiche di piazza e lotte degli operai nelle fabbriche, vede maturare lo spirito imprenditoriale e la necessità di costruire una realtà nuova scevra dalle rigide imposizioni della generazione precedente.
Rimini, poi, negli ultimi anni si era sempre più affermata come località dalla forte vocazione turistica, con gli impianti balneari che facevano da richiamo per le vacanze degli italiani di tutto il Paese. Qui il divertimento era garantito e la possibilità di un certo liberismo diveniva appetibile proprio per la love generation.
Quella piattaforma di 400 metri quadri di acciaio e cemento diventa, allora, un’utopia, il simbolo della libertà di chi insofferente alle regole del mondo costruito dai propri padri sognava di vivere secondo le proprie di regole e assaporare la vera libertà.
Giorgio Rosa aveva iniziato tempo prima la costruzione dell’isola tra difficoltà burocratiche e il sospetto delle autorità locali.
Il progetto di una struttura a 5 piani con bar, negozi e attività commerciali fu ostacolato dalla Capitaneria di Porto di Rimini che tentò di bloccare i lavori perché l’edificazione non rispettava i progetti forniti in fase di richiesta.
Rosa, stanco dei continui ostacoli rispose lapidariamente che lui, in effetti, non doveva rispettare alcuna regola perché la sua piattaforma si trovava in zona franca, fuori dalle acque territoriali italiane.
L’isola delle Rose doveva essere un’attrazione turistica persino dotata di camere d’hotel, ma da progetto imprenditoriale divenne un sogno quando il 1° maggio del 1968 la piattaforma si dichiarò indipendente, era nata la “Repubblica esperantista dell’Isola delle Rose”.
Presto, la nuova micronazione aprì un ufficio postale con tanto di emissione di propri francobolli e a breve avrebbe emesso una propria moneta: i Mills.
La diversità dell’impresa di Rosa, rispetto a una normale iniziativa imprenditoriale, era data proprio dalle circostanze della narrazione che si affollarono intorno alla sua isola e che propugnavano un’idea di indipendenza non solo e non tanto concettualmente, ma al contrario praticamente, con la volontà di un business che non avesse le limitazioni alle quali sarebbe stato soggiogato in territorio italiano.
La fine del sogno
L’Italia, tuttavia, non poteva consentire un pericoloso precedente che avrebbe potuto aprire la strada a imprenditori desiderosi di sfruttare le risorse naturali dell’Adriatico magari impiantando trivelle per accedere ai giacimenti petroliferi oppure ad altri che avrebbero potuto impiantare bische per il gioco d’azzardo e con la prostituzione completamente liberalizzata.
Tra le motivazioni del governo italiano per lo sgombero dell’isola vi fu quella che concerneva la sicurezza: si sosteneva, infatti, che fosse una piattaforma pericolosa e instabile, che potenzialmente poteva andare incontro a un crollo. Tutto plausibile, se non fosse che lo Stato dovette faticare parecchio per tirare giù il solido impianto progettato e costruito da Rosa, impiegando ben 2 tonnellate di esplosivo.
Lo stesso Consiglio d’Europa non si espresse mai esplicitamente, ma è pur vero che sostenendo di non poter intervenire sulla diatriba perché il luogo in cui si svolsero i fatti si trovava in acque internazionali, aveva riconosciuto implicitamente la legittimità dell’Isola delle Rose.
Chi era Giorgio Rosa
Dopo aver lavorato alla Ducati per un anno iniziò a collaborare con il Tribunale di Bologna come perito e svolse la sua attività di ingegnere presso i cantieri della città.
Conosciuto per essere un professionista scrupoloso e capace iniziò anche ad insegnare presso un Istituto Tecnico e dopo essersi sposato con Gabriella Clerici fondò con lei la Spic (Società per iniezione cemento) che presenterà il primo progetto della piattaforma a largo dell’Adriatico.
Era certamente un personaggio eccentrico dotato una tenacia fuori dal comune, instancabile lavoratore era particolarmente insofferente alle regole; un mix di caratteristiche che non potevano che essere alla base della vera storia dell’Isola delle Rose e che diedero via a un sogno visionario che restiste ancora oggi a 50 anni dopo.