SARS-CoV-2, il cuore sarà più fragile anche nei pazienti guariti: aumenta il rischio di infarto e ictus

Il Covid-19 è una malattia dell’endotelio e aumenta il rischio di infarto: presentati al congresso della Società Italiana di Cardiologia, i dati più recenti sulle ripercussioni dell’infezione sull’apparato cardiovascolare

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Covid-19 è un ‘killer multiorgano’ e anche il cuore ne fa le spese: sono sempre più numerosi gli studi che segnalano danni cardiaci a seguito dell’infezione da SARS-CoV-2 e un contagiato su 5 va incontro a conseguenze cardiovascolari. I danni sull’endotelio dei vasi sanguigni, l’aumento dell’instabilità delle placche aterosclerotiche, un danno miocardico, l’incremento dell’infiammazione cardiaca e la comparsa di alterazioni strutturali simili a quelle provocate da un infarto, presenti in una consistente quota di casi, suggeriscono che l’infezione Covid potrebbe lasciare strascichi, anche a lungo termine, sulla funzionalità cardiovascolare, con un aumento del rischio di infarto o ictus, soprattutto nei pazienti usciti dalla terapia intensiva. Un preoccupante scenario che emerge da un simposio che si è svolto in occasione del congresso nazionale della Società Italiana di Cardiologia, durante il quale sono stati discussi tutti i dati più recenti relativi alle ripercussioni sul cuore dell’infezione da SARS-CoV-2. Per questo gli esperti sottolineano l’importanza di una valutazione cardiologica approfondita dei pazienti che hanno contratto il virus, anche soprattutto durante la convalescenza.

L’associazione fra un maggior rischio di infarto e le infezioni respiratorie da virus influenzali e altri agenti virali respiratori è ben nota da anni. Non abbiamo ancora dati certi sulle conseguenze a lungo termine dell’infezione sul cuore. Tuttavia, i  primi dati degli studi di questi mesi indicano che anche SARS-CoV-2 può comportare ripercussioni serie, non solo a breve termine, sui pazienti guariti, soprattutto se usciti dalle terapie intensive – spiega Ciro Indolfi, Presidente SIC – Sappiamo che chi ha già malattie cardiovascolari è più suscettibile a complicanze ed eventi aversi da Covid-19. Ora un sempre maggior numero di segnalazioni indica la comparsa di danni cardiovascolari anche in pazienti guariti che non avevano disturbi cardiovascolari prima del contagio. È stato verificato, per esempio, che si ha un infarto miocardico, anche in assenza di ostruzioni coronariche, fino al 40% dei casi. Il problema sembra direttamente correlato – precisa Indolfi – a un altro elemento che pare ormai accertato, ovvero al danno endoteliale indotto dal coronavirus. Il tessuto che riveste i vasi sanguigni è infatti un bersaglio diretto del virus, che ne comporta lo ‘sfaldamento’, compromettendone l’integrità e favorendo lesioni vascolari che poi possono provocare una sindrome coronarica acuta, anche a distanza di tempo”.

Il cuore dei pazienti è perciò più fragile durante la malattia ma lo può restare anche dopo: è stato segnalato, per esempio, che Covid-19 può provocare una miocardite in un almeno il 7% dei pazienti che non avevano alcun disturbo cardiaco prima del contagio, e nel tempo questa infiammazione cardiaca può avere conseguenze sulla funzionalità dell’organo. “Inoltre, un recente studio condotto in Germania, su 100 sopravvissuti, pubblicato su JAMA Cardiology, ha evidenziato che nel 78% dei guariti si trovano alterazioni cardiache strutturali di vario genere con segni simili a quelli lasciati da un infarto – dichiara Gianfranco SinagraVicepresidente SIC – E’ quindi certo che il virus colpisce anche il cuore. I danni cardiovascolari più o meno ingenti indotti dal virus possono però comportare una fragilità cardiaca e dei vasi che potrebbe protrarsi anche a distanza, aumentando il rischio di infarto, ictus o altre patologie nei mesi e negli anni successivi al contagio. Non sappiamo ancora per quanto si mantengano le lesioni, se vengano risolte con il tempo o se tendano a peggiorare, tuttavia questi dati suggeriscono l’opportunità di un’attenta valutazione cardiologica nei guariti da Covid-19, soprattutto in chi presenta campanelli d’allarme che potrebbero indicare un coinvolgimento cardiaco come il sentirsi estremamente deboli e affaticati durante la convalescenza. Sarebbe necessario dare la priorità della vaccinazione per il Covid a questa popolazione di pazienti cardiopatici fragili”. “Questi nuovi dati, insieme alle mancate visite cardiologiche per la chiusura o la riduzione di posti letto e ambulatori cardiologici utilizzati come reparti Covid, lascia supporre un aumento della mortalità cardiovascolare nel prossimo futuro per effetti diretti e indiretti del Covid-19“, conclude Francesco Barillà, Presidente FINSIC.