Accadde oggi: l’11 gennaio 1999 moriva De Andrè, Faber stroncato da un tumore a 58 anni

22 anni fa moriva Fabrizio De Andrè: la pandemia impedisce eventi e concerti, ma è possibile ricordare Faber nel privato, ascoltando la sua musica e condividendo pensieri speciali sui social

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L’11 gennaio 1999 moriva Fabrizio De Andrè, stroncato da un tumore a 58 anni. Sono trascorsi 22 anni da quella terribile perdita: Faber si era spento alle 2.30 all’Istituto dei Tumori di Milano, dove era ricoverato da qualche tempo. I funerali si svolsero 2 giorni dopo a Genova, con oltre 10 mila persone a salutare l’amato cantautore genovese: la piazza della basilica Santa Maria Assunta era stracolma di persone commosse. Genova, e tutti gli italiani, continuano a ricordare Faber, ma quest’anno, a causa della pandemia di coronavirus, non ci saranno celebrazioni ufficiali. De Andrè potrà comunque essere ricordato nel privato, ascoltando la sua musica o dedicandogli un pensiero sui social.

Chi era Fabrizio De Andrè

Fabrizio De André nasceva il 18 Febbraio 1940, il padre lo avrebbe voluto avvocato, ma lui amava la poesia. Non ebbe scelta, come lui stesso confessa: “Benedetto Croce diceva che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quest’età in poi, ci sono due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. Allora, io mi sono rifugiato prudentemente nella canzone che, in quanto forma d’arte mista, mi consente scappatoie non indifferenti, là dove manca l’esuberanza creativa.” Inizia così la sua carriera di cantautore, e va da sé che fu un successo. Faber si distinse subito. Come pochi prima di lui, seppe introdurre la vera poesia nella canzone, sublimandola con una musica che accompagnava senza oscurare. Viveva a Genova, ma era un cosmopolita d’animo. Da Bob Dylan, a Leonard Cohen, passando per Edgar Lee Masters e Umberto Saba, seppe conoscere il mondo senza farsi cambiare da esso. Di ogni storia, anche quelle già viste, anche quelle sbagliate, seppe mostrare il suo punto di vista anarchico, antiborghese, anticonformista.

E fu così che la morte di una prostituta divenne l’incantevole storia di Marinella, ed il gesto disperato di Michè una ballata, mentre il profondo male di vivere si rivelò nel “Cantico dei Drogati“, o in un Amico troppo fragile per i costumi di una società d’apparenza. Cantò l’amore, ed anche lì seppe elevarlo, fuggendo dalla retorica che lo riduce ad una rima baciata o ad un’assonanza simpatica. L’amore, l’attesa, gli incroci, il destino. La scelta e il coraggio. La fede. Definì Gesù di Nazareth “il più grande rivoluzionario di tutti i tempi“, senza addentrarsi in questioni religiose anche perché “se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo. Esattamente ciò che ha fatto l’uomo da quando ha messo i piedi sulla terra” . Ed anche questo suo pensiero divenne poesia, una Buona Novella. S’innamorò della Sardegna, dove visse per un periodo. Il suo viaggio conobbe il sequestro insieme alla moglie, ma fu in grado di trasformare anche quello. “Passerà anche questa stazione senza far male, passerà questa pioggia sottile come passa il dolore”. Ogni avvenimento diventava uno stimolo di riflessione, un punto interrogativo dal quale trarre una morale, una possibilità di snaturare le verità del mondo per rivelarne altre, celate, ma forse più reali. La sua interpretazione rivelava una profonda pietas latina, le sue storie una dignità e probabilmente un’inconsapevole volontà di riscatto. Faber è scomparso l’11 Gennaio 1999, ed in molti ci chiediamo come sarebbe stato oggi il suo sguardo su questo mondo così veloce, connesso e talvolta superficiale. Forse ne sarebbe nata una nuova “Canzone di Maggio”, o un nuovo “Valzer dell’amore cieco”, ma chissà, molto probabilmente avrebbe ancora una volta stupito tutti con un’interpretazione nuova, diversa e avanguardista. Come il suo spirito e le sue canzoni, che pur di un’altra epoca, rimangono eterne. Ci manchi Faber.