IL 5 gennaio 1968 iniziava quella che conosciamo come “Primavera di Praga”, un periodo storico di liberalizzazione politica da parte della Cecoslovacchia quando ancora questa si trovava sotto il controllo dell’Unione Sovietica.
In seno al socialismo sovietico in Cecoslovacchia si propose un modello nuovo di socialismo che propugnava la libertà di espressione e di stampa, una maggiore libertà politica e di gestione dello sviluppo industriale. Un modello unanimemente avallato dalla popolazione e che garantì al Partito comunista, mai come allora prestigio ed egemonia sulla società.
Tuttavia, nonostante la liberalizzazione cecoslovacca non mettesse in alcun modo in discussione l’appartenenza al socialismo sovietico, fu violentemente repressa dalle truppe del Patto di Varsavia che misero fine a un processo riformistico divenuto in brevissimo tempo un luminoso esempio a cui guardavano anche le democrazie occidentali e la cui soppressione danneggiò significativamente la credibilità dell’Urss.
Le origini del movimento liberazionista
La Cecoslovacchia riuscì ad emergere solo dopo un periodo prolungato di stabilizzazione del sistema esteuropeo e nonostante fosse in ritardo rispetto ai movimenti che erano emersi prima in altri Paesi del blocco sovietico, si presentò sulla scena, forse grazie anche a una maturazione completa, come il tentativo più ponderato e più organico del modello poststaliniano.
Il movimento cecoslovacco evitava alcuni eccessi come le rivendicazioni o le rotture con l’ordine tradizionale che avevano segnato, invece, la sorte tragica dell’esperienza dell’Ungheria.
Se l’Ungheria, infatti, si ribellò alle varie forme di controllo culturale e ideologico andando incontro nel 1956 alla dura repressione dell’insurrezione con le strade invase dall’intervento dei carri armati russi che ristabilirono sanguinosamente lo status quo e portarono alla condanna (e talvolta alla morte) di oltre 100.000 ungheresi; in Cecoslovacchia la grave crisi economica del 1963-1964 e la necessità di porvi rimedio portò a un’analisi dei motivi di fondo e in generale a una riflessione sull’inefficienza del sistema e sulle critiche e le proposte costruttive che potevano generare un cambiamento nell’intera vita del Paese.

I movimenti sociali non si rivolgevano immediatamente contro gli apparati del potere ma cercavano proprio entro questi le risposte e i canali di comunicazione.
Senza mettere in discussione i cardini dell’ordinamento socialista, il programma di rinnovamento spingeva verso un socialismo dal volto più umano che consentisse maggiori forme di democrazia e pluralismo come: l’elezione di consigli di fabbrica, la riattivazione degli organi rappresentativi e una liberalizzazione della stampa e della vita culturale.
Tutto ciò avveniva senza manifestare quei sentimenti di ostilità contro l’Unione Sovietica che invece avevano definito l’esperienza ungherese e polacca.
Tuttavia, l’occupazione militare della Cecoslovacchia da parte degli eserciti del Patto di Varsavia (un’alleanza militare degli stati socialisti del Blocco orientale) mise fine all’esperimento.
La Primavera di Praga
Immediatamente dopo il suo insediamento Dub?ek avviò un esperimento di liberalizzazione forte dell’appoggio dell’opinione pubblica, degli studenti, degli intellettuali, della classe operaria e persino di buona parte dell’esercito.
Con il suo programma, il nuovo segretario voleva conciliare un sistema politico di natura socialista con elementi di pluralismo in politica e soprattutto in economia (trattandosi nel caso cecoslovacco di una società industriale avanzata in cui erano forti le esigenze di sviluppo).
Tra i provvedimenti più significativi vi erano quelli diretti all’apertura in direzione della libertà di espressione, di stampa, di opinione e di associazione.
Fu questa la “primavera di Praga”: una stagione di fermento e innovazione che sembrò realizzare l’ideale di un socialismo dal volto umano che non metteva in discussione l’appartenenza al sistema di alleanze sovietico.
Le criticità dell’esperimento di liberalizzazione
Inoltre, dovettero prevalere considerazioni di natura strategica che individuavano nella Cecoslovacchia, posizionata nel cuore dell’Europa e dotata di una solida macchina industriale, un Paese di vitale importanza per l’economia integrata del blocco sovietico e un elemento indispensabile anche agli obiettivi strategici e militari di Brežnev.
La fine della primavera di Praga
Già nel mese di marzo l’Urss iniziava a manifestare segni di impazienza e dopo diversi tentativi messi in atto per spingere il Partito comunista cecoslovacco a recedere dal processo di liberalizzazione, la situazione divenne agli occhi dei sovietici insostenibile e nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 le truppe di Russia, Polonia, Germania Ovest, Ungheria e Bulgaria occuparono la Cecoslovacchia con circa 200.000 uomini.
Fecero irruzione nella sede del Partito e arrestarono lo stesso Dub?ek mentre il presidente cecoslovacco fu inviato a Mosca.
Gli intellettuali e i dirigenti che avevano animato lo spirito della “primavera di Praga” furono costretti a emigrare o abbandonare i loro incarichi, i protagonisti dell’apertura allontanati, i rapporti di forza nel partito rovesciati a favore del controllo sovietico.
Le conseguenze della repressione per l’Urss
L’operazione di ripristino dello status quo non poteva riuscire e il recupero del consenso intorno a qualche proposta di liberalizzazione interna appariva del tutto insufficiente, soprattutto l’operazione costò all’Unione Sovietica ogni credibilità da parte della Cecoslovacchia e non solo.
La riprovazione verso l’ingiustificata repressione si diffuse nei gruppi dirigenziali e nei partiti comunisti dell’Europa occidentale e del mondo tutto, prodromi queste critiche del crollo dell’Urss che si sarebbe abbattuto sulla stessa nel 1989.