Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, riflette sulle strategie necessarie a ottimizzare la campagna di profilassi anti-Covid: secondo l’esperto è necessario produrre vaccini in Italia e iniziare a somministrare una dose a più persone, rinviando la seconda iniezione a 120 giorni dopo la prima.
“Stiamo andando bene, perché esistono già tre vaccini sicuri ed efficaci e presto ne arriveranno molti altri. Ma se non facciamo tutti uno sforzo in più, non è certo che finirà bene, per lo meno a breve termine,” ha spiegato l’esperto in un colloquio con il Corriere della Sera” . La premessa di Remuzzi è che, “anche quando funzionano, i lockdown mascherati e le zone di diverso colore sono pur sempre l’ammissione di un fallimento nella lotta al virus. Il vaccino invece è la soluzione. Insieme all’immunità naturale, ma quella nessuno può dire quando arriverà“. Ecco perché “non bisogna perdere un minuto. Stiamo vaccinando 400mila persone alla settimana. Immaginiamo pure di arrivare a 700mila. Non basta. Se in Italia le cose dovessero andare come stanno andando in Inghilterra o in Germania” in termini di numero di contagi, “rischiamo i mille morti al giorno. L’obiettivo di arrivare a 50 milioni di persone vaccinate entro la fine di marzo è utopico. Ma abbiamo il dovere di credere che sia possibile. E poi serve una strategia a medio termine. Altrimenti il tema dei vaccini ce lo porteremo dietro per anni“. Per Remuzzi “il primo problema è la produzione. Pfizer ha già detto che non ce la fa a coprire il fabbisogno. Bisognerebbe estendere l’accordo che AstraZeneca ha fatto con Serum Institute of India ad altre compagnie, e mettere insieme tutti i siti produttivi del mondo. Oltre che in India e in Cina, ce ne sono in Sudamerica, Usa, Germania e la Francia si sta attrezzando. Insieme si possono fare miliardi di dosi, e un piano affidato all’Oms e alle organizzazioni internazionali dei vaccini permetterebbe di far arrivare il vaccino dove serve di più“.
E l’Italia? “Abbiamo un’industria farmaceutica che ci colloca al primo posto in Europa e fra i primi al mondo dopo India e Cina: fabbrichiamo l’11% della produzione mondiale di farmaci. Ma siamo fuori da questo gioco enorme” e “mi chiedo: ma in questa discussione sul Mes, non si trovano 2-3 miliardi da destinare a un sito italiano capace di produrre i vaccini?“.
Quella auspicata dal direttore dell’Irccs non è un’autarchia vaccinale: “Al contrario. Si tratta di partecipare a uno sforzo globale in cui ogni Paese mette a disposizione la propria capacità produttiva“. Perché “essere solo finanziatori e acquirenti, e non produttori in senso stretto, ci mette in una posizione di debolezza rispetto agli altri. Non riusciamo a contribuire. Se gli altri Paesi fossero come noi, non ci sarebbe alcuna disponibilità di vaccini. Servono orgoglio e lungimiranza. Da qui ad aprile si gioca molto del nostro futuro prossimo“.

