Sars-Cov-2, virologo Clementi: “Ormai va di moda parlare di varianti, ma ci sono sempre state”

Per il virologo Massimo Clementi parlare troppo delle varianti può essere deleterio, perché si tratta della 'normalità' per un virus

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“Noi adesso stiamo dando peso alle varianti del coronavirus Sars-CoV-2, che in realtà ci sono sempre state. Mentre nella prima fase c’erano i ‘sacerdoti’ del virus che non cambia, ora va di moda dire che ci sono le varianti. Mettiamoci d’accordo: il virus cambia o no? Premesso che l’unica priorità adesso è vaccinare il più speditamente possibile, se vogliamo parlare di varianti occorre che vengano studiate in modo serio e completo e che si mettano in campo la rete di laboratori e i finanziamenti per farlo”. Così Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’ospedale San Raffaele di Milano e docente nello stesso ateneo, intervistato dall’Adnkronos Salute. “Sequenziare non basta – spiega l’esperto – Occorre isolare il virus quando si identifica qualche variante di rilievo epidemiologico e verificare se nel siero dei vaccinati ci sono anticorpi che neutralizzano anche la variante di turno. Ma è un’attività che costa. Lo possono fare bene le virologie, i centri attrezzati con laboratori di un certo tipo e con parametri di sicurezza Bsl3. Ma serve anche che venga finanziato un network nazionale composto sia di laboratori che fanno molte sequenze sia di lavoratori che i virus variati li studiano per le loro caratteristiche biologiche. Io nei giorni scorsi, quando si è acceso il dibattito sulla variante inglese, ho fatto notare che le conclusioni venivano tratte solo sulla base delle sequenze e questo l’ho trovato scientificamente scorretto“.

Sempre in riferimento alla variante Gb e alla sua possibile circolazione in Italia, Clementi riferisce: “Anche noi nel laboratorio del San Raffaele l’abbiamo cercata, sia su alcuni pazienti italiani che su persone italiane e inglesi di ritorno dall’Inghilterra, ma non l’abbiamo mai rilevata. Questo può essere un caso, anche perché non facciamo una ricerca sistematica delle varianti e in generale in Italia abbiamo messo in piedi una rete che al momento è quasi volontaristica e dovrebbe essere appunto istituzionalizzata e finanziata, come succede in Gb”. 

Per far capire cosa a suo avviso si dovrebbe fare per avere un quadro completo sulle varianti e in generale sul virus e la sua evoluzione nel tempo, Clementi cita invece uno studio, disponibile in questo momento nella versione preprint (sulla piattaforma Biorxiv), che si è concentrato proprio sulle varianti a rapida diffusione che si sono manifestate in Regno Unito e Sudafrica e condividono una mutazione simile nella proteina Spike del virus (N501Y). Gli esperti hanno preso i sieri di 20 partecipanti a uno studio precedente sul vaccino ant-Covid di Pfizer/BioNTech e hanno condotto un esperimento per appurare che avevano anticorpi neutralizzanti equivalenti e verificare che non c’è riduzione dell’attività di neutralizzazione. “Una prima notizia rassicurante – commenta il virologo – Questo tipo di attività è seria e utile, quando c’è un cambiamento di rilievo nel virus. Perché di varianti ce ne sono tantissime, le abbiamo individuate anche in Italia, sia a Brescia il gruppo di Arnaldo Caruso che noi ad esempio. Ci sono mutazioni che compaiono in numerose zone del genoma e poi scompaiono, cioè non si fissano nella popolazione reale, non conferiscono al virus nessun vantaggio. Alcune invece qualche vantaggio glielo danno, per esempio quello di replicare di più e diffondersi meglio. E allora in questo caso la questione importante è sapere se gli attuali vaccini conferiscono ugualmente immunità. Fermo restando che vaccinare il più possibile è l’unica cosa da fare ora, a maggior ragione se – come sembra dallo studio – il vaccino ci copre anche da queste varianti”. “Facciamocene una ragione, dunque, se gira un virus diverso – conclude Clementi – e pensiamo a vaccinare velocemente. Perché, visto che siamo anche soliti fare tanti raffronti, non possiamo non notare che l’Italia ha vaccinato al momento circa lo 0,6% della popolazione e Israele già il 20%. Bisogna vaccinare di più e avere più vaccini e vaccinatori. La via maestra rimane quella”.