I terremoti ed i maremoti della Calabria Meridionale del 1783 [FOTO]

Si stima che siano stati almeno 30 mila i morti causati dallo sciame sismico verificatosi nella Calabria meridionale nel 1783 che ha cambiato per sempre la morfologia del territorio

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Anche in questi giorni ricorrono gli anniversari di violenti terremoti italiani: mi riferisco oggi allo sciame sismico denominato il “Terremoto della Calabria Meridionale del 1783” (od il “Terremoto di Reggio e Messina del 1783”), che ha costituito la peggior catastrofe naturale ad aver colpito l’Italia Meridionale nel XVIII Secolo. Tale sciame sismico interessò l’area dello stretto di Messina e la Calabria Meridionale e fu caratterizzato da numerose scosse, delle quali 5 violente.

La prima di queste, durata 2 minuti, si verificò il 5 febbraio, con epicentro a Polistena, oggi comune della città metropolitana di Reggio Calabria. Essa fu di magnitudo stimata Mw = 7,1 ed intensità I stimata dell’XI grado della scala Mercalli: fu, dunque, uno dei terremoti noti più forti che risultano aver colpito l’Italia. Il 6 febbraio, poi, vi fu una seconda scossa, pure alquanto forte (Mw = 5,9), con epicentro a nord di Messina. Inclusa quest’ultima, le scosse che si verificarono tra il 5 ed il 7 febbraio furono ben 949.

Le scosse del 5 e del 6 febbraio innescarono anche due maremoti distruttivi. Quella del 5 febbraio generò onde che colpirono le coste siciliane tra Messina e Torre Faro e quelle calabresi tra Scilla e Cenidio (Reggio Calabria). Prima le onde si ritirarono, poi investirono le coste tre volte, nell’arco di 10÷15 minuti. Secondo le fonti storiche, questo primo maremoto causò vaste inondazioni da Capo Vaticano (Vibo Valentia) a nord a Catona (Reggio Calabria) a sud. A Messina, ad esempio, il maremoto distrusse sia il Teatro Marittimo che le banchine del porto.

Il maremoto del 6 febbraio, invece, fu provocato da un’enorme frana (di 500 m di fronte ed alcuni milioni di metri cubi di volume), innescata dal sisma (avvenuto durante la notte), che, distaccatasi dal Monte Pacì, era precipitata in mare. Onde alte 8÷10 m investirono le coste attorno allo Stretto di Messina. Si stima che, nella sola Scilla, le vittime di questo maremoto siano state circa 1.500: la popolazione, infatti, impaurita dalle precedenti continue scosse sismiche, si era rifugiata nelle spiagge (in particolare, in quella di Marina Grande) e fu colta totalmente di sorpresa dal maremoto.

Però, lo sciame sismico era tutt’altro che terminato: il 7 febbraio, infatti, vi fu la terza scossa violenta (Mw = 6,7), con epicentro nell’attuale comune di Soriano Calabro, in provincia di Vibo Valentia, e ad essa seguirono eventi con epicentri che via via si spostarono, in Calabria, verso nord, lungo la dorsale appenninica. I più forti di questi ultimi furono quello che si verificò il 1º marzo (Mw = 5,9), con epicentro nei pressi di Polia (nuovamente nella provincia di Vibo Valentia) e, soprattutto, quello che ebbe luogo il 28 marzo (Mw = 7,0), con epicentro tra i comuni di Borgia e Girifalco (Catanzaro).

I danni causati dagli eventi sismici e dai due maremoti suddetti furono enormi, in Calabria dall’istmo di Catanzaro allo Stretto ed in Sicilia nel Messinese: oltre 180 centri abitati furono totalmente (o quasi) distrutti, sia Reggio Calabria che Messina furono rase al suolo (a Messina, ove, il 5 febbraio, il terremoto aveva anche causato uno spaventoso incendio, sopravvisse solo la Cittadella). Gravi danni subirono anche altri centri urbani importanti, come Palmi (che fu pure rasa al suolo), Scilla e Terranova (dove il tasso di mortalità raggiunse il 70%), Polistena (dove perirono 2.261 persone su 4.600 abitanti), Monteleone e Catanzaro. Il sisma, inoltre, causò estesi sconvolgimenti anche dal punto di vista geomorfologico: ad esempio, abbassamenti e spaccature di montagne, modifiche del corso di fiumi e torrenti, nonché formazione di paludi e pure di nuovi laghi (questi, internazionalmente denominati “quake lakes”, furono ben 215).

In totale, secondo le stime ufficiali, tali eventi causarono almeno 30.000 vittime (su 440.000 abitanti) nella Calabria Meridionale e circa 630 nel Messinese (ma i morti potrebbero esser stati molti di più, fino a 50.000).

Ben sappiamo che, nel 1783, le costruzioni non erano in grado di resistere a violenti terremoti, perché non erano ancora disponibili adeguate tecnologie antisismiche in grado di proteggerle.

Ora, però, non ci sono scuse: disponiamo di tali tecnologie, occorre solo applicarle davvero, attivando, finalmente, corrette politiche di prevenzione sismica.
di Alessandro Martelli