Il ‘filo’ sottile tra intestino e cervello: curare colite, ansia e depressione con i batteri intestinali è possibile?

Provato il diretto collegamento tra cervello e intestino: si potrebbe curare malattie intestinali, ansia e depressione con gli stessi farmaci

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Che l’intestino sia direttamente collegato con il nostro cervello non è ‘solo’ provato dalla scienza. Anche i modi di dire, che per il sentire comune rappresentano la saggezza dei nostri avi, lo dicono: “ragionare di pancia”, ovvero d’istinto è un’espressine molto utilizzata quanto azzeccata: gli scienziati hanno scoperto che esiste un vero e proprio asse intestino-cervello, una sorta di binario sul quale viaggia una ‘conversazione’ a due direzioni, che ‘parla’ attraverso i collegamenti nervosi, ma anche con molecole ‘messaggero’, come gli ormoni o i neutrotrasmettitori. Questi messaggi ‘chimici’ sono prodotti dalle cellule dell’intestino, ma anche dai batteri che compongono il nostro microbioma intestinale. E sono sempre piu’ convincenti le prove che alcuni di questi batteri producono sostanze in grado di influenzare il nostro benessere psicologico o contribuiscano al contrario a determinare problemi della sfera psichiatrica, dall’ansia, alla depressione, all’alessitimia (o ‘analfabetismo emotivo’, l’incapacita’ di processare e interpretare correttamente le emozioni). Per la loro capacita’ di manipolare la nostra psiche e l’inconscio, questi batteri intestinali si sono dunque guadagnati il titolo di ‘psicobiotici’.

Va subito detto che per ora l’argomento appartiene al mondo della ricerca – spiega il dottor Franco Scaldaferri, dirigente medico del CEMAD (Centro Malattie Apparato Digerente) della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS docente nel corso di laurea specialistico in Biotecnologie per la medicina personalizzata all’Universita’ Cattolica, campus di Roma – anche se gli psicobiotici potrebbero fare in futuro il loro ingresso in clinica per coadiuvare il trattamento di alcune patologie. Di certo non saranno terapie ‘a taglia unica’, ma che andranno personalizzate non solo a seconda della condizione da trattare, ma anche su misura del singolo paziente, partendo dallo studio della composizione del suo microbioma”.

Una review appena pubblicata su Digestive and Liver Disease dal gruppo multidisciplinare del professor Antonio Gasbarrini (primo nome Angela Ancona e Irene Iavarone, neolaureate in medicina e tesiste del gruppo, Claudia Petito, psicologa e Valentina Petito, biotecnologa), Ordinario di Medicina Interna presso l’Universita’ Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma e Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche presso la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, traccia lo stato dell’arte di questo argomento di frontiera.

Uno stress ambientale (fumo, l’uso di alcuni farmaci e antibiotici, una dieta povera di fibre e ricca di proteine animali, ecc.) puo’ influenzare lo spessore dello strato di muco che riveste l’intestino e alterare cosi’ la sua funzione di barriera intestinale; questo puo’ portare al fenomeno dell’intestino ‘colabrodo’ (leaky gut), condizione caratterizzata dal passaggio di alcuni prodotti batterici (o i batteri stessi) attraverso la parete intestinale (traslocazione), fino al circolo sanguigno. Quando si verificano queste alterazioni, le cellule immunitarie presenti nell’intestino rilasciano citochine infiammatorie, determinando uno stato di infiammazione cronica. Il sistema nervoso intestinale puo’ ‘avvertire’ tutto cio’ come dolore locale e reagisce attivando l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che a sua volta scatena la neuro-infiammazione. Gli psicobiotici possono ripristinare la corretta composizione del microbioma intestinale ed esercitare effetti benefici sia sull’intestino, che sul cervello.

Le alterazioni del microbiota nei pazienti con sindrome del colon irritabile e Crohn; causa o effetto della malattia? “L’attenzione dei gastroenterologi – spiega il dottor Scaldaferri – si e’ appuntata per ora soprattutto sui pazienti con la sindrome del colon irritabile (IBS) e su quelli con malattie infiammatorie intestinali (IBD), come la malattia di Crohn”. La sindrome del colon irritabile (IBS) e’ un disturbo gastrointestinale molto comune (interessa un italiano su 6) e spesso sottovalutato in termini di impatto sociale, caratterizzato da dolore, fastidi addominali cronici e alterazione della motilita’ intestinale (nella forma IBS-C predomina la stipsi, in quella IBS-D la diarrea, nella IBS-M un insieme delle due). La mucosa intestinale di questi pazienti presenta un’infiammazione cronica di basso grado e il loro microbiota ha una composizione alterata: e’ in genere piu’ ricco di Firmicutes e Proteobacteria e piu’ povero di Bacteroidetes, Actinobacteria e Verrucomicrobia. I pazienti con la forma IBS-D sono poveri di Lactobacillus e Bifidobacterium.

Nei pazienti con IBS la prevalenza di disturbi dell’umore e’ del 94% (soprattutto i pazienti con IBS-D presentano spesso depressione e stati ansiosi, per uno squilibrio della serotonina intestinale, un neuromediatore fondamentale nei disturbi dell’umore). Anche nei pazienti con malattie infiammatorie intestinali (IBD) l’incidenza di disturbi dell’umore e’ del 60-80% in fase attiva e del 30-60% nelle fasi di remissione. Sia i pazienti con IBD che con IBS spesso presentano inoltre alessitimia (o ‘analfabetismo emotivo), condizione caratterizzata dall’incapacita’ di riconoscere e di descrivere verbalmente i propri stati emotivi e quelli degli altri e di distinguere le emozioni dalle sensazioni fisiche. La presenza di questo disturbo suggerisce l’idea che questi pazienti esprimano la loro sofferenza emotiva, attraverso la sofferenza fisica. L’alessitimia e’ presente nel 66% dei soggetti con IBS, nel 33% di quelli con IBD e nel 50% degli epatopatici.

Curare sia le malattie intestinali che l’ansia e la depressione con i batteri intestinali?Gli ‘psicobiotici’ – spiega il dottor Scaldaferri – sono una classe speciale di probiotici, in grado di influenzare favorevolmente il rapporto batteri intestinali-cervello, cioe’ il funzionamento del gut-brain axis; possono esercitare effetti ansiolitici e antidepressivi, agendo sul sistema nervoso intestinale e sul sistema immunitario. Partendo da queste osservazioni, molti studi sono andati a vagliare l’effetto dell’impiego cronico di alcuni batteri del microbiota sulla salute gastrointestinale e psichica e il loro impatto sulla qualita’ di vita dei pazienti”. Gli studi condotti finora su modelli animali e sull’uomo suggeriscono che i sintomi d’ansia potrebbero essere trattati modulando il microbiota intestinale (nel topo funzionano Lactobacillus helveticus, Bifidobacterium adolescents e Bifidobacterium infantis). Il Lactobacillus rhamnosus sembra avere un effetto ansiolitico sull’uomo, sia nei pazienti con IBS, che nel delicato periodo post-partum; il Bifidobacterium longum avrebbe invece un effetto anti-depressivo nei pazienti con IBS. Infine l’uso di Clostridium Butyricum MIYAIRI 588, associato ai farmaci antidepressivi, e’ risultato efficace e ben tollerato nei pazienti con depressione, poco responsivi alla sola terapia farmacologica.

“Si tratta di indicazioni preziose ma assolutamente preliminari – sottolinea il dottor Scaldaferri. – Di certo, un numero sempre piu’ ampio di studi indica che le malattie gastrointestinali peggiorano in presenza di alterazioni psicologiche e vice versa e questo sembra suggerire un ruolo attivo del gut-brain axis. Il microbiota intestinale e’ un protagonista attivo in questo asse e rappresenta un target innovativo per nuovi trattamenti sia nei disturbi intestinali, che in quelli psichiatrici. Studiare le alterazioni dell’asse intestino-cervello rappresenta un ulteriore passo avanti verso la medicina personalizzata“. Approccio multidisciplinare al paziente affetto da disturbi dell’apparato digerente. “Curare la persona e non solo il sintomo, – spiega il professor Antonio Gasbarrinie’ il compito del gastroenterologo del presente e del futuro ed e’ la come mission che ci siamo dati al CEMAD, dove l’approccio multidisciplinare che comprende studio del microbiota, delle abitudini nutrizionali e dell’assetto psicologico del paziente, e’ parte integrante dell’attivita’ clinica e di ricerca per i nostri pazienti”.