Sei mesi fa, il 4 agosto 2020, Beirut è stata devastata da un’esplosione che ha provocato la morte di circa 200 persone, ferendone altre 7mila.
L’esplosione principale, verificatasi alle 18:08, è stata collegata a 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio che erano state confiscate nel 2014 dal governo libanese alla nave M/N Rhosus, depositate nel porto senza misure di sicurezza fino al giorno del disastro.
La detonazione è stata rilevata come un evento sismico di magnitudo 3.3 dall’Istituto geofisico statunitense USGS mentre il Jordan Seismological Observatory l’ha classificata equivalente a un terremoto di magnitudo locale 4.5.
La deflagrazione ha ribaltato auto e devastato edifici con struttura in acciaio, ed è stata gravemente devastata una sezione del litorale. Testimoni hanno riferito che le case sono rimaste danneggiate fino 10 km di distanza: almeno 300mila gli sfollati.

A 6 mesi di distanza, nella parte della città di Beirut distrutta dall’esplosione sembra che il tempo si sia fermato: gli edifici sventrati sono ancora lì e i cantieri per la ricostruzione stentano a ripartire.
Come gran parte del resto del mondo, il Libano sta facendo i conti anche con la seconda ondata di contagi del nuovo Coronavirus, che ha fatto registrare picchi di circa 6mila casi giornalieri a fine gennaio e in totale ha provocato la morte di più di 3mila persone.












































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