“I teatri sono sicuri. Riapriteli come noi”: in Spagna sono aperti da giugno e in Italia il settore langue

I teatri italiani non possono riaprire: eppure la Spagna è l'esempio lampante che si può fare, in piena sicurezza, salvando il settore

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In Italia gli ‘addetti ai lavori’ e non solo stanno combattendo una battaglia da mesi, contro i mulini a vento. I teatri sono chiusi, ma chi di teatro vive e chi nel teatro lavora è fermamente convinta che non sia necessario prolungare la chiusura: si può aprire in sicurezza.

I teatri sono molto più sicuri di tanti altri luoghi. Abbiano messo in moto delle procedure, come quelle dei tamponi, e si fa molta attenzione. Non credo siano luoghi dove ci sia una forte presenza di contagio. Speriamo possano riaprire al più presto, ma il governo lo comunichi con largo anticipo. Abbiamo bisogno di organizzare e promuovere la programmazione, di comunicarla al nostro pubblico”, ha dichiarato il regista, sceneggiatore e scrittore italiano, direttore del Teatro Mercadante di Napoli Roberto Andò.Nessuno disconosce che ci sia, in atto, una pandemia – ha aggiunto – Ma siamo già stati troppo a lungo chiusi. Nessuno parla dei teatri. E’ pericoloso. Si rischia di non comprenderne la forza e il valore. Invece la cultura ha una funzione importantissima e innegabile sulla società“.

“Ritengo che in una situazione così drammatica, si debba, in ogni campo lavorativo, ascoltare ed assecondare esclusivamente la scienza ed i medici“. A dirlo è stato Alessandro Gassmann, commentando così la situazione dei teatri italiani che, dopo le ultime disposizioni, restano ancora chiusi. “Penso – dice ancora Gassmann – sia la sola cosa che possiamo fare, chiedendo però maggiori aiuti economici per le persone rimaste senza un lavoro“.

E a confermare tutto questo arriva l’esperienza della Spagna, dove i teatri sono aperti. “Il teatro è un posto sicuro. I dati sono lì a dimostrarlo: nessun focolaio, nessun contagio fino ad ora”. Così Carla Juliano, produttrice teatrale argentina che vive a lavora in Spagna. Lo spettacolo è comunque andato avanti a Madrid, dove dal 2017 Juliano dirige l’area progetti speciali del dipartimento Performing Arts Management dei Teatros del Canal.

La Spagna, dunque, è un’eccezione alla chiusura delle attività culturali nell’Europa fermata dal virus. E proprio da Madrid è partito l’esempio seguito poi da altre città, come Bilbao, Malaga, Valencia e Barcellona. “Appena abbiamo visto uno spiraglio di apertura, siamo tornati subito al lavoro. Era il 17 giugno scorso, eravamo reduci da due mesi e mezzo di lockdown totale e abbiamo capito che non dovevamo lasciarci sfuggire l’opportunità”, racconta Juliano che ha lavorato per trent’anni in Italia, anche sul set di Federico Fellini ne “La voce della luna“, dopo essersi formata e Londra e a Parigi.

Da giugno la Spagna ha deciso di riaprire gradualmente i teatri. “Noi siamo stati i primi“, ricorda Juliano. “Il nostro vantaggio è che Teatros del Canal è una struttura pubblica a gestione privata, quindi non dipende completamente dalla vendita dei biglietti”. A pagare in modo maggiormente le conseguenze di questa crisi sono stati i teatri privati, in particolare i più piccoli: per loro è diventato impossibile coprire le alte spese di produzione, anche in caso di pubblico con una capienza limitata. “Noi invece abbiamo 4 sale, la più grande di 850 posti, la più piccola ne ha 180“, dice Juliano. “La nostra ripartenza non è stata improvvisa né improvvisata. Nei mesi di lockdown non abbiamo smesso di lavorare neanche un giorno. Tutto lo staff era in collegamento quotidiano sulle piattaforme online, abbiamo aperto streaming di spettacoli passati, riproposto in rete interviste agli attori”.

“Abbiamo rispettato il protocollo sanitario con il massimo rigore, in perfetto coordinamento con le disposizioni del governo e delle autorità regionali. File all’ingresso nel rispetto della distanza, la segnaletica per terra, il codice QR per convalidare il biglietto acquistato via Internet, poi il controllo della temperatura all’entrata, l’igienizzante per le mani e l’obbligo di mascherina nel corso di tutta la funzione”. Si è partiti con una capienza ridotta al 30 per cento, poi aumentata al 50. “Ma quando il governo ha deciso di incrementarla fino al 75 per cento, noi abbiamo di mantenerla al 50, gli spettatori si sentivano più sicuri”. “Abbiamo dovuto rivedere i programmi, adattarci alle circostanze, anche perché la chiusura delle frontiere ci ha costretto a rinunciare a poter invitare compagnie internazionali, tanto nel teatro come nel campo della danza”. Ma alcune nuove opere andate in scena sono proprio il frutto della riflessione di questi mesi di pandemia. Come “Fordlandia“, spettacolo di danza che, secondo l’autrice Lucía Lacarra, “trasmette le sensazioni che abbiamo vissuto in pieno confinamento”.