La prestigiosa rivista scientifica Nature ha dedicato un articolo all’analisi del Comitato tecnico scientifico (Cts), il gruppo di 24 esperti che consiglia il governo italiano nella gestione della pandemia da SARS-CoV-2. L’immagine che ne deriva non è assolutamente positiva: l’articolo di Nature, a cura del biologo molecolare Sergio Pistoi, mette in evidenza gli errori commessi dal Cts e le pesanti conseguenze che hanno avuto sull’epidemia in Italia. Pistoi ha analizzato anche la composizione stessa del gruppo di esperti italiani.
“A marzo 2020, un gruppo di 292 scienziati italiani scrisse una lettera aperta al Primo Ministro Giuseppe Conte. Tra di loro, vi erano direttori dei migliori centri di ricerca clinica e biotecnologica in Italia ed esperti di microbiologia, virologia e test molecolari. Proposero un piano per potenziare la capacità diagnostica del Covid-19 dell’Italia, sfruttando il potenziale dei centri di ricerca accademici e offrirono i loro laboratori e il loro personale senza ulteriori costi”, si legge nell’articolo di Nature. “In quel momento, il tasso di mortalità dell’Italia stava aumentando e gli ospedali erano sopraffatti, nonostante uno stringente lockdown nazionale. I pazienti con sintomi dovevano aspettare diversi giorni per un tampone. Eppure, la chiamata è rimasta inascoltata”. Tra i firmatari della lettera, c’era Andrea Graziani, professore del Dipartimento di biotecnologia Molecolare dell’Università di Torino che afferma: “Abbiamo ricevuto notizie informali dalle funzionari del governo che affermavano che la proposta non era fattibile”.

“Il Cts ha anche esitato prima di dare una chiara raccomandazione sui test delle persone asintomatiche. Il Cts avrebbe dovuto fornire una guida molto più forte sulla strategia di test, secondo Graziani. Mentre si insedia il nuovo governo, diversi scienziati esprimono la speranza che il comitato possa rafforzare la sua competenza in aree come test, biotecnologia e biologia molecolare, che saranno fondamentali per rafforzare i test e per il monitoraggio della diffusione delle varianti”, si legge ancora.
Una gamma ristretta di competenze
“Pochi mesi dopo la lettera di Graziani e colleghi, è stata fatta un’altra proposta al Cts. Arrivava da Andrea Crisanti, professore dell’Università di Padova e autore di uno dei primi studi sul ruolo delle persone sintomatiche nella diffusione del virus. Il suo laboratorio era alla base della strategia di tracciamento e test che ha aiutato a soffocare la prima ondata dell’epidemia in Veneto. A differenza di Piemonte e Lombardia, il Veneto ha incaricato un centro universitario per fornire un’elevata capacità di test. Ad agosto, Crisanti ha inviato al Ministero della Salute una proposta di piano per elaborare fino a 400.000 test molecolari al giorno, un aumento di 7 volte rispetto alla capacità nazionale. Il piano era sostenuto da 150 accademici. Cristanti non ha ricevuto alcuna risposta dal governo. I verbali degli incontri del Cts non menzionano nessuna discussione sulla sua proposta”, riporta l’articolo di Nature.
“Una gamma ristretta di competenze nel Cts potrebbe essere una ragione dietro queste decisioni. Il comitato può contare su figure mondiali in pneumologia, malattie infettive, gerontologia, epidemiologia ma non ha aree fondamentali di competenza in diagnostica molecolare, virologia molecolare e screening ad alto rendimento. Meno della metà dei suoi membri attuali sono nominati sulla base del curriculum; gli altri sono direttori di istituzioni sanitarie, nominati nel CTS ex officio. Soltanto due membri hanno una comprovata esperienza in biotecnologia, ma in campi non legati alle malattie infettive”, si legge.
La sfida del monitoraggio delle varianti
L’articolo di Nature cita Davide Ederle, Presidente dell’Associazione Italiana dei Biotecnologi, secondo cui l’Italia sta producendo pochi dati sulle varianti di SARS-CoV-2 in circolazione, fondamentali per monitorare l’epidemia. “L’Italia attualmente sta sequenziando 1,3 campioni di virus ogni 1.000, con un tempo medio di 2 mesi per caricare i dati sugli archivi pubblici, come Gisaid, una delle performance più basse a livello mondiale. In confronto, il Regno Unito sta sequenziando quasi 40 volte più campioni, con un tempo medio di caricamento di 21 giorni. “Stiamo solo vedendo la punta dell’iceberg. Senza maggiore copertura delle varianti, brancoliamo nel buio”, afferma Francesco Lescai, professore di Bioinformatica all’Università di Pavia.
