Da quando sono state individuate, alcune varianti del coronavirus SARS-CoV-2 hanno acceso le preoccupazioni sull’efficacia di terapie e vaccini sviluppati per contrastare la pandemia. L’attuale insieme di terapie anticorpali e vaccini è stato progettato con una proteina spike (proteina fondamentale per l’ingresso del virus nelle cellule umane) basata sui ceppi che circolavano durante le prime fasi della pandemia nel 2020. Recentemente, sono emerse varianti con una maggiore trasmissibilità nel Regno Unito (B.1.1.7), in Sudafrica (B.1.351), Brasile (B.1.1.248) e altrove, con molteplici sostituzioni nella proteina spike, riporta uno studio pubblicato su Nature. “Studi preliminari con pseudovirus suggeriscono che la neutralizzazione di alcuni anticorpi e sieri immuni potrebbe essere ridotta contro le varianti che esprimono mutazioni nella proteina spike”, riporta lo studio.
Per questi motivi, i ricercatori dell’Università di Washington, nel loro studio, hanno valutato l’attività neutralizzante nella coltura cellulare di anticorpi monoclonali e policlonali contro un gruppo di reali varianti di SARS-CoV-2. In sintesi, le conclusioni dello studio sono le seguenti: “I nostri dati mostrano una potenza neutralizzante di anticorpi e sieri da moderata a sostanzialmente ridotta contro ceppi o varianti isogeniche di SARS-CoV-2 chimerici che contengono una mutazione alla posizione 484”.

“Questi risultati sono importanti perché l’RBM ha una plasticità funzionale e ulteriori mutazioni in questa regione che si verificano con l’evolversi della pandemia potrebbero ulteriormente influenzare l’efficacia delle terapie degli anticorpi monoclonali o dei vaccini. Tuttavia, diversi altri anticorpi monoclonali altamente neutralizzanti hanno mostrato un’attività inibitoria intatta o solo lievemente ridotta contro l’insieme di varianti testato”, scrivono i ricercatori.
