Con la data del 22 aprile 1915 si stabilisce convenzionalmente l’inizio della guerra chimica.
La società europea dell’Ottocento sfociò nel primo conflitto mondiale, in cui i governi e le industrie si sfidarono in una gara all’annientamento che portò alla realizzazione di nuovi sistemi d’arma come quelli in cui furono coinvolti in maniera crescente gli scienziati e che portarono alla guerra chimica.
Le premesse: la nascita della moderna industria chimica

Questo fu possibile grazie al balzo compiuto dalla scienza e dalle sue capacità crescenti che presero il via durante la Seconda Rivoluzione Industriale che tra i settori maggiormente trainanti ebbe la ricerca e l’industria chimica.
La Germania fu alla testa di questo progresso chimico grazie a nuove industrie come la Basf e la Bayer che constavano di imponenti e moderni laboratori in cui operavano chimici con preparazione universitaria.
Haber accolse con entusiasmo la possibilità di misurarsi sul campo della guerra collaborando con altri 92 scienziati, studiosi e artisti che firmarono nel 1914 il Manifesto dei Novantatre che negava l’aggressione della Germania al neutrale Belgio.
Haber si prestò ad applicare i progressi chimici nel mondo militare, soprattutto impiegando i nitrati per confezionare esplosivi: l’ammoniaca infatti consentiva di produrre anche acido nitrico che rappresentava la base degli esplosivi di nuova generazione.
Anche la Gran Bretagna non era nuova all’idea della guerra chimica, tanto che già qualche anno prima aveva condotto degli esperimenti con armi chimiche probabilmente già utilizzate durante la Seconda Guerra Boera.
L’esercito francese, invece, aveva attaccato le postazioni tedesche nell’agosto del 1914 provando ad utilizzare il bromuro di xilile, una sostanza irritante utilizzata dalla polizia parigina come gas lacrimogeno, o secondo alcuni storici l’etilbromoacetato, già testato prima della guerra.
Haber, tuttavia, aveva in mente un’arma ben più temibile che fosse in grado di abbattere il nemico e costringerlo alla resa, così si mise all’opera per convincere lo Stato Maggiore ad impiegare gas tossici.
Questi erano vietati dalla Convenzione dell’Aja, che ne limitava appunto l’uso negli armamenti, ed era stata firmata dalla Germania nel 1907. Tuttavia, sfruttando come pretesto l’utilizzo dei lacrimogeni da parte dei francesi, i tedeschi deferirono la responsabilità della mancata adesione alla convenzione.
Inoltre, sebbene come già spiegato i trattati internazionali vietassero l’uso di armi chimiche un’altra scappatoia che i tedeschi usarono faceva un uso disinvolto di un cavillo di forma: il gas non poteva infatti essere sparato con proiettili d’artiglieria, tuttavia, nulla vietava di usare bombole aperte sul limitare del fronte nemico.
L’attacco di Ypres
I tedeschi, vicino Langemarck, rilasciarono 5.730 bombole contenenti 168 tonnellate di gas di cloro che vennero lanciate su un fronte di circa 6 chilometri.
Nel corso dei primi soli 10 minuti furono circa 5.000 i morti dello schieramento alleato (in cui combattevano francesi, inglesi, canadesi e truppe coloniali algerine).
I 2 battaglioni di algerini inesperti e le 7 compagnie di volontari della riserva francese alla prima esperienza sul fronte erano del tutto ignari di quella nuova e terrificante minaccia e quando videro quella nube acre, di colore giallo-verde e alta come una muraglia, pensarono di trovarsi semplicemente davanti a fumo artificiale creato per occultare l’avanzamento del fronte di battaglia nemico.
Piuttosto che ordinare la ritirata gli ufficiali invitarono a serrare i ranghi e raddoppiarono la vigilanza della prima linea. I militari furono falcidiati esponenzialmente mentre la gialla nube tossica si spostava verso occidente. Secondo le parole di Sir John French, Comandante del corpo di spedizione britannico: «Gli uomini caddero in stato comatoso o in agonia».
Solo il Colonnello e ufficiale medico del 14° battaglione ebbe la prontezza di tentare un disperato tentativo di resistenza a quell’aggressione apocalittica e ordinò: «Presto, urinate su qualsiasi straccio e mettetevelo su naso e bocca». L’ammoniaca dell’urina era infatti in grado di neutralizzare il cloro e salvò più di una vita.
Fu questo il momento di rottura dal quale si susseguirono incessantemente nuovi esperimenti e vennero messi a punto nuovi sistemi di lancio e di dispersione di gas di volta in volta più letali.
Questo gas aveva effetti vescicanti di potenza inaudita, aveva anche il vantaggio di permanere sulle divise e rendere inagibile il campo di battaglia per settimane penetrando persino nel sottosuolo. La caratteristica poi di protrarre la potenzialità offensiva per settimane, con le contaminazioni che si diffondevano celermente anche sui medici e sui barellieri, lo rese subito un’arma innovativa in una guerra che cercava nella tecnologia un aiuto per sfuggire all’immobilità della trincea.
La corsa all’armamento chimico
Il fosgene, era un composto sintetizzato dal chimico inglese John Davy nel 1812 dalla miscelazione di cloro e ossido di carbonio. Si presentava con determinate caratteristiche: era incolore, estremamente tossico quanto aggressivo, possedeva un tipico odore di fieno e risultava circa tre volte più denso dell’aria.
Gli effetti erano ben più devastanti rispetto a quelli del cloro poiché il fosgene era altamente soffocante, urticante per gli occhi, ed aggressivo per le vie respiratorie in quanto provocava un rapido edema polmonare e la conseguente insufficienza respiratoria.
Dopo essere stato eletto dai francesi ad arma chimica scelta venne poi adottato dagli stessi tedeschi, sino a divenire il gas chimico maggiormente impiegato durante la Grande Guerra.
Nonostante in Italia il dibattito della comunità scientifica tra interventisti e neutralisti fosse in pieno svolgimento, la commissione iniziò ugualmente i propri lavori. Tra i risultati più significativi vi fu lo studio di maschere antigas per i soldati italiani impegnati al fronte, ma anche la terribile scelta delle sostanze tossiche da impiegare contro il nemico, le quali vennero selezionate a seguito di studi e analisi sia in laboratorio che in trincea, e che furono usate con i proiettili potenziati al gas.
Il Ministero della Guerra italiano avviò senza esitazione la produzione in specifici stabilimenti, tuttavia, l’efficacia del fosgene venne messa in dubbio poiché il gas era ritenuto instabile e fortemente dipendente dalle condizioni meteorologiche che ne potevano inficiare il risultato bellico, soprattutto si teneva in considerazione la posizione delle trincee sulle altitudini in cui erano situate proprio quelle italiane.
All’alba del 29 giugno 1916 fu proprio sotto un attacco al fosgene che perirono 2.500 soldati italiani, non solo per le esalazioni dei gas, ma anche perché l’agguato, condotto da parte delle truppe austroungariche sul Monte San Michele, avvenne da parte di nemici che non solo erano dotati di maschere antigas ma anche di mazze ferrate che vennero usate per sgombrare la via da coloro che erano semplicemente intossicati e non erano caduti sul momento sotto l’effetto del gas.
Lo stesso sfondamento di Caporetto, riuscì in gran parte per merito dei circa 2000 proiettili al fosgene, lanciati contro gli ignari soldati italiani, nella conca di Plezzo, all’alba del 24 ottobre 1917.
Al termine della Grande Guerra gli storici valutano che le vittime degli attacchi chimici siano state circa 850.000, ripartite più o meno fra 419.000 soldati russi, 190.000 per la Francia, 100.00 per l’Austria-Ungheria, 73.000 per gli Stati Uniti, 60.000 per l’Italia.
Significative furono anche le pesanti eredità ambientali che furono lasciate dalle armi chimiche e i rischi che ancora oggi, a distanza di un secolo, sussistono in presenza di residui bellici pericolosi disseminati in siti ancora sconosciuti.
Gli sviluppi successivi della corsa all’armamento chimico videro risvolti drammatici come l’uso in Giappone e Cina, nonché l’uso del terribile Agente Orange irrorato dagli Stati Uniti durante l’aggressione della Guerra del Vietnam e più recentemente in Sira e Iraq.
Del 13 gennaio 1993 è la Chemical Weapons Convention che proibisce qualsiasi attività rivolta a sviluppo, produzione, acquisizione, detenzione, conservazione, trasferimento e uso di armi chimiche e dei materiali ad esse collegati, convenzione che è stata ratificata da quasi la totalità dei paesi del mondo.