La complessità del bambino ieri e oggi, dal microscopio al telescopio

"Con i bambini serve sia un microscopio molto specializzato per poter analizzare il presente in ogni elemento, che un telescopio per poter guardare al loro futuro"

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Guardare alla complessità del bambino vuol dire non guardare soltanto alle sue manifestazioni sintomatiche, alle sue disfunzioni, ma osservarlo con una lente di ingrandimento che permetta di scrutare il suo mondo interno. “Significa guardare alle sue dinamiche familiari, al contesto più ampio del sociale per poter poi integrare”. A dirlo è Magda Di Renzo, responsabile del servizio di Terapia dell’Istituto di Ortofonologia, intervenendo al convegno ‘50 anni di IdO – Dall’esperienza alle proposte’, aprendo la sessione dedicata a ‘La complessità del bambino ieri e oggi”.

E’ una lente di ingrandimento quella che Di Renzo invita ad utilizzare per cogliere i contesti in cui si muove il bambino, così come serve per la studiosa anche una lente di osservazione più piccola per cogliere le convessità insite in ogni aspetto della vita evolutiva. “Significa – ripete la studiosa – guardare la sua dimensione genetica e tutti gli elementi che caratterizzano la sua modalità di essere al mondo in quel momento del suo sviluppo. Mi piace pensare che con i bambini serva sia un microscopio molto specializzato per poter analizzare il presente in ogni elemento, che un telescopio per poter guardare al loro futuro come un obiettivo da perseguire, senza volerlo rincorrere – aggiunge la psicoterapeuta dell’età evolutiva- ma consentendo al bambino di seguire tutte le tappe che sono indispensabili perché il futuro diventi qualcosa di attualizzabile“.

Era il 1984 quando l’IdO dedicava uno dei suoi primi convegni alla balbuzie per indagarne gli aspetti teorici e terapeutici. “Nel 1975 si era calcolato che ci fossero in Italia circa seicentomila balbuzienti, era un problema fortissimo tra bambini e ragazzi. Poi, con l’andare del tempo, queste percentuali si sono sempre più ridotte e la balbuzie (per quanto riguarda il numero dei casi) è stata sostituita dai disturbi di apprendimento. Oggi si conta, infatti, che siano seicentomila i bambini e i ragazzi con dislessia, disgrafia o discalculia. Seicentomila, proprio tanti quanti erano i balbuzienti“. Ricorda Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva e direttore dell’IdO. “Il problema della balbuzie aveva una causa scatenante sociale, e col tempo, come dicevamo, è quasi scomparso“. Castelbianco mette in evidenza come all’epoca quello su cui si puntava era il raggiungimento del risultato, nel caso della balbuzie: smettere di balbettare “e per farlo c’erano 124 metodi“. Di certo i bisogni dei bambini sono sempre stati il filo conduttore dell’Istituto: “La frase ‘il miglioramento di una singola prestazione non dà un quadro adeguato della maturazione globale del bambino, né lo aiuta’, era lo slogan di un nostro convegno- ricorda il direttore dell’Ido- e racchiude bene il percorso di questi cinquanta anni“. Oggi non si parla più di balbuzie, ma ci sono i problemi di apprendimento. “Non si valuta più la prestazione in base a quello che si dice, ma a quello che si fa. Un rifiuto della scuola, ad esempio, viene tradotto erroneamente in disturbi di attenzione e concentrazione. Ma il problema può essere diverso e lo si capisce nel momento in cui si dà ai ragazzi qualcosa di più interessante da fare. A quel punto riescono a stare ore e ore attenti e concentrati“. In sostanza Castelbianco ci tiene a sottolineare come “il bambino debba avere il tempo per fare i suoi passi, per maturare. Perché oggi come 50 anni fa per la ricerca della prestazione e il raggiungimento dell’obiettivo si sta perdendo la possibilità di evolvere. Dobbiamo rendercene conto– dice- e rivedere alcuni canoni sugli apprendimenti. Noi esperti– sottolinea- dobbiamo dare più spazio alla pedagogia, stiamo invadendo un mondo sano in un modo inappropriato“.

In quest’ottica l’attenzione al futuro del bambino passa esattamente per un’osservazione del presente, per le criticità che investono l’età evolutiva durante la crisi dovuta alla pandemia. Alberto Villani, presidente Società italiana di pediatria (Sip), invita, nel convegno IdO, a fare una riflessione profonda: “Abbiamo avuto modo come pediatri di rilevare un aumento drammatico di condizioni neuropsichiatriche, in cui le fragilità si sono aggravate. Una tra tutte il disturbo del comportamento alimentare, sembra esserci una nuova epidemia”, denuncia Villani. “Quello che sorprende è il constatare che nell’età evolutiva il covid-19 abbia fatto più danni indiretti e smascherato, evidenziato e slatentizzato tutta una serie di situazioni. Credo che serva ricordarsi– prosegue il pediatra- di essere attenti ai problemi neuropsichiatrici e neurocomportamentali dell’età evolutiva. Ciò che avviene in fase evolutiva– sottolinea il presidente della Sip- è ciò che avverrà potenziato in età adulta. Intervenire precocemente è l’unico mezzo concreto che abbiamo per fare prevenzione dei disturbi dell’età adulta“.

Infine Paola Binetti, senatrice Udc e neuropsichiatra infantile, punta sulla libertà per guardare al bambino rispettandone la complessità e costruendo il suo futuro alla luce dei problemi che può incontrare: “Deve essere intesa come il diritto dei genitori alla libertà di educazione dei propri figli e, al contempo, il diritto di scegliere anche il metodo terapeutico, lo stile e il modello che ritengono più idoneo a favorire lo sviluppo dei bambini“, spiega la senatrice. “Questo principio di libertà dovrebbe garantire la possibilità per ognuno di mettere in gioco i propri migliori talenti, le proprie capacità, la propria ricchezza umana, professionale, sociale e culturale. Sono contraria ad ogni forma di modello riduzionistico– conclude Binetti – non solo in termini educativi, ma anche terapeutici”.