Coronavirus, l’analisi dei dati della Sardegna: scagionata la “zona bianca”, le riaperture non hanno provocato alcun aumento di casi

Coronavirus, i dati epidemiologici della Sardegna dimostrano che il contagio e i ricoveri sono cresciuti molto di più in zona rossa che in zona bianca, seguendo lo stesso andamento delle altre Regioni del Sud. Scagionate le "riaperture" di inizio marzo

MeteoWeb

Guai a riaprire tutto, la curva dei contagi tornerà a salire. Avete visto la Sardegna?“. Da “zona bianca” a “zona rossa” in venti giorni tra fine marzo e inizio aprile, la Sardegna è diventato il mantra dei fanatici del lockdown per dimostrare che l’unica soluzione per combattere il virus è stare chiusi barricati dentro casa.

Ma cos’è successo in Sardegna e davvero le riaperture di un mese fa hanno fatto impennare contagi, ricoveri e decessi?

In realtà non è affatto così. La “zona rossa” dichiarata il 12 Aprile per la Sardegna non è stata determinata dal virus e dalla situazione epidemiologica, bensì si è trattato di una scelta politica del ministro Speranza. E’ vero che l’indice Rt è schizzato a quasi 1.4 ma la Sardegna a marzo aveva quasi azzerato il contagio quindi questo dato non ha grande significato perchè partendo da numeri così bassi è molto più semplice che l’indice di contagio si sposti su valori più elevati, che però non significano nulla in termini assoluti. Così come, al contrario, se il contagio rimane stabile ma su numeri molto alti, l’indice Rt può essere fermo a 1 mentre si verifica un dramma sanitario: in Lombardia è stato così lo scorso anno quando abbiamo avuto dieci mila nuovi casi al giorno per due settimane e l’indice Rt era a 0.9 mentre gli ospedali erano al collasso e le persone morivano a migliaia. In Sardegna, invece, è bastato arrivare a 400 nuovi casi giornalieri per vedere l’Rt schizzare a 1.4, non perchè la situazione fosse critica bensì soltanto perchè si partiva da zero. Ecco perchè l’indice Rt, da solo, non significa nulla.

Oggi il “disastro Sardegna”, così come viene erroneamente raccontato dai media, è diventato la bandiera dei chiusuristi, il disperato appiglio di chi tifa per il lockdown, l’esempio da indicare per terrorizzare la gente che vuole tornare alla vita. “Vedete che succede se riapriamo palestre e ristoranti?“. In realtà è successo che Speranza ha dichiarato la “zona rossa” come una punizione calata dall’alto per chi doveva essere considerato untore colpevole di aver riaperto, ma sull’isola non si è verificato nessun disastro epidemiologico o sanitario.

Anzi.

In realtà quello che i fanatici dei lockdown vorrebbero dimostrare parlando della Sardegna viene smentito proprio dai dati epidemiologici della Sardegna, che nonostante sia stata tre settimane in zona bianca a marzo ha avuto un andamento del contagio assolutamente in linea con quello delle altre Regioni del Sud che in zona bianca non ci sono mai state e hanno avuto lo stesso trend registrando un lieve aumento di casi e i ricoveri tra fine marzo e inizio aprile. E’ stato così in Sicilia, che da metà marzo è sempre in zona arancione. E’ stato così anche in Calabria, la Regione meno colpita in assoluto in Europa, ma che tra fine marzo e inizio aprile per due settimane è tornata persino in zona rossa. La curva epidemiologica è assolutamente sovrapponibile a quella della Sardegna, che anche senza le libertà della zona bianca avrebbe quindi avuto questo stesso trend che ricalca quello della primavera 2020 e che si riproporrà nel 2022, a dimostrazione della stagionalità del virus.

Guardiamo ai dati. La Sardegna è una Regione chiusa, un’isola di questi tempi anche molto isolata, che conta 1 milione e 640 mila abitanti e pochi collegamenti con il resto del mondo, soprattutto in questo momento storico di pandemia e in questo periodo dell’anno. Dall’inizio della pandemia, in Sardegna ci sono stati 52.316 casi totali di Covid-19 e 1.330 morti: in Europa soltanto la Calabria ha un tasso di mortalità più basso e un’incidenza del virus inferiore. Il momento peggiore per la pandemia in Sardegna è stato a inizio dicembre 2020, quando i morti erano più di 20 al giorno e gli ospedali hanno raggiunto il picco più alto dei ricoveri con 680 pazienti Covid positivi nei nosocomi dell’isola il 6 dicembre, e 70 nei reparti di terapia intensiva il 4 dicembre. Quei numeri, fortunatamente, sono rimasti molto lontani per tutta la primavera e lo sono tuttora che la curva epidemiologica sta nuovamente scendendo.

La zona bianca in Sardegna è stata dichiarata il 1° Marzo ed è finita il 21 Marzo. Dal 22 Marzo l’isola è entrata direttamente in “zona arancione”, e il 12 Aprile è passata in “zona rossa” dove si trova ancora adesso. Per capire quanto ha influito la zona bianca sul peggioramento della situazione epidemiologica della Sardegna bisogna analizzare i dati. Nelle 4 settimane in cui la Sardegna è stata in zona bianca e gialla, dal 22 febbraio al 22 marzo, nell’isola ci sono stati 2.653 nuovi casi positivi e 96 morti. Nelle 4 settimane successive, tra 22 marzo e 21 aprile, nonostante la Sardegna sia sempre rimasta tra zona arancione e zona rossa, ci sono stati 8.898 nuovi casi e 116 morti. Addirittura nelle tre settimane di zona bianca (1-22 marzo) ci sono stati solo 2.182 nuovi casi positivi, mentre negli ultimi dieci giorni (12-21 aprile) in zona rossa abbiamo avuto 2.917 nuovi casi. Il contagio, quindi, è cresciuto molto di più durante le restrizioni che durante le libertà. Ci si contagia molto di più adesso che le persone sono chiuse in casa, rispetto a quando avevano riaperto i ristoranti a cena. Ed è un dato assolutamente coerente con l’evidenza, oggi ribadita anche dallo Spallanzani, che all’aperto il rischio di contagio è nullo mentre è al chiuso che il virus si moltiplica passando da persona a persona. La soluzione per contagiarsi di meno, quindi, è proprio l’opposto di chiusure e “state a casa“, ma al contrario bisognerebbe aprire il più possibile, incrementare orari di apertura e dei trasporti e invitare le persone ad “uscire di casa” e vivere all’aria aperta.

Anche la situazione ospedaliera ci racconta come la zona bianca non abbia nel modo più assoluto influito sulle ospedalizzazioni. Dopo il picco di inizio dicembre (680 ricoverati, di cui 70 in terapia intensiva) la situazione è migliorata arrivando a inizio febbraio a 415 ricoverati, di cui 35 in terapia intensiva. Il giorno in cui è stata dichiarata la zona bianca, il 1° marzo, i ricoverati erano scesi a 229. Dopo tre settimane di libertà, i ricoverati erano ulteriormente diminuiti scendendo a 207. Il 22 marzo viene dichiarata la zona arancione e dopo una decina di giorni i ricoverati tornano ad aumentare. Il 12 aprile viene dichiarata la zona rossa e i ricoverati sono 396, ancora molti meno di quelli di febbraio e la metà di quelli di dicembre. Oggi, dopo dieci giorni di zona rossa, siamo a 430 ricoverati: sono aumentati di più in zona rossa che in zona bianca, quando erano diminuiti. E i numeri attuali sono comunque molto contenuti, analoghi a quelli di inizio febbraio e lontanissimi da quelli più pesanti di dicembre. Non giustificano alcuna “zona rossa“, ma senza questa “zona rossai sostenitori del lockdown non avrebbero più alibi per giustificare prediche terroristiche, incutere timore nella popolazione e fare pressioni alle autorità che governano il Paese chiedendo ulteriori chiusure (!!).

La Sardegna, al contrario, dimostra che convivere con il virus si può. Che riaprire non aumenta il rischio dei contagi, che la curva epidemiologica segue dinamiche stagionali a prescindere da ogni tipo di chiusura, che i parametri utilizzati per stabilire i colori delle Regioni non hanno alcun valore scientifico e sono assolutamente inutili per condizionare l’andamento epidemiologico. Perchè l’unico vero “disastro” della Sardegna è stato quello della “zona rossa“, delle libertà private e delle attività economiche uccise, delle famiglie disperate e delle persone spaventate, incattivite, disagiate. Con la doppia beffa che persino i contagi e i ricoveri sono cresciuti di più durante le chiusure che nel piccolo spiraglio di libertà concesso a inizio marzo e che adesso l’isola sta passando sui media come la terra del Covid per colpa dei comportamenti adottati durante le riaperture. Si legge di “movida selvaggia“, di “libertà incontrollate” e altri epiteti da regime, come se fosse criminale la normalità della vita, considerazioni degne del peggior Alessandro Gassman, il Re della delazione che meriterebbe un esilio in Cina o nel Laos, a Cuba o in Vietnam.

Torniamo ai numeri epidemiologici:  il “caso-Sardegna” ci consente di guardare con ottimismo alle aperture. Il contagio non aumenterà, perchè siamo ormai quasi a maggio, aumentano il soleggiamento, si abbassa il tasso di umidità, diminuiscono le piogge e crescono le temperature. Il virus morirà clinicamente ancora una volta, gli ospedali si svuoteranno e rimarranno vuoti per più di cinque mesi, fino a inizio ottobre, proprio come un anno fa. Nonostante libertà, spiagge, discoteche, folle e assembramenti. Che quest’anno saranno ancora di più rispetto a un anno fa per i grandi eventi, a partire dagli Europei, la mobilità, la voglia di tornare alla vita dopo un così lungo periodo di reclusione, la tranquillità dell’immunità conquistata da milioni di guariti e altri milioni di vaccinati.

I grandi esperti della virologia mediatica torneranno a toppare le previsioni per l’ennesima volta, quando nonostante le riaperture di 26 aprile e poi di maggio continueremo ad assistere ad un calo del contagio, dei morti e dei ricoveri fino ad azzerarli a giugno. Proprio come un anno fa.

Il problema si ripresenterà ad ottobre, in modo naturale per il ciclo stagionale del virus, in concomitanza con la riduzione del soleggiamento e delle temperature, l’aumento delle precipitazioni e del tasso di umidità. Proprio come sta succedendo in India in questi giorni, con l’inizio della seconda ondata in concomitanza con l’arrivo della stagione delle piogge. Stessa identica tempistica di un anno fa.

Ma per l’Italia e per l’Europa ci auguriamo che chi Governa nei prossimi mesi avrà fatto qualcosa, dai vaccini al sistema sanitario, per farsi trovare pronto al prossimo autunno ed evitare di dover chiudere tutto di nuovo.