La variante indiana sta terrorizzando il mondo. Ma c’è davvero da aver paura? Su cosa sia questa variante e quali siano le sue implicazioni abbiamo già scritto in precedenza, ma uno degli aspetti sul quale è necessario concentrarsi per capire fin dove possa arrivare il terrorismo mediatico, riguarda i cadaveri bruciati in strada. Già, perché nei giorni scorsi abbiamo letto titoloni del tipo: “Troppi morti in India, cadaveri bruciati in strada“, oppure: “In India non si sa più dove seppellire i morti, cadaveri dati alla fiamme“. Il numero delle vittime da Covid, senza alcun dubbio, in India è altissimo, ma questo ha fatto sì che circolasse la notizia che i forni crematori delle città, anche quelle più ricche e popolose, avrebbero deciso di portare i corpi dei morti in strada per bruciarli all’aria aperta. E la notizia è supportata da numerose foto con grandissimi spazi ripresi dall’alto e riempiti da piccoli falò. Una strage, insomma.

Peccato però che si stia facendo un gran confusione, forse volutamente. Già, perché quei falò non centrano nulla con l’emergenza Covid, ma si tratta di una secolare usanza praticata ancora oggi dai fedeli hindu, i quali sono soliti bruciare i cadaveri. Si tratta di un atavico rito, molto comune in India. E’ infatti credenza locale che bruciare il corpo entro 24 ore dalla morte possa aiutare il defunto a raggiungere il paradiso.
Ma non solo. Tutte le grandi città in India hanno più di un forno elettrico ma anche crematori “tradizionali” per chi sceglie la legna. Dunque, è vero che a Nuova Delhi, una delle città più colpite dal virus, i crematori sono stati estesi nei parcheggi, ma perché la metropoli è grande e il numero di vittime altrettanto. Ma tutto il resto è solo propaganda, visto che i cadaveri non sono stati bruciati nelle strade per ragioni logistiche, ma solo per poter compiere i rituali post mortem effettuati da sempre in India.