Archeologia: trovate le ‘tracce’ della prima guerra dell’umanità, vecchia più di tredicimila anni [FOTO]

La prima guerra provata della storia dell'umanità: tracce di battaglie, ossa rotte, guarite e poi rotte di nuovo. La scoperta archeologica dell'atavica violenza interpersonale

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Una nuova analisi del cimitero preistorico di Jebel Sahaba, in Sudan, ovvero uno dei primi siti che mostravano una guerra umana risalente a 13.400 anni fa, suggerisce che i cacciatori-pescatori-raccoglitori si siano impegnati anche in ripetuti conflitti minori. Ovvero delle battaglie, proprio come avviene in tempi più recenti. I risultati sono pubblicati su Scientific Reports. Il trauma guarito sugli scheletri trovati nel cimitero indica che gli individui hanno combattuto e sono sopravvissuti a diversi attacchi violenti, piuttosto che combattere in un evento fatale come si pensava in precedenza.

Isabelle Crevecoeur e colleghi hanno rianalizzato i resti scheletrici di 61 individui, originariamente scavati negli anni ’60, utilizzando tecniche di microscopia di nuova disponibilità. Gli autori hanno identificato 106 lesioni e traumi precedentemente non documentati e sono stati in grado di distinguere tra lesioni da proiettile (da frecce o lance), traumi (da corpo a corpo) e tracce associate al decadimento naturale. Hanno scoperto che 41 persone (67%) sepolte a Jebel Sahaba avevano almeno un tipo di ferita guarita o non guarita. Nei 41 individui con lesioni, il 92% aveva prove che questi fossero causati da proiettili e traumi da combattimento ravvicinato, suggerendo atti di violenza interpersonale.

Gli autori suggeriscono che il numero delle ferite guarite corrisponda ad atti di violenza sporadici e ricorrenti, non sempre letali, tra i gruppi della valle del Nilo alla fine del tardo Pleistocene (da 126.000 a 11.700 anni fa). Essi ipotizzano che queste possano essere state ripetute schermaglie o incursioni tra diversi gruppi. Almeno la metà delle lesioni sono state identificate come ferite da punta, causate da proiettili come lance e frecce, il che supporta la teoria degli autori secondo cui queste lesioni si sono verificate quando i gruppi hanno attaccato a distanza, piuttosto che durante i conflitti interni.

Dunque, i resti dei 61 individui sepolti nel cimitero di Jebel Sahaba offrono una prova unica e sostanziale dell’emergere della violenza nella valle del Nilo alla fine del tardo Pleistocene. Una completa rianalisi dei tempi, della natura e dell’entità della violenza è stata condotta attraverso la caratterizzazione microscopica della natura di ciascuna lesione ossea e la rivalutazione dei dati archeologici. Oltre 100 lesioni guarite e non guarite precedentemente non documentate sono state identificate su vittime nuove e/o identificate in precedenza, inclusi diversi manufatti litici incorporati. La maggior parte dei traumi sembra essere il risultato di armi proiettili e nuove analisi confermano per la prima volta la natura ripetitiva degli atti di violenza interpersonale. Infatti, un quarto degli scheletri con lesioni presenta traumi sia guariti che non guariti. Gli studiosi respingono dunque l’ipotesi che Jebel Sahaba rifletta un singolo evento bellico, con i nuovi dati che supportano episodi sporadici e ricorrenti di violenza interpersonale, probabilmente innescati da importanti cambiamenti climatici e ambientali. Jebel Sahaba è uno dei primi siti al mondo che mostrano violenza interpersonale.