Il virologo Baldanti: “Le varianti sono sempre più simili tra loro, SARS-CoV-2 sta finalmente incontrando una fase di declino”

Baldanti: "Stiamo osservando mutazioni che tornano negli stessi punti. Questo suggerisce che il virus possa essere nella condizione di stare esaurendo la sua capacità di sopravvivenza"

Nella pandemia da SARS-CoV-2, le varianti hanno sempre tenuto il mondo con il fiato sospeso, nel caso di eventuali maggiori capacità di diffusione o di una maggiore letalità. SARS-CoV-2, infatti, è già cambiato innumerevoli volte: tante le varianti scoperte, da quella inglese, a quella brasiliana fino a quella sudafricana.

Ma solo le varianti più “vantaggiose” per il virus si diffondono e hanno già rimpiazzato da mesi il ceppo originario di Wuhan, sostiene in un’intervista a Repubblica il virologo Fausto Baldanti. Secondo il responsabile del laboratorio di Virologia Molecolare del San Matteo di Pavia, gran parte di queste varianti presenta mutazioni irrilevanti, il che per il momento non ha compromesso l’efficacia dei vaccini. “Ciò che vediamo ci porta a pensare sempre più convintamente che il virus stia finalmente incontrando una fase che potremmo definire di declino, ha affermato Baldanti.

Secondo Baldanti, questo “virus che non può mutare all’infinito” e soprattutto sembra mutare sempre negli stessi posti: “E, come abbiamo notato più volte, la mutazione 484 ritorna. Quindi questo significa che più di tanto un virus non può trasformarsi nel punto in cui la proteina Spike aggancia le cellule”. Insomma, “abbiamo osservato che, se le mutazioni cominciano a ritornare nelle stesse posizioni, si è ad un punto in cui il virus potrebbe anche non evolvere” e che “le posizioni non possono mutare all’infinito perché sono in numero limitato. Ora stiamo osservando mutazioni che tornano negli stessi punti. Questo suggerisce che il virus possa essere nella condizione di stare esaurendo le possibilità di mutazione che ha nella zona di aggancio della proteina. Parlo della mutazione 484, trovata per la prima volta nel gennaio scorso, che abbiamo riscontrato nella variante brasiliana, e poi anche in quella sudafricana, associata alla mutazione 417. Ed infine a quella indiana, associata alla mutazione 452?, spiega il virologo.

La speranza è che “queste somiglianze siano l’indicazione che effettivamente il Covid che abbiamo conosciuto sia impossibilitato a mutare all’infinito, che stia esaurendo la capacità di sopravvivenza” per trasformarsi “in un virus umano a bassa intensità”.