Ma quanto parlano questi vulcani!? Le divertenti vignette che fanno ‘parlare’ i vulcani [FOTO]

Cosa direbbero i vulcani se potessero parlare? Ce lo dicono le vignette di Grazia Musumeci

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di Grazia Musumeci e Boris Behncke

Molti dei lettori avranno notato che quando parliamo dell’Etna, spesso lo facciamo quasi come se parlassimo di una persona, una donna, e non di rado la si sente chiamare, da parte della gente che vi abita, “mamma Etna”. Lo stesso vale per lo Stromboli, chiamato “Iddu” (lui) dagli abitanti della sua isola. Personificare i vulcani significa creare un rapporto con qualcosa che sembra misterioso ed incomprensibile, dandogli un carattere più familiare, e a questo non manca spesso una buona dose di umorismo. Grazia Musumeci, meglio conosciuta come Grazia Emme, che vive nella città di Acireale alla base sud-orientale dell’Etna, ha trovato un modo ingegnoso di dare vita ai nostri vulcani, e sul nostro blog li fa parlare, fra di loro e con noi: lo fa attraverso le sue vignette, ormai famose fra gli etnei (e non solo).

I vulcani hanno cose da dire e io lo so, perché parlano con me quasi ogni giorno e a me piace ascoltarli.

Non pensate che io sia matta, perché c’è chi – oltre ad ascoltarli – con i vulcani parla direttamente, in un linguaggio complesso fatto di numeri e formule che però assicura a noi cittadini comuni la sicurezza di dormire sonni tranquilli. Sono gli scienziati e i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, coloro che davvero li sanno capire e possono addirittura comunicare con loro alla pari.

Anche gli anziani, i nostri nonni, con i vulcani parlano e si confrontano alla pari, usando il linguaggio dell’esperienza di una vita intera.

Io non ho le competenze scientifiche e non ancora abbastanza esperienza di vita vissuta. Quindi i vulcani li sento parlare, capisco cosa vogliono dire ma non posso comunicare con loro. Posso solo riportare quello che mi raccontano … e per farlo uso il disegno, la fantasia, il linguaggio dei sogni che non ha età né codici particolari.

Ecco, adesso l’Etna borbotta perché vorrebbe essere lei a raccontare perché mi piace tanto disegnarla. E Stromboli, al solito suo, ribatte che io non lo so disegnare come si deve, perché lui è molto più alto (e figo!) di come lo rappresento nei miei fumetti. Vulcano invece tossicchia e chiede soltanto a che mi serve raccontare questa storia? Vabbé, dai, avete detto la vostra … bravi. Vesuvio, Marsili, voi continuate a dormire e a russare tranquilli. La storia oggi la racconto io, punto e basta.

In tanti mi hanno domandato perché disegno vulcani. Soprattutto perché li disegno con gli occhi, la faccia buffa e le espressioni simpatiche, come fossero umani e divertenti. Non si scherza con le cose serie della natura, che potrebbero anche farci del male o toglierci la vita! Invece io penso di sì. Si deve proprio scherzare su questo, sdrammatizzare. Lo so, perché da bambina sono cresciuta in una casa con vista sull’Etna. Una fortuna, direbbero i vulcanologi. Beh, sì, ma non se hai 6 anni e vedi quei fiumi di fuoco scendere lungo i fianchi della montagna e temi che possano entrare dalla tua finestra! Non se a 10 anni sperimenti una stagione intera di terremoti! No, in quel caso l’Etna fa paura.

Ma io ho avuto la fortuna di avere genitori intelligenti, che mi spiegarono allora il perché l’Etna era, invece, un vulcano buono e gentile, e che era un po’ come un papà, per noi. Anzi, come una mamma!

L’Etna una mamma? Ok! Allora doveva avere una faccia. Così cominciai a disegnarla, per sentirla più umana, più vicina e meno spaventosa. Lo feci per un po’, poi abbandonai. Da adulta, ritrovando quei disegni, ho ripreso a disegnare l’Etna … stavolta con più impegno … e così le facevo dire e commentare eruzioni, eventi naturali ma anche fatti della vita sociale e politica. Erano disegni che nascevano per ridere tra amici, per prenderci in giro tra noi, per creare cartoline di auguri e nulla di più. Fumetti per passare qualche ora insieme, per decorare i social, così senza un obiettivo.

Qualcosa è cambiato nel 2018. Nel dicembre di quell’anno, la notte di Santo Stefano, l’Etna ci ha “regalato” un terremoto bello tosto! (Sì, non brontolare, è stato uno scherzo davvero di cattivo gusto … inutile che adesso fai l’innocentina! Sta’ zitta un po’ e fammi dire!). Hanno tremato tutti i paesi pedemontani del fianco est e sono crollate case. Solo per miracolo non ci sono state vittime, ce la siamo cavata con qualche ferito. Ma la paura è stata immensa, il dolore di chi ha visto andare in pezzi il proprio luogo sicuro è stato vero, pesante, triste.

In uno dei paesi più danneggiati dal sisma abita la famiglia di mio fratello e la mia nipotina Beatrice, a quel tempo, aveva solo 9 anni. Ha visto la sua stanza ballare, i suoi giocattoli cadere dagli scaffali, ha passato la notte in auto, al freddo, con mamma e papà. Ha avuto paura, per la prima volta, di quella montagna gigantesca che adesso la cacciava di casa. La sua abitazione ha retto, per fortuna, e lei è potuta rientrare pochi giorni dopo. Molte sue amichette, però, sono rimaste senza un tetto e negli occhi di queste bambine l’Etna era paura, rabbia, pianto. Era il nemico.

“Zia, come possiamo fare per consolare le mie amichette?”

“Bea, non lo so. Proviamo con un disegno?”

“Disegniamo l’Etna”

“Va bene. Cosa le facciamo dire?”

“Facciamo che chiede scusa”

Così, quel giorno, per la prima volta i fumetti dei vulcani che facevano ridere gli amici sono diventati “I Vulcanetti”, “ I VulComics”,  un modo per raccontare – alle persone che non riuscivano ad ascoltarli – quello che i vulcani avevano da dire. Per esempio, quello che io e mia nipote sentivamo nella voce di un’Etna colpevole che doveva chiedere scusa per esser stata tanto arrabbiata. O nella voce di Stromboli che si crede tanto favoloso e tanto adulto e non si rende conto di dover ancora crescere parecchio. O ancora nella voce di Vulcano che ci insegna a combattere contro il bullismo. Perché tutti lo prendono in giro chiamandolo “puzzone”, ma lui non se ne cura perché sa bene di essere bellissimo e utilissimo! I bulli e le malelingue possono parlare a vuoto! E poi c’è la voce del Vesuvio … anzi no, quella non c’è. Lui dorme sempre! La voce del Marsili? Meglio non sentirla troppo forte né troppo presto!

Ecco,  questi sono i “vulcanetti” di VulComics. Se piacciono ai bambini, alle persone, ai turisti che sognano di venire in Sicilia, io sono contenta. Se in qualche modo possono aiutare gli scienziati a diffondere messaggi che informino la gente sul loro comportamento, mi fa piacere. Se questi disegnini potranno regalare un momento di serenità – alla fine di una giornata di lavoro, durante un brutto periodo, dopo una delusione – sarà un onore averli inventati. Averli creati. E mi sentirò meno “matta” ad ascoltare i vulcani quando vorranno sussurrarmi qualcosa … perché attraverso i disegni saremo in tanti, un domani, ad ascoltare e soprattutto a capire. Ed è quello che io, Beatrice, l’Etna … sì, sì, anche voi Stromboli, Vulcano e compagnia bella … ci auguriamo e vi auguriamo.