19 Giugno 1996 – L’Alluvione della Versilia

Esattamente 25 anni fa un'alluvione in Versilia provocò morti e distruzione. Il geologo Giampiero Petrucci descrive quel tragico evento

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La Versilia, sul litorale settentrionale della Toscana, è tra le aree turistiche più note del nostro paese. Alla salubrità delle sue lunghissime spiagge sabbiose aggiunge nel retroterra il panorama mozzafiato delle Alpi Apuane, ricche di quel marmo pregiato col quale già gli antichi Romani adornavano le loro maestose dimore e la cui bellezza venne esaltata dalle incomparabili statue di Michelangelo Buonarroti. Le Apuane non superano i 2000 metri di quota (la vetta più alta è il Monte Pisanino, 1947 m s.l.m.), ma sono considerate una sorta di “paradiso” geologico ed escursionistico, ricco di biodiversità e peculiarità paesaggistiche tra cui pure il celebre Monte Forato (che deve il suo nome all’arco naturale situato verso la sua cima): dal 2012 fanno parte della rete dei Geoparchi tutelati dall’Unesco. Formatesi durante l’orogenesi alpina, rappresentano una sorta di “Alpi in miniatura” e dal punto di vista geologico possono essere definite come un complesso metamorfico di cui appunto il marmo è il principale componente. Per questo sono costituite principalmente da Carbonato di Calcio (CaCO3) e di conseguenza sono caratterizzate anche da un certo carsismo il cui parossismo è ben evidente nel grande complesso ipogeo dell’Antro del Corchia, nei pressi dell’omonimo monte, e nella Grotta del Vento di Fornovolasco. In superficie le colline sono solcate, oltre che dalle numerose cave di estrazione e dai relativi ravaneti (i luoghi di accumulo dei detriti di escavazione) biancheggianti al sole, da valli profondamente incise che si sviluppano su pendii generalmente ripidi dove l’acqua scorre con modalità prevalentemente torrentizie. La catena montuosa apuana, lunga una cinquantina di km, divide il versante versiliese da quello della Garfagnana, la valle del fiume Serchio, che si trova nella parte interna, esposta a nord-est: si snoda dunque tra le attuali province di Massa-Carrara e Lucca.

Il 19 giugno 1996 nella parte più alta delle Apuane, in particolare nella zona intorno al Monte Forato, si verifica lo scontro di aria fredda, proveniente da nord, con aria calda ed umida risalente dalla vicina costa: ciò provoca improvvisi ed imprevisti temporali che causano nubifragi di inaudita violenza, una sorta di flash flood in un periodo in cui ancora questo termine era sconosciuto. L’area interessata dai fenomeni è piuttosto ristretta ed ubicata esclusivamente in quota: in pianura e sulle spiagge versiliesi cadono poche gocce. Ad essere più colpiti dall’evento estremo sono i bacini dei torrenti Serra e Vezza. Precipitazioni violente si sviluppano anche sul versante della Garfagnana, in particolare nel bacino del Turrite, non lontano da Gallicano.

Le piogge, iniziate all’alba, raggiungono il loro culmine verso mezzogiorno, ma durano comunque tutto il pomeriggio: i pluviometri indicano oltre 400mm giornalieri cumulati nelle stazioni meteo collinari di Retignano e Pomezzana (col picco di 470mm), paese quest’ultimo situato a 600 metri di quota. Situazione similare a Fornovolasco il cui pluviometro cessa di registrare dati alle 14.45, data l’abbondanza di precipitazioni. Al contrario in pianura, ed in particolare nelle zone marine di Pietrasanta e Viareggio, si registrano valori non superiori ai 20mm giornalieri. Ciò dimostra dunque come l’evento si sia sviluppato quasi esclusivamente nella porzione alta del bacino: questa limitata localizzazione delle precipitazioni ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione del fenomeno in disastro.

Le abbondantissime piogge in quota infatti travolgono i rilievi, dilavando la corte terrigena, asciutta e riarsa dopo un periodo siccitoso. Si susseguono smottamenti e frane anche di grandi dimensioni che sradicano alberi (soprattutto castagni) e trascinano a valle anche numerosi tronchi incautamente tagliati e lasciati al suolo in attesa di essere trasportati via. Tutto questo materiale detritico viene convogliato, tramite una serie di numerose colate, nei piccoli impluvi, torrenti e canali della zona nei quali si formano, per il cosiddetto “effetto castoro”, alcune dighe naturali che ostruiscono il normale scorrere dell’acqua. Sotto la pressione continua della piena, questi piccoli sbarramenti alla fine cedono, quasi tutti insieme, e si forma un’immensa ondata, molto ricca di materiale solido, che intorno alle ore 13.50 travolge il piccolo borgo di Cardoso, famoso per la lavorazione artigianale dell’omonima Pietra, un’arenaria locale molto utilizzata nell’attività edile.

Il piccolo paese, dove abitano circa 200 persone, è letteralmente distrutto dall’enorme ondata di fango e detriti, una colata (come è stato calcolato) di circa un milione di metri cubi. Mentre qualcuno riesce a sgattaiolare nei boschi, diverse case vengono abbattute, col livello delle acque che sale fino a circa 5 metri di altezza sulle facciate degli edifici. Rimane in piedi solo la chiesa e le poche abitazioni circostanti. Si sviluppa una vera e propria catastrofe: il borgo in pratica non esiste più. Si contano nove morti, travolti dalla piena: alcuni corpi verranno ritrovati dopo alcuni giorni, anche a diversi km di distanza, perfino tra le lussuose ville di Forte dei Marmi. Il caso più commovente è quello della vittima più piccola, una bambina di 4 anni, Giulia, il cui cadavere verrà restituito dal mare, a Portovenere, nei pressi di La Spezia.

alluvione versilia 19 giugno 1996

Ma non finisce qui. L’onda infatti prosegue la sua folle corsa verso valle e travolge altri paesi, esondando furiosamente: Ponte Stazzemese (dove giunge all’altezza del secondo piano delle abitazioni e trascina via numerose auto parcheggiate davanti al Municipio), Ruosina e Seravezza. Qui viene registrato il picco di portata pari a 571 mc/sec, un valore enorme per un bacino così limitato arealmente. Cede pure qualche ponte mentre la piena si dirige velocemente in pianura. In località La Rotta (un nome evidentemente non scelto a caso), dove in passato il fiume Versilia (formato dalla confluenza dei torrenti Serra e Vezza) era stato deviato artificialmente creando un’ansa verso ovest, l’acqua “si riprende il suo cammino” (fenomeno ben noto in idrografia), tracimando e sfondando l’argine, tornando a seguire il suo corso originario. La pianura tra Pietrasanta e Forte dei Marmi viene così allagata, creando gravi danni alle numerose aziende intorno alla Via Aurelia (impraticabile per giorni) ed alla ferrovia (pure interrotta). Bloccate pure le numerose vie di accesso alla Marina, con le spiagge alluvionate ed invase da detriti di ogni genere, comprese alcune carcasse di animali sorpresi dalla furia delle acque. Il sistema delle infrastrutture è totalmente stravolto.

Situazione similare sul versante della Garfagnana anche se viene colpito esclusivamente il bacino del Turrite e soprattutto l’abitato di Fornovolasco dove si registra un’altra vittima, una donna travolta dal fango. Nella tragedia qui però si sviluppa anche un colpo di fortuna che lenisce il bilancio: acqua e fango hanno infatti modo di essere convogliati nel laghetto artificiale di Trombacco, in quel momento semivuoto, il cui livello viene innalzato dalla piena di ben sei metri. La diga resiste, salvando in questo modo la cittadina di Gallicano: altrimenti sarebbe potuta accadere un’altra strage.

Alla fine, tra mille polemiche per il mancato allarme e previsioni meteo totalmente incoerenti con quanto accaduto, si contano 15 vittime, con l’intero paesaggio apuano fortemente sconvolto. L’ex Sindaco di Seravezza, Giannarelli, dopo aver visto quanto accaduto dall’elicottero, parlerà di fianchi della montagna “grattati” ed ancora oggi, a distanza di 25 anni, in alcuni casi gli effetti del disastro si possono notare sulle pareti delle colline, con la vegetazione che a fatica tenta di colmare i solchi e le ferite lasciate dalle frane. Si notano però, anche e soprattutto, gli effetti di quello che è stato definito il “modello Versilia” ovvero una ricostruzione mirata, attenta, partecipe dei rischi idrogeologici, con la perimetrazione delle aree più esposte e la prevenzione come criterio primario. Oggi il paese di Cardoso non presenta più edifici sugli argini, gli alvei di torrenti e canali sono stati opportunamente allargati, nei corsi d’acqua sono state inserite le apposite “briglie” atte a prevenire le ondate di piena, sono stati messi in atto nuovi assetti urbanistici teoricamente più sicuri anche se (unico neo peraltro importante) è mancata una cospicua manutenzione dei boschi. Quello della Versilia pare comunque uno dei rari casi in cui l’insegnamento del disastro è stato opportunamente recepito sia pure non totalmente. Ma, rispetto a quanto è accaduto in altri disastri similari, è comunque un passo in avanti.