Bimbo di 3 anni cade in un pozzo a Roma: 40 anni dopo la morte di Alfredino è l’ennesima prova che in Italia “manca la cultura della prevenzione”

Bimbo caduto in un pozzo a Roma: l'ennesimo incidente di questo tipo fa tornare alla mente quanto accaduto esattamente 40 anni fa a Vermicino

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I vigili del fuoco hanno soccorso e recuperato oggi un bambino di 3 anni e mezzo caduto in un pozzo in un’area di cantiere in via Stefano Borgia, a Primavalle. Il piccolo è stato affidato ai sanitari del 118 che ne hanno disposto il trasporto all’ospedale “Gemelli”: è ricoverato in prognosi riservata, ma non sarebbe in pericolo di vita.
Ricevuta la segnalazione, la Sala operativa del Comando di Roma aveva inviato sul posto la squadra di Montemario e gli specialisti dell’Usar (Urban search and rescue). Sul posto, oltre ai vigili del fuoco, anche le pattuglie della polizia locale del XIV Gruppo Monte Mario.

pozzo bimbo roma

Il pozzo della raccolta delle acque piovane è di dimensioni 50×50, con un’altezza di circa 4,7 m.
I caschi bianchi hanno provveduto a delimitare l’area. Sulle cause dell’incidente sono in corso le indagini da parte dei carabinieri. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo.

L’ennesimo incidente di questo tipo (si ricordi, tra gli altri casi, anche la tragica morte del 13enne di Gorizia, precipitato nel pozzo del parco Coronini Cronberg, la mattina del 22 luglio 2020) fa tornare alla mente quanto accaduto esattamente 40 anni fa a Vermicino: sono impresse nella memoria quelle 60 ore di agonia vissute da Alfredino Rampi, e assumono il valore di monito le parole della madre del bimbo, Franca Bizzarri Rampi.

Quarant’anni fa l’incidente di Vermicino, la madre di Alfredino: “In Italia manca ancora la cultura della prevenzione”

alfredino rampiIl 10 giugno del 1981 a Vermicino, in una campagna vicino a Frascati, Alfredino Rampi, 6 anni, stava tornando da una passeggiata in campagna con la famiglia, quando chiese e ottenne di poter proseguire da solo il cammino verso casa. Giunti a casa i genitori non lo trovarono e scattarono subito le ricerche, che coinvolsero anche le forze dell’ordine. Alla fine si scoprì che il piccolo era caduto in un pozzo artesiano (pozzo in cui le acque sotterranee arrivano in superficie senza ausili meccanici) profondo circa 80 metri e largo 28 cm, recentemente scavato. Inizialmente si stimò che Alfredino si trovasse a 36 metri di profondità a causa di una curva o rientranza del pozzo. Le operazioni di salvataggio si rivelarono subito difficilissime: il tentativo di far scendere con una corda una tavoletta alla quale far aggrappare il bambino per tirarlo su si rivelò una pessima decisione. La tavoletta rimase bloccata a 24 metri, quindi molto più in alto rispetto al bambino, e la corda che avrebbe dovuto ritirarla su si spezzò. Il tunnel ne risultò ostruito, ostacolando ulteriormente i soccorsi. Alla fine si decise di optare per la perforazione di un tunnel parallelo ma le caratteristiche del terreno richiesero fino a circa 36 ore di lavoro. Quando finalmente si raggiunse il pozzo, si scoprì che il piccolo, probabilmente a causa delle vibrazioni provocate dagli scavi, era sceso a 60 metri di profondità.
L’unica soluzione rimasta era tentare il recupero con la discesa di qualche volontario. Ci provarono diverse persone: speleologi, esperti di pozzi, persone comuni, nani e persino un contorsionista circense. Nessun tentativo andò a buon fine: nonostante in diverse occasioni si raggiunse il bambino, problemi con l’imbracatura o altri metodi impiegati per tirarlo su fallirono e in una di queste il piccolo Alfredino riportò anche la frattura di un polso. Alla fine Alfredo Rampi morì il 13 giugno, dopo circa 60 ore di angoscia e agonia. Dalla triste vicenda emerse anche l’incapacità dei soccorsi, la mancanza di organizzazione e coordinamento, che alla fine portarono alla nascita della Protezione Civile.

In questo Paese “manca ancora a livello diffuso la cultura della prevenzione“: lo sostiene Franca Bizzarri Rampi, la madre di Alfredino, un pensiero affidato a Daniele Biondo, psicoanalista, del direttivo del “Centro Alfredo Rampi”, fondato a poche settimane dalla tragedia. Molti italiani – ricorda Emanuela De Crescenzo, ANSA – rimasero incollati davanti al televisore per seguire i tentativi di salvataggio del piccolo e quando la Rai decise di interrompere la diretta, l’azienda fu sommersa di proteste e decise di ristabilire il collegamento, finendo per raccontare il triste epilogo. “Anche se in realtà Franca Rampi,  davanti a quelle telecamere non accettò di esibire il proprio dolore e proprio per questo fu trattata male da una certa stampa conformista dell’epoca. Reagì al dolore con grande forza: fece subito un appello per mobilitarsi come cittadini e istituzioni, fondò dopo poco l’associazione a nome del figlio perché nessuna mamma dovesse vivere il dramma che aveva vissuto lei. Fu l’unica diretta di tre giorni che raccontò davvero la realtà: in cui si vide la confusione, la disorganizzazione, la pressione psicologica sui soccorritori e il paese ne rimase traumatizzato. Fu davvero un racconto della realtà, mentre i reality oggi sono solo finzione,” afferma Biondo. Sul versante della prevenzione c’è ancora molto da fare, ma su quello dei soccorsi secondo lo psicanalista “al contrario si sono fatti passi da gigante e in Italia dopo 40 anni è cambiato tanto purtroppo e al tempo stesso grazie a Vermicino. Tutto quello che all’epoca è mancato e che purtroppo, forse, ha generato anche il fallimento del salvataggio di Alfredino è migliorato. Abbiamo imparato che c’era bisogno di un sistema organizzato di soccorsi, un coordinamento tra soccorritori che a Vermicino non c’era“. Grazie all’impegno dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini (che disse a Franca Rampi: “Per lei ho creato un ministero che non esisteva“) nacque il Ministero della Protezione Civile. “Ma Franca Rampi e tutti noi abbiamo combattuto per 11 anni per avere una legge sul sistema nazionale della Protezione Civile, legge che venne alla fine approvata nel ’92 e che oggi diamo per scontata,” sottolinea Biondo.