Covid e clima, al Nord il virus uccide di più: dati e numeri della pandemia che prolifera in presenza di smog

Smog e freddo, contro caldo e ambiente quasi sano: il Covid, la sua diffusione e la sua letalità tengono conto di questi elementi per attecchire e svilupparsi

Crisi sanitaria, cambiamenti climatici e inquinamenti atmosferici, relazione sempre più stretta. Anche strumentalizzazione? Alcune riflessioni sulla vicenda sanitaria che si sta vivendo in tutto il mondo.

Partiamo da dati incontrovertibili. Sotto sono riportati i morti per tutte le cause al mondo anno per anno a partire dal 2009 a oggi

  • 2019: 58,39 milioni
  • 2018: 57,63 milioni
  • 2017: 56,94 milioni
  • 2016: 56,33 milioni
  • 2015: 55,82 milioni
  • 2014: 55,41 milioni
  • 2013: 55,09 milioni
  • 2012: 54,84 milioni
  • 2011: 54,64 milioni
  • 2010: 54,50 milioni
  • 2009: 54,39 milioni

L’ultimo dato in riferimento ai morti totali per tutte le cause al mondo nell’ultimo anno pandemico 2020, è stimato in circa 59.230.000, anche se dato non definitivo.

pandemia coronavirus covidDunque, nel 2009 ci sono stati 54.390.000 morti, mentre nel 2019, 58.390.000 morti con un incremento di giusto 4 milioni in 10 anni. Va sottolineato che fino al 2015, l’incremento è stato di 1.430.000. L’altro incremento, di 2.570.000, è intervenuto dal 2015 al 2019. Vi è poi il dato del 2020 stimato al 31 dicembre con circa 59.230.000 morti. L’incremento tra il 2019 e il 2020 è di circa 840.000 morti. L’incremento tra il 2018 e il 2019 è di circa 760.000 morti. Quindi nell’anno pandemico 2020 si sono avuti 840.000 morti in più in tutto il mondo, rispetto al 2019, ma circa 80.000 morti in più rispetto al trend di crescita dell’anno precedente. Il trend di crescita delle morti è esponenziale dal 2015 ad andare avanti, ossia di pari passo con l’esasperazione del ciclo caldo che ha visto, negli ultimi 5 anni, i 3 più caldi da quando esistono le rilevazioni. La crescita delle morti dal 2009 al 2020 è stata di quasi 5 milioni, 4.840.000 per l’esattezza, di cui quasi 3 milioni e mezzo dal 2015 a oggi. È chiaro, lapalissiano, come i morti negli ultimi 5/6 anni, siano stati in crescita più del doppio rispetto alla crescita nel settennio dal 2009 e fino al 2015, guarda caso di pari passo, lo torniamo a evidenziare, con l’incremento della temperatura terrestre e quindi con l’esasperazione da ciclo caldo che ha visto, nel 2020, una temperatura media di +1,2°, la più alta di sempre. Non c’è alcun dubbio che le nuove condizioni climatiche, con temperature più calde su tutto il globo ma, soprattutto, con maggiore presenza-persistenza di anticicloni, specie invernali, che rendono l’aria meno movimentata nei bassi strati e quindi più predisponente a concentrazione di materiale inquinato verso il suolo, siano la causa principale dell’incremento dell’inquinamento e delle morti in più. Quando parliamo di temperature più calde e incidenza di queste sull’aggressività di patogeni e anche particolati, ci riferiamo, essenzialmente, a qualche grado in più delle temperature nel semestre freddo, in seguito all’aumento generalizzato della temperatura terrestre. Alle nostre latitudini, infatti, la variabilità stagionale, mette in condizione l’organismo umano di mutare stagionalmente il sistema immunitario ed essere meno vulnerabile alle azioni di patogeni e sostanze esterne nella stagione calda, estate ( cosa che non accade, invece, alle latitudini subtropicali ed equatoriali, per una più ridotta variabilità stagionale e una conseguente più “statica” condizione immunitaria degli organismi umani viventi su queste aree ); invece, 1/2° in più nel semestre freddo, favoriscono un ambiente termico ideale, specie in presenza di umidità e particolati inquinanti, per rendere l’aria oltremodo acida e nociva. Dunque, alla luce di questa evidenza come si pone il patogeno covid-19  in riferimento alle morti in più in tutto il mondo?

Senz’altro ha una corresponsabilità finale, ma la territorialità dell’incidenza, evidente in tutte le nazioni coinvolte, non pone alcun dubbio sulla sua stretta connessione con l’andamento meteo-ambientale nei bassi strati. Dove questi mostrano una presenza più esasperata di inquinanti e una maggiore acidità dell’aria, il patogeno fa più male, dove le sostanze chimiche sono meno presenti, l’offensiva del patogeno è contenuta. Qualche esempio nostrano giusto per rendere evidente la stretta connessione crisi sanitaria con il deterioramento ambientale: Emilia Romagna – Campania. Due regioni a confronto, la prima del Nord, che presenta una vasta area pianeggiante facente parte della Pianura Padana (una delle aree più inquinate d’Europa e con microclima particolare per cui gli anticicloni invernali protratti consentono poca mobilità di aria, parecchia umidità e un enorme ristagno di inquinanti dei bassi strati) e l’altra, la Campania, regione del Sud, posta tra due Bacini, quello Adriatico e Tirrenico, con orografia in prevalenza collinare, diffusamente montuosa, caratterizzata sulle aree interne dalla presenza dello spartiacque appenninico e con clima decisamente più movimentato, aria, quindi, molto più dinamica e certamente minore (pur sempre presente) concentrazione di materiale chimico.

Intanto un po’ di numeri sulla popolazione generale e sulla densità abitativa: 5.700.000 gli abitanti la Campania, 4.500.000 circa l’Emilia Romagna, naturalmente c’è il milione e passa di abitanti in più in Campania; densità abitativa sulle principali metropoli, 2.700 abitanti per km2 Bologna, sui 2.600/2.700 abitanti per km2 anche Napoli. Ebbene, i casi covid in Emilia Romagna, a oggi, 1 giugno, sono stati complessivamente 383.879; i casi covid complessivi in Campania, 419. 269, circa 35.000 in più, se non altro per il milione e passa di abitanti in più. I morti, invece sono stati: 13.186 in Emilia Romagna, 7.200 in Campania, dopo un anno e 3/4 mesi di Covid. Quasi il doppio in Emilia Romagna. In Campania, la regione con più casi del Sud, non ci sono stai morti oltre la media, nel computo generale. Qualche picco in alcuni mesi, il più importante nello scorso Marzo, ma in molti altri mesi, nessun picco, anzi con morti sotto media, anche di diversi punti percentuali. Le morti medie in Campania per problematiche respiratorie possono essere annualmente circa 5300 e su 15/16 mesi circa 7000, ossia pressoché i morti Covid da inizio pandemia. Quindi, tutto in media o quasi.

In Emilia Romagna, rispetto alle morti medie nazionali annuali per malattie respiratorie, possono morire normalmente in un anno 4000 persone circa, in 15/16 mesi le morti possono essere 5000/5300 circa, mentre di morti covid in questi 15/16 mesi di pandemia ce ne sono stati 13.186, ossia enormemente più del doppio della media in proporzione agli abitanti.  Dunque, perché in Emilia-Romagna, con minore popolazione della Campania, stessa densità abitativa nelle aree metropolitane più grandi e alle medesime condizioni di lockdown, se non ancora più restrittive e, infine, con minori casi positivi, vi sono stati più del doppio di morti rispetto alla media annuale di morti per malattie respiratorie e, in Campania, mortalità pressoché nella norma? La risposta è una sola: perché in quelle aree la gente è sfinita dal particolato chimico presente in atmosfera che, per ragioni orografiche e meteo-climatiche più di qualsiasi altra parte in Italia, riesce ad accumularsi nei bassi strati. D’altronde i dati sono inequivocabili: fino a 150 µg/m³  di particolati chimici velenosi sulla Pianura Padana, max 40/50 µg/m³ sulle aree più inquinate campane e la soglia di rischio è sui 25/30 µg/m³. Ci riferiamo a picchi medi, perchè picchi particolari in alcune fasi si sono portati fino a oltre 200 µg/m³ in Pianura Padana.

La sempre più ricorrente e insistente stabilità atmosferica invernale, una maggiore umidità e un lieve aumento delle temperature medie invernali conseguenti al ciclo caldo in atto da anni, contribuiscono a rendere l’aria molto acida in presenza di particolato chimico, quindi ancora più dannosa per la salute. In più, da molti anni a questa parte, ossia da quando è iniziato il minimo solare, 2008, ecco la ragione per cui siamo partiti a valutare la crescita delle morti dal 2009, è diminuito il vento solare, di pari passo con la minore potenza radiativa della nostra stella, ed è aumentata, invece, anno per anno, la possibilità che particelle cosmiche radioattive penetrino in atmosfera. In assenza di vento solare, caratteristica tipica questa quando vi è un ciclo di minimo solare, le particelle cosmiche possono penetrare di più nel nostro sistema solare e raggiungere i pianeti che ne fanno parte. La terra ha altri sistemi di difesa, come l’atmosfera terrestre e il magnetismo terrestre, sistemi che riescono a filtrare o a respingere buona parte di queste particelle radioattive, tuttavia, in presenza di minimo solare protratto, inevitabilmente, comunque, particelle riescono ad entrare nella nostra atmosfera e raggiungere anche i bassi stati, tant’è che il NOAA, National Oceanic and Atmospheric Administration, ossia l’ente di ricerca nazionale americano per l’atmosfera, ammette ufficialmente che particelle radioattive cosmiche, i cosiddetti raggi cosmici, in presenza di minimo solare protratto, possono raggiungere la nostra atmosfera, anche gli strati bassi, e creare problematiche di salute proprio sotto l’aspetto della circolazione, dell’apparato respiratorio e determinare anche morte improvvisa su soggetti sani. Dunque, in atmosfera c’è tanto materiale nocivo ed esso è ufficialmente responsabile di almeno 9/ 10 milioni di morti ogni anno.

In questo quadro, l’aspetto patogeno ha sì una influenza, ma decisamente collaterale. Per concludere con una metafora, questa vicenda sanitaria che stiamo vivendo somiglia tanto a una battuta di caccia di una leonessa e il proprio cucciolo. Al fine di svezzare quest’ultimo, la leonessa insegue l’antilope, riesce ad afferrarla, poi la stringe alla gola e con le sue forti mascelle la soffoca fino a ridurla in fin di vita. Tuttavia non la uccide, lascia che sia il cucciolo, per istinto, ad imprimerle l’ultima stretta alla gola e procurarle la morte. Naturalmente il cucciolo ancora non svezzato, mai sarebbe stato in grado di uccidere l’antilope, semmai di procurarle qualche lieve ferita. Ebbene, in questa faccenda sanitaria, il cucciolo si configura come il nostro virus che, comunque, è in grado di uccidere, diciamo così, per istinto, ma che non avrebbe la forza, perlomeno questo virus, di farlo di per sé. La leonessa, invece, si configura come l’inquinamento atmosferico, i particolati chimici e tutto il resto delle sostanze nocive presenti in atmosfera, compresi, negli ultimi anni, i residuati cosmici radioattivi, tutti elementi in grado di uccidere da soli l’uomo e certamente di sfinirlo (specie i più deboli) a tal punto che anche un patogeno di media aggressività, quando sopraggiunge, può toglierlo la vita. Senza tutta la “porcheria” presente in atmosfera questo virus mai avrebbe fatto il male che ha fatto.

Questo, crediamo, sia oramai comprensibile a tutti, proprio per la enorme differenza di incisività della crisi sanitaria, rispetto alla territorialità. Ma in tanti giustamente dicono: si, bene, l’atmosfera è marcia e magari l’aspetto climatico-ambientale è il primo responsabile della crisi sanitaria, ma se eliminiamo il patogeno, eliminiamo il problema. Quindi, con il vaccino, eliminiamo il problema. Questo è vero in misura minima, poiché 9/10 milioni di morti all’anno al mondo continueranno a esserci, a prescindere dal patogeno. Per di più, usando un’altra metafora, il vaccino si pone in questa fattispecie, come un antidolorifico alla presenza di un mal di dente. Risolve certamente il problema, magari spesso esso sembra assolutamente sparito, ma non eradica la causa. Prima o poi il problema si ripresenterà e non ci saranno soluzioni fino a quando non si caverà il dente. Se, peraltro, si va avanti a suon di antidolorifici, il corpo, notoriamente, non ci va bene. E tutto questo ai governanti del mondo è piuttosto chiaro. Le relazioni degli organi scientifici di ricerca, inevitabilmente e imprescindibilmente nel senso descritto sopra, sono loro evidenti.

E allora perché non si parla di vere cause e si affronta il problema evidentemente considerando l’eradicazione del dente, ossia l’adoperarsi per ridurre drasticamente l’immissione di sostanze nocive nella biosfera, relativamente alle sostanze di derivazione antropica, nonché adoperarsi per far si che  gli stanziamenti umani, perlomeno, li si ubichi su aree a minor impatto ambientale? Ovvio, perché ci sono tanti, troppi tornaconti. Si vuole sperare che siano solo di tipo speculativo, economico e che non ce ne siano anche di tipo geo-politico. Perché se dovessero prevalere questi ultimi, ahinoi, potremmo essere destinati a continue esasperazioni di crisi, magari sempre più anche artefatte, quindi con sempre minore naturalezza delle stesse e più artificiosità. Si vuole sperare vivamente che ciò non accada.