Pillole di Storia: Italia-Austria agli Europei è il “Derby del Piave”, perché sorridere ad un ex nemico è sempre una vittoria

Italia e Austria, dalla guerra al calcio e quella partita del 1922 che sancisce la parità: sorridere al nemico è sempre bello, ma sentirsi uguali a lui lo è ancora di più

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Dire che Italia-Austria sia un derby potrebbe far storcere il naso a molti, ma di fatto è così. Non fosse altro perché le due Nazioni si sono contese così a lungo alcuni territori da aver instaurato un rapporto da nemici/amici ormai secolare.

Per raccontare questa Storia è necessario partire dall’inizio, o quasi.

La prima battaglia del Piave

La prima battaglia del Piave si svolse nel corso del primo conflitto mondiale. Era novembre 1917 e al confine tra Trentino e Veneto si schierarono da una parte il Regio Esercito italiano, e dall’altra le forze dell’Impero tedesco e dell’Impero austro-ungarico. L’umore, per i nostri, era basso: i fumi della battaglia di Caporetto si erano appena spenti e la sconfitta bruciava come una ferita curata con il sale. Le truppe italiane, per questi motivi, venivo date già per battute, o quasi. E a non riporre grandi speranze nei soldati nostrani erano gli stessi vertici militari. Ma si sbagliavano tutti: gli italiani opposero una tenace resistenza nei dintorni del monte Grappa tra le rive del Brenta e del Piave, facendo così in modo che la linea difensiva impostata lungo il Piave potesse continuare a resistere all’offensiva nemica. La scelta, per tedeschi e austro-ungarici fu solo una: optare per la guerra di trincea. Loro, che avevano sperato in una ‘vittoria lampo’ contro un esercito italiano stremato, si videro costretti a ripiegare e stare sulla difensiva. Gli italiani incalzavano.

La linea di difesa italiana si trovava sul confine fra Trentino e Veneto, e andava, da ovest a est, dal fiume Brenta (passando per il col Moschin, monte Grappa, monte Tomba e Monfenera) al Piave, protraendosi verso nord includendo i monti Fontana Secca, Prassolan, Roncone e Tomatico, tutte alture delle Prealpi Bellunesi. Il Comando Supremo Militare Italiano restò sorpreso dai suoi stessi uomini, dalla tenacia e dal valore delle truppe della 4ª Armata, su cui nessuno in quel momento avrebbe fatto affidamento. Eppure, vinsero. E vinsero in maniera netta, con metodo e con precisione. Con forza e con coraggio.

La prima battaglia del Piave fu anche l’unica battaglia di difesa elastica che si svolse nel fronte italiano durante la prima guerra mondiale, caratterizzata da pronti e meticolosi contrattacchi del Regio Esercito che aveva deciso di concedere più autonomia agli ufficiali sul campo, con conseguente aumento del morale generale. Per gli italiani, in seguito, arrivo anche l’elogio a distanza dai nemici, e in particolare dal Capo di Stato Maggiore della XIV Armata austro-tedesca, Konrad Krafft von Dellmensingen, che disse: “La sistemazione delle posizioni italiane nella zona orientale del Grappa fu esemplare. E fu ottima anche verso il Brenta, dove però si sarebbe potuto anche meglio valorizzare lo sbarramento dell’importante direttrice d’attacco monte Roncone – monte Pertica; ma, tutto sommato, all’attaccante (austriaco, ndr) fu colà tesa una brutta trappola, nella quale egli penetrò piuttosto spensieratamente“.

Dopo quella battaglia, la questione non terminò.

La seconda battaglia del Piave

La seconda battaglia del Piave (15-23 giugno 1918), vide gli austriaci ottenere alcuni successi iniziali, non però decisivi. Il comando austro-germanico aveva deciso di attaccare su due distinti settori: uno, fra Valdobbiadene e Nervesa, l’altro tra le Grave di Papadopoli e Musile. L’obiettivo era il settore compreso fra San Donà e Mestre-Padova, dove le due armate si sarebbero riunite al gruppo austriaco proveniente dal Grappa. Ma il 17 giugno la complessa manovra del nemico si poteva dire fallita nonostante l’occupazione di buona parte del Montello, la posizione chiave più importante della pianura; al successo della difesa aveva contribuito l’azione distruttiva delle artiglierie italiane, integrata dall’azione delle fanterie in riserva generale, manovrate per bloccare quasi in partenza le iniziative nemiche.

La battaglia prese a volgere a favore degli italiani dal giorno 19: la manovra di contrattacco doveva consistere in un’azione avvolgente del Montello per le ali, affidata a due forti masse tendenti a ricongiungersi sul vertice del saliente, alle spalle delle prime linee nemiche. Nelle prime ore del pomeriggio del 19 giugno la battaglia riprese accanitissima per iniziativa italiana, e il 21 gli austriaci aveva perduto gran parte del Montello conquistato precedentemente.

Intanto, anche dalle Grave di Papadopoli al mare gli austriaci furono progressivamente serrati su uno spazio sempre più ristretto. Il comando italiano intensificò quindi il fuoco delle artiglierie sulle truppe austro-ungariche, schiacciate tra il fronte d’attacco e il fiume in piena alle spalle. Infine, il 23 giunse l’ordine della ritirata e nella notte del 24 tutta la destra del Piave era completamente sgombrata dalle armate austro-tedesche. L’Italia aveva vinto di nuovo. Contro coloro che erano considerati i migliori da più fronti.

L’ultima battaglia del Piave

Il 24 ottobre 1918 iniziava sul monte Grappa una forte azione dimostrativa: gli italiani volevano conquistare il monte Pertica ed il Prassolan, raggiunti e perduti diverse volte. Fu un giorno infausto, durante il quale morirono circa 3000 soldati.

Il 25 ed il 26 ottobre riprese dunque la battaglia sul Grappa, mentre la piena del Piave impediva alla 3ª armata italiana di attraversarlo. Ad ogni azione italiana corrispondeva una decisa contro azione austriaca, ogni tentativo di sfondare sembrava essere destinato al fallimento. Gli austro-ungarici non volevano perire di nuovo sotto i colpi dei fendenti italiani. All’alba del 27 ottobre gli austriaci rioccupavano il monte Pertica, ma a causa della nebbia fittissima furono investiti dal tiro della propria artiglieria e poi da quella italiana. Dovettero ritirarsi.

Finalmente il 28 mattina alcuni ponti gettati sul Piave permisero alle truppe della 3ª armata di superarlo e avviare la battaglia, insieme ad inglesi e francesi. L’esercito italiano, di nuovo, sembra il favorito. Il 29 il generale austriaco Boroeviç telegrafò al suo Comando Supremo che, dopo cinque giorni di battaglia e senza che lo sforzo italiano accennasse a diminuire, la capacità di resistenza delle truppe era seriamente compromessa. I soldati austriaci erano demoralizzati: si rifiutavano di continuare non solo la battaglia, ma perfino la guerra. Diserzioni e ammutinamenti erano all’ordine del giorno. Il 30 ottobre le armate partite dal Piave erano alle porte di Vittorio Veneto, mentre gli austriaci in ritirata tentavano ancora, pallidamente, di opporre resistenza. Il 31 iniziava il ripiegamento delle truppe imperiali sul Grappa, mentre alcuni ‘colleghi’ restarono sulle Alpi.

Il 1° novembre l’esercito italiano si lanciò all’inseguimento del nemico lungo la valle del Piave, verso Longarone. La sera di quello stesso giorno il generale Boroeviç chiedeva al proprio Comando se l’esercito doveva continuare combattere contro l’Italia. Il 2 novembre, le armate italiane del Trentino attaccarono e gli austriaci, già distrutti, iniziavano il ripiegamento verso la Val Pusteria. Il 3 novembre a villa Giusti, ad Abano, venne firmato l’armistizio tra l’Italia e l’Austria-Ungheria.
Il giorno successivo per l’Italia terminava la Prima guerra mondiale. “La guerra contro l’Austria-Ungheria, che sotto l’alta guida di sua Maestà il Re – Duce Supremo – l’esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per quarantun mesi, è vinta…“, disse Armando Diaz, proclamando la vittoria. Il Regno d’Italia aveva ottenuto il Trentino-Alto Adige e i territori in Friuli e Istria.

Dalla guerra al calcio: quella partita che sancisce la parità e il ritorno alla Guerra

Sono trascorsi solo tre anni da quella vittoria, che per i nemici è ovviamente una sconfitta, dura e cocente. La guerra è finita. E’ il 5 gennaio 1922 e a Milano Italia e Austria si fronteggiano di nuovo. Questa volta, però, sono in un campo da calcio e ogni calciatore accoglie con commozione e in ‘religioso’ silenzio gli applausi di chi fino a una manciata di anni prima era un nemico. Da uccidere, se necessario.

Al Velodromo Sempione di Milano i calciatori non si aspettavano applausi, forse perché le ferite sono ancora troppo sanguinanti. I morti ancora troppo ‘caldi’. Ci si aspettavano fischi e insulti, ma furono solo applausi. Hugo Meisl, allenatore dell’Austria, durante una cerimonia pre-partita disse: “Siamo animati verso di voi dai migliori sentimenti di cortesia: chiediamo cortesia”. E la cortesia ci fu, e tanta anche. Da parte di tutti. La partita terminò con un risultato che sa di beffa del destino, o forse di insegnamento divino per chi è credente: 3-3. Un pareggio che sa di parità e che non sancisce vincitori, e nemmeno vinti. Al termine del match un silenzio assordante si concretizzo sugli spalti, nelle tribune. Nessuno voleva andare. “Continuate a giocare, fatelo per i nostri caduti“, sembravano voler dire gli spettatori in silenzio. Ma il 90′ minuto era stato fischiato e non c’era seguito. La partita era finita. Un abbraccio morale tra ex nemici attraversò tutto il Velodromo. Siamo pari, siamo uguali e siamo senza armi.

Nel 1937 si svolse poi un’altra partita tra le due nazioni, ma eravamo quasi di nuovo in guerra, di nuovo disumanizzati e il match venne sospeso per troppa violenza in campo. Il 21 marzo di quell’anno si giocò a Vienna una partita di Coppa Internazionale tra l’Italia e l’Austria che non vide mai la fine. Nessun risultato, perché interrotta dall’arbitro per i gravissimi disordini in campo e sugli spalti. Quel 3-3 del ’22 non ci aveva insegnato nulla, perché la guerra, checché se ne dica, è insita nella natura umana.