Ricorrono oggi i 50 anni dall’incidente della Soyuz 11 la navicella russa a bordo della quale il 30 giugno 1971 perirono 3 cosmonauti: Georgij Timofeevič Dobrovol’skij il comandante; Viktor Ivanovič Pacaev l’ingegnere di bordo e Vladislav Nikolaevič Volkov l’ingegnere collaudatore.
Sebbene fossero rientrati come previsto dalla stazione spaziale russa presso la quale erano stati per 23 giorni, quando i tecnici sovietici aprirono la navicella al rientro nella steppa kazaka trovarono solo 3 corpi esanimi e a nulla servirono le operazioni di primo soccorso operate dai medici. Ma cosa andò male nella missione sella Soyuz 11? Uno stesso incidente potrebbe ricapitare?
La Soyuz 11 equipaggio e missione

Il lancio avvenne dal cosmodromo di Baikonur e la Soyuz 11 partì il 6 giugno 1971 con a bordo un equipaggio così composto: Georgij Timofeevič Dobrovol’skij (al primo volo), comandante; Viktor Ivanovič Pacaev (al primo volo), ingegnere di bordo; Vladislav Nikolaevič Volkov (al secondo volo), ingegnere collaudatore.
I tre cosmonauti erano parte dell’equipaggio di riserva del volo, poiché una tosse insistente che affliggeva il comandante dell’equipaggio originario aveva fatto temere che si trattasse di una tubercolosi e che in volo l’avrebbe potuta trasmettere ai due altri membri dell’equipaggio. La diagnosi si rivelò errata ma l’equipaggio venne sostituito prima che si avesse la certezza della situazione.
La missione che venne loro affidata non fu priva di problemi. In particolare, si rivelò grave un principio di incendio che mise fuori uso il telescopio che si trovava a bordo della stazione spaziale e fu il motivo principale per il quale il rientro venne anticipato di una settimana.
L’equipaggio, tuttavia, era rimasto a bordo della Saljut per tre settimane, con lo speciale incarico di collaudare tutti i sistemi e di eseguire alcuni esperimenti scientifici. Dallo spazio, inoltre, riuscirono anche a trasmettere alcune immagini verso terra, trasmesse in diretta televisiva.
L’incidente della Soyuz 11
Il 30 giugno 1971 i tecnici dell’Agenzia Spaziale russa si trovavano nelle steppe del Kazakhstan in attesa del modulo di rientro. La navicella atterrò con successo, portando con sé i primi umani che erano stati in grado di abitare un avamposto umano nello Spazio.
I paracadute si aprirono come da programma e la Soyuz 11 atterrò nella steppa. Solo un particolare non era andato come previsto: i tre astronauti non avevano risposto alle chiamate dalla Terra durante l’attraversamento dell’atmosfera.
L’orrore si rivelò quando i tecnici aprirono il portellone della navicella per controllare come mai non avessero ricevuto risposta: i tre cosmonauti erano immobili nei loro posti, con le cinture ancora allacciate ai seggiolini e non davano cenni di vita.
L’intervento dei medici fu immediato, ma i primi soccorsi, le respirazioni bocca a bocca e i massaggi cardiaci furono del tutto inutili: Dobrovol’skij, Pacaev e Volkov erano morti.
La soluzione del mistero dell’incidente della Soyuz 11
Nella missione Gemini 7 della Nasa, che durò 13 giorni, il cuore degli astronauti aveva in effetti dato segni di impigrimento e nel luglio del 1969 la scimmia Bonny, a bordo del Biosatellite 3, era morta per insufficienza cardiaca dopo un volo durato appena 9 giorni.
La causa della morte dei tre cosmonauti fu una valvola della navicella che avrebbe dovuto equiparare la pressione dell’aria interna con quella presente all’esterno; sebbene fosse stata progettata per scattare in azione poco prima dell’atterraggio, la valvola in questione scattò immediatamente dopo il distacco della Soyuz dalla stazione spaziale ed espulse tutta l’aria che si trovava all’interno dell’abitacolo.
Il problema, però, probabilmente risaliva alla fase di distacco dalla Saljut che non avvenne come da manuale perché i bulloni che univano la navicella e la stazione spaziale si staccarono simultaneamente attraverso le microcariche predisposte a tale funzione e non separandosi uno dopo l’altro in sequenza. Questo causò un repentino allontanamento della navicella e allo stesso tempo fece aprire la valvola prima del tempo previsto.
Rimangono ancora gli unici esseri umani ad essere morti nello Spazio e non nell’alta atmosfera terrestre.