“Codice rosso per l’umanità”: il nuovo rapporto IPCC denuncia “temperatura in aumento ad una velocità mai vista, concentrazioni di anidride carbonica record”

Pubblicata la prima di 3 parti del 6° rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change, approvato dai 195 governi dell'ONU

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Nel 2019, le concentrazioni atmosferiche di CO2 sono state le più alte degli ultimi 2 milioni di anni e quelle dei principali gas serra (metano e biossido di azoto) le più elevate degli ultimi 800.000 anni; negli ultimi 50 anni la temperatura della Terra è cresciuta a una velocità che non ha uguali negli ultimi 2.000 anni; l’aumento medio del livello del mare è cresciuto a una velocità mai vista negli ultimi 3000 anni: sono queste alcune delle indicazioni contenute nella prima delle tre parti, diffusa oggi, del 6° rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) approvato dai 195 governi dell’ONU.
Il nuovo rapporto sul clima dell’IPCC è “un codice rosso per l’umanità” secondo il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, per il quale è ormai inevitabile superare i combustibili fossili, “prima che distruggano il nostro pianeta“. Secondo Guterres il rapporto è la revisione più dettagliata sul clima mai condotta finora.
Secondo gli scienziati, il continuo aumento del livello del mare è uno dei fenomeni dei cambiamenti climatici già in atto, “irreversibili in centinaia o migliaia di anni,” si precisa nel report “Cambiamenti climatici 2021 – Le basi fisico-scientifiche”, la prima delle tre parti del Rapporto che verrà completato il prossimo anno.
Gli esperti, tra cui anche italiani del CNR, affermano che il climate change riguarda ogni area della Terra e tutto il sistema climatico e avvertono che forti e costanti riduzioni di emissioni di CO2 e di altri gas serra sono ancora possibili e in grado di limitare i disastri provocati dai cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo.
Viene richiamato un drastico e immediato taglio dei gas serra per abbassare la febbre del pianeta, in particolare della CO2 che permane nell’atmosfera per centinaia di anni. Durante i lockdown causati dalla pandemia, infatti, sottolineano gli scienziati, nonostante la riduzione globale del 7% dell’anidride carbonica, non c’è stato alcun effetto apprezzabile sulla temperatura della Terra.

Il rapporto dell’IPCC mostra che le attività umane hanno ancora il potenziale per cambiare il corso del clima futuro: è chiara l’evidenza scientifica, precisa l’IPCC, che mostra che l’anidride carbonica è il principale motore dei cambiamenti climatici, anche se altri gas serra e inquinanti atmosferici contribuiscono a influenzare il clima. La riduzione delle emissioni di CO2 porterà effetti positivi sulla qualità dell’aria, osservabili su una scala temporale di alcuni anni. Diversamente, gli effetti sulla temperatura del pianeta saranno visibili solo dopo molti decenni. Da qui l’estrema urgenza di interventi tempestivi e sostanziali per la riduzione delle emissioni clima-alteranti.

Cos’è l’IPCC

Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), creato dalle Agenzie delle Nazioni Unite UNEP (UN Environmental Program e WMO (World Meteorological Organisation) nel 1988, ha il compito di redigere a scadenza regolare rapporti di valutazione sulle conoscenze scientifiche relative al cambiamento climatico, ai suoi impatti, ai rischi connessi, e alle opzioni per la mitigazione e l’adattamento.
È attualmente in corso di finalizzazione il 6° Rapporto IPCC (AR6).

Ogni Rapporto IPCC si compone di tre parti, ognuna redatta a cura di un apposito Working Group (WG).

  • Working Group I: valuta le nuove conoscenze scientifiche emerse rispetto al rapporto precedente.
  • Working Group II: valuta gli impatti del cambiamento climatico sull’ambiente e la società e le azioni di adattamento necessarie.
  • Working Group III: valuta le azioni di mitigazione del cambiamento climatico.

Ogni WG redige un rapporto mediamente dell’ordine di 2-3000 pagine, accompagnato da un Riassunto tecnico che mette in evidenza i punti salienti del rapporto e un breve Summary for Policy Makers ad uso dei responsabili politici dei paesi associati all’ONU, nei quali sono condensate per punti essenziali tutte le informazioni analizzate nel dettaglio nei singoli rapporti.
Ogni WG si compone mediamente di 200-250 scienziati (Lead Authors) scelti su proposta dei singoli governi dal Bureau IPCC. La partecipazione dei singoli scienziati è volontaria e non retribuita.
È bene ricordare che i risultati dei Rapporti IPCC sono basati esclusivamente sull’esame critico di diverse migliaia di lavori scientifici pubblicati (14.000 solo per quanto riguarda il WG I).
I Rapporti IPCC, la cui stesura impegna gli scienziati per circa tre anni, sono soggetti prima della stesura finale a due fasi di revisione da parte di diverse centinaia di altri scienziati esperti del settore e da parte di esperti dei singoli governi.
Oggi, 9 agosto 2021, è stato presentato ufficialmente il Rapporto del Working Group I dedicato allo stato dell’arte delle basi scientifiche del cambiamento climatico e degli avanzamenti rispetto all’ultimo rapporto AR5.
Gli altri due Rapporti di cui si compone AR6 sono tuttora in corso di elaborazione e verranno presentati nei primi mesi del 2022.
Per quanto riguarda il Working Group I, sui 234 Lead Authors provenienti da 66 Paesi, tre sono gli scienziati appartenenti a un’istituzione di ricerca italiana, tutti ricercatori dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

I principali risultati del rapporto: il focus del CNR

Lo stato attuale del clima

Rispetto al precedente Rapporto IPCC (AR5, 2013), spiega in un approfondimento il CNR, nuove e più dettagliate osservazioni, unite a modelli climatici sempre più perfezionati, hanno permesso di approfondire la conoscenza e la quantificazione dell’effetto antropico sul clima della Terra, comunque già accertato da almeno un decennio.

  • Le emissioni antropiche dei principali gas serra sono ulteriormente cresciute, raggiungendo nel 2019 concentrazioni di 410 parti per milione (ppm) per CO2 e 1866 parti per miliardo (ppb) per il metano.
  • La temperatura media globale del pianeta nel decennio 2011-2020 è stata di 1.09°C superiore a quella del periodo 1850-1900, con un riscaldamento più accentuato sulle terre emerse rispetto all’oceano.
  • La parte preponderante del riscaldamento climatico osservato è causata dalle emissioni di gas serra derivate dalle attività umane.
  • A seguito del riscaldamento climatico, il livello medio dell’innalzamento del livello del mare fra il 1901 e il 2020 è stato di 20 cm, con una crescita media di 1.35 mm/anno dal 1901 al 1990 e una crescita accelerata di 3.7 mm/anno fra il 2006 e il 2018.

Tutti i più importanti indicatori delle componenti del sistema climatico (atmosfera, oceani, ghiacci) stanno cambiando ad una velocità mai osservata negli ultimi secoli e millenni

  • La concentrazione dei principali gas serra è oggi la più elevata degli ultimi 800.000 anni.
  • Nel corso degli ultimi 50 anni la temperatura della Terra è cresciuta ad una velocità che non ha uguali negli ultimi 2000 anni.
  • Nell’ultimo decennio l’estensione dei ghiacci dell’Artico durante l’estate è stata la più bassa degli ultimi 1000 anni e la riduzione dell’estensione dei ghiacciai terrestri non ha precedenti negli ultimi 2000 anni.
  • L’aumento medio del livello del mare è cresciuto ad una velocità mai prima sperimentata, almeno negli ultimi 3000 anni e l’acidificazione delle acque dei mari sta procedendo a una velocità mai vista in precedenza, almeno negli ultimi 26.000 anni.

COVID-19, qualità dell’aria e clima

Un fenomeno del tutto imprevedibile e inaspettato, la pandemia dovuta al virus COVID-19, ha permesso di condurre un esperimento altrimenti impensabile: la riduzione in tempi brevissimi delle emissioni di inquinanti atmosferici e gas serra dovuta ai lockdown estesi praticamente in tutto il mondo. Mentre la riduzione delle emissioni inquinanti ha portato a un seppur temporaneo miglioramento della qualità dell’aria a livello globale, la riduzione del 7% delle emissioni globali di CO2, una riduzione enorme mai sperimentata nei decenni passati, non ha prodotto alcun effetto sulla concentrazione di CO2 in atmosfera e, conseguentemente, nessun apprezzabile effetto sulla temperatura del pianeta.

Questo perché, mentre la riduzione delle emissioni dei principali inquinanti, che permangono in atmosfera per alcuni giorni o, al massimo, per alcuni mesi, ha un rapido effetto sulla loro concentrazione con un considerevole beneficio sulla salute umana e sull’ambiente in generale, al contrario, per contrastare il riscaldamento climatico sono necessarie riduzioni della concentrazione di CO2, che permane in atmosfera per centinaia di anni, e degli altri gas serra che siano sostenute nel tempo e di grossa entità fino alla completa decarbonizzazione.

Il nostro possibile futuro

In questo Rapporto, i possibili climi del futuro sono simulati sulla base di cinque possibili scenari futuri (Shared Socioeconomic Pathways, SSPs) che descrivono contesti in cui non vi è alcuna sostanziale mitigazione rispetto alle emissioni di CO2 (gli scenari SSP7.0 e SSP8.5), un contesto intermedio, ove la mitigazione è modesta (SSP4.5) e contesti che descrivono scenari a basso contenuto di CO2 con emissioni nulle raggiunte nella seconda metà del 21° secolo (SSP2.6 e SSP1.9).

Su queste basi:

  • La temperatura superficiale globale della Terra continuerà ad aumentare almeno fino alla metà del secolo corrente in tutti gli scenari di emissione considerati. I livelli di riscaldamento globale di 1,5°C e 2°C al di sopra dei livelli pre-industriali saranno superati entro la fine del 21° secolo a meno che nei prossimi decenni non si verifichino profonde riduzioni delle emissioni di CO2 e di altri gas serra.
  • Nello scenario con le emissioni di CO2 valutate più basse (SSP1.9), corrispondente a una diminuzione delle emissioni globali di gas serra dal 2020 in poi e il raggiungimento di emissioni nette di CO2 pari a zero negli anni 2050, il riscaldamento globale durante il 21° secolo è estremamente probabile che possa rimanere al di sotto dei 2°C.
  • Molte delle variazioni già osservate nel sistema climatico, fra cui aumento della frequenza e dell’intensità degli estremi di temperatura, ondate di calore, forti precipitazioni, siccità, perdita di ghiaccio marino artico, manto nevoso e permafrost, diventeranno più intense al crescere del riscaldamento globale.
  • Si prevede che un ulteriore riscaldamento globale intensificherà il ciclo globale dell’acqua, compresa la sua variabilità e la gravità degli eventi umidi e secchi.
  • Si può affermare che ogni mezzo grado di riscaldamento globale provoca un aumento chiaramente percepibile della frequenza e della durata di estremi di temperatura (ondate di calore), dell’intensità delle precipitazioni intense e della siccità in alcune regioni del pianeta.
  • Si prevede che un ulteriore riscaldamento del clima amplificherà ulteriormente lo scongelamento del permafrost e la perdita della copertura nevosa stagionale, del ghiaccio terrestre e del ghiaccio marino artico. È probabile che l’Artico sarà praticamente privo di ghiaccio marino in settembre (mese in cui raggiunge il minimo annuale) almeno una volta prima del 2050 in tutti gli scenari di emissione, con eventi più frequenti per livelli di riscaldamento più elevati.
  • Negli scenari con elevate emissioni di CO2, si prevede che la capacità di assorbimento del carbonio da parte degli oceani e degli ecosistemi terrestri diventerà meno efficace nel rallentare il tasso di crescita della CO2 atmosferica
  • Vi sono conseguenze dei cambiamenti climatici in atto che sono irreversibili su scale temporali dell’ordine delle centinaia di anni. In particolare questo è vero per i cambiamenti che riguardano l’oceano, il ghiaccio marino artico e il livello del mare (che continuerà a salire nel corso del 21° secolo).

La riduzione delle emissioni di CO2 porterà effetti positivi sulla qualità dell’aria, osservabili su una scala temporale di alcuni anni. Diversamente, gli effetti sulla temperatura del pianeta saranno visibili solo dopo molti decenni. Da qui l’estrema urgenza di interventi tempestivi e sostanziali per la riduzione delle emissioni clima-alteranti.

Informazioni climatiche a scala regionale

Rispetto al precedente Rapporto AR5, l’avanzamento scientifico e tecnologico, nonché una maggiore consapevolezza del tipo di informazioni richieste dagli utenti ha comportato un miglioramento della quantità e qualità delle informazioni climatiche, soprattutto a scala regionale. Questo sesto rapporto contiene approfondimenti sulle metodologie per raccogliere e successivamente divulgare e distribuire le informazioni climatiche a scala regionale utili agli utenti finali, inclusi i decisori politici.

Le informazioni climatiche sono state aggregate sotto forma di indicatori, che possono essere variabili climatiche, quali temperatura o precipitazione, ma anche estremi a esse associati o altro ancora. Questi indicatori climatici sono stati scelti in quanto molto importanti per la pianificazione/adattamento e la valutazione del rischio climatico a scala locale/regionale. Le informazioni climatiche sono quindi disponibili per una serie di regioni nelle quali sono stati suddivisi i vari continenti e le aree oceaniche.

Per esempio, nel Mediterraneo e in Europa, che ci interessano più direttamente, eventi estremi di elevata temperatura, stimati sulla base delle temperature massime giornaliere ma anche sulla durata, frequenza ed intensità delle ondate di calore, sono aumentati dagli anni ‘50, cosi come nel Mediterraneo sono aumentati fenomeni siccitosi misurati in base al contenuto di umidità del suolo e al bilancio idrico. In entrambi i casi, l’aumento è da attribuirsi all’attività dell’uomo. In base alle proiezioni climatiche disponibili, questi aumenti continueranno nel futuro, con intensità crescenti parallelamente all’aumento del valore di riscaldamento globale raggiunto.

“Un momento decisivo per l’umanità”

Mentre i governi procedono a rilento nella riduzione delle emissioni, la crisi climatica sta già colpendo molte comunità con incendi, inondazioni estreme e siccità. Siamo in corsa contro il tempo, e l’IPCC ha appena rafforzato ulteriormente la connessione tra le emissioni di gas serra e l’intensificazione degli eventi climatici estremi. Se i governi non riusciranno a migliorare in modo significativo gli attuali e assolutamente insufficienti obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030, l’umanità intera potrebbe perdere questa sfida“: così Kaisa Kosonen, Senior Political Advisor di Greenpeace Nordic, commenta il rapporto del gruppo di lavoro 1 dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) presentato oggi a Ginevra.

riscaldamento globale

Il rapporto, redatto dai più autorevoli scienziati al mondo che si occupano di clima e parte integrante del sesto rapporto di valutazione IPCC, riassume le ultime conoscenze scientifiche su ciò che sta accadendo al nostro sistema climatico. Mette inoltre in guardia rispetto a ciò a cui andremo incontro se non verranno intraprese azioni urgenti a difesa del clima.

Non lasceremo che questo rapporto venga oscurato da ulteriore inazione. Lo porteremo con noi nei tribunali,” continua Kosonen. “Rafforzando ulteriormente l’evidenza scientifica tra le emissioni prodotte dal genere umano e gli eventi climatici estremi, l’IPCC ha fornito nuovi e potenti mezzi, a tutti e ovunque, per ritenere l’industria dei combustibili fossili e i governi direttamente responsabili dell’emergenza climatica in corso. Basta guardare la recente vittoria in tribunale contro la Shell per rendersi conto di quanto possa essere potente la scienza dell’IPCC“.

Per Greenpeace questo “è un momento decisivo per le sorti dell’umanità e bisogna agire in modo commisurato all’emergenza che stiamo vivendo. Gli eventi meteorologici estremi alimentati dalle emissioni di gas serra sono più feroci che mai, ma allo stesso tempo si stanno facendo passi avanti nelle soluzioni. È dunque il momento di essere coraggiosi e pensare in grande. Per l’organizzazione ambientalista è necessario accelerare la transizione verde, garantendo giustizia e protezione alle comunità e alle persone che pagano i costi più alti per l’inazione climatica“.

Quest’anno l’Italia giocherà un ruolo decisivo perché ha la presidenza del G20 e la vice presidenza della COP26, ma purtroppo anche questo governo sta dimostrando di fare gli interessi delle aziende dei combustibili fossili, prima tra tutte ENI, e non quelli delle cittadine e dei cittadini italiani,” dichiara Luca Iacoboni, responsabile Energia e Clima di Greenpeace Italia. “Continuare a promuovere energie inquinanti come il gas, insieme a false soluzioni come l’idrogeno blu ricavato da fonti fossili, significa restare dalla parte sbagliata della storia. Soluzioni alternative esistono e sono anche economicamente convenienti. Il solare e l’eolico, ad esempio, sono oggi il modo più economico per produrre nuova energia in gran parte del mondo, la mobilità a zero emissioni è una realtà, e perfino la finanza sta facendo passi avanti per abbandonare il carbone e le altre fonti fossili. Un mondo libero dai combustibili fossili è possibile, a mancare finora è stata solo la volontà politica“.

Il rapporto presentato oggi dall’IPCC non affronta gli impatti della crisi climatica sugli esseri umani, né i modi per mitigare il riscaldamento del pianeta e i suoi impatti, poiché questi argomenti saranno affrontati nelle restanti tre parti del sesto rapporto di valutazione, che dovrebbe essere completato e pubblicato il prossimo anno.