Droga dello stupro, la sessuologa: “Chi usa la GHB è solitamente un debole. Sono stupratori che si eccitano per ‘Sonnofilia'”

"Chi usa la droga dello stupro è solitamente un soggetto fortemente debole, ancora più debole di altre figure criminali"

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La sessuologa Rosamaria Spina è intervenuta questa mattina, nel corso del programma Genetica Oggi condotto da Andrea Lupoli su Radio Cusano Campus, riguardo l’insano piacere che provano gli stupratori nel violentare le loro vittime usando la droga GHB.

Chi usa la droga dello stupro è solitamente un soggetto fortemente debole, ancora più debole di altre figure criminali. Chi commette una rapina, per esempio, o un furto oppure abusa di una donna (senza usare droghe) sono solitamente soggetti con una forte sicurezza o percezione di se, una percezione aumentata anche dal consumo di droghe stimolanti che essi stessi assumono. Nel caso invece di chi usa la GHB per abusare di una donna, abbiamo individui con una bassa percezione di se e necessitano di una vittima che non ‘risponda’ durante la violenza perché l’abusatore teme che in caso contrario possa essere sopraffatto dalla vittima.”

Solitamente la modalità di stupro con la GHB eccita quei soggetti che sono attirati dalla “Sonnofilia” una parafilia che definisce un rapporto sessuale con un soggetto non cosciente, che non è capace di scegliere cosa fare e cosa no. Il fatto che la vittima sia inerme, incapace di reagire, crea una forte eccitazione nel violentatore che sa che potrà così fare quello che vuole verso una vittima totalmente alla sua mercé.”

Riguardo la recente sentenza di una giudice che ha assolto un uomo che aveva costretto una donna a dei rapporti orali la Dott.ssa Spina ha sottolineato come: “Recentemente è stato assolto un uomo in tribunale, accusato di aver costretto una donna a praticargli del sesso orale, con la motivazione che una donna non può essere costretta ad una fellatio. Se tecnicamente è vero che c’è bisogno di aprire la bocca per farla appunto, è doveroso evidenziare che una donna sopraffatta dal proprio aggressore e che teme che la violenza potrà essere ancora maggiore se si ribella, in quel momento emotivamente e psicologicamente non ha la capacità e la facoltà di opporsi, in quei momenti il “male minore” sembra essere sottostare a quella violenza pur di salvarsi la vita, cosa che appunto poi si verifica.”