Cucina italiana nel posto più estremo al mondo: spaghetti al pomodoro a -70°C

La foto ricordo alla Stazione Concordia, nell'Altopiano Antartico: spaghetti al pomodoro mangiati a -70°C

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Pasta fresca. Anche troppo… É mattina, c’è un bel sole ma la temperatura è di -70°C. Condizioni ideali per preparare gli spaghetti, salire in cima alla torre rumorosa e scattare una foto ricordo al cuoco Simone Marcolin. Prima però mi sono fatto raccontare qualcosa della sua vita“, è quanto si legge in un post pubblicato sulla propria pagina Facebook da Marco Buttu, ingegnere elettronico e ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica.

Simone ha iniziato a destreggiarsi tra i fornelli quando aveva 5 anni, nel ristorante del nonno Carlo – prosegue il post-. «Mi faceva cucinare le bistecche alla griglia.» E lui lo faceva con passione, perché a differenza degli amichetti non voleva diventare astronauta, medico o ingegnere. Voleva fare il cuoco. E lo ha fatto, frequentando prima l’alberghiera e poi lavorando in tantissime cucine, tra le quali quelle del Milan e del Parma Calcio in serie A. «Gli anni al Parma sono stati fantastici» racconta con un pizzico di nostalgia, mentre passeggia tra l’arredo metallico della cucina di Concordia. «Sono stato lo chef della squadra durante la presidenza Ghirardi, con Donadoni allenatore e Cassano in attacco.» Mentre rievoca i ricordi delle trasferte, delle partite seguite dalla panchina del Tardini di fianco a Donadoni, delle serate trascorse a cantare e suonare assieme ad alcuni giocatori, i suoi occhi brillano di gioia e gratitudine”. «É stato molto strano» prosegue Simone. «Prima che iniziassi a lavorare al Parma vedevo quel mondo dalla TV e pensavo che i giocatori fossero ragazzi viziati, persone superficiali incuranti dei rapporti personali. Invece mi sbagliavo. Con grande stupore ho constatato che ci tenevano tantissimo a chi gli stava attorno. Coltivavano armonia con tutti, indipendentemente dal fatto che si trattasse del magazziniere, del presidente o degli addetti alle pulizie. Si vedeva che erano abituati a stare in gruppo e a ragionare in termini di team.» Quando gli ho chiesto se avesse un ricordo particolare da raccontarmi di quella esperienza, ha dovuto pensarci a lungo. «Una cosa molto semplice» ha risposto infine avvolto dal vapore dell’acqua della pasta che iniziava a bollire. «Erano abituati ad avere il dolce e gradivano quello del precedente cuoco. Quando mi hanno fatto la richiesta non avevo tutti gli ingredienti per quel tipo di dolce e allora mi sono inventato una torta semplicissima, soffice lievitata, coperta con macchiette di cioccolato. Gli è piaciuta talmente tanto che non potevano più farne a meno. Prima del pranzo venivano in cucina, tutti, allenatore compreso, per sapere dove era il dolce. Volevano persino che glielo portassi nello spogliatoio per sgranarlo a metà partita.» A questo punto Simone sorride. «Amauri mi aveva chiesto la ricetta, per darla a sua moglie. Naturalmente gliene ho rifilato una sbagliata.» Risata fragorosa. «Non do le mie ricette a nessuno, bisogna assicurarsi che le pecorelle tornino all’ovile.»

Poi racconta di quando Amauri lo rapiva dalla cucina e guardinghi, al riparo dagli occhi severi di Donadoni, andavano a fumare. Un anno prima Amauri era uno dei suoi beniamini, uno di quelli che nello schermo della TV vedeva correre con addosso la maglia della Juventus. Poi lo strano destino li aveva portati a parlare assieme di viaggi, sogni e problemi personali. «La vita non smette mai di sorprenderti.»

Dopo una lunga chiacchierata sul Parma, abbiamo parlato del luogo assurdo in cui ci troviamo. Cosa ti piace di più di Concordia? «L’ambiente familiare. Posso cucinare come che sia a casa, senza dovermi preoccupare del servizio. Non mi piace invece il nulla che mi circonda.» Cibo preferito? «Pizza!» Come sei arrivato a Concordia? «Ho letto l’annuncio in un quotidiano nazionale.» Anche Simone, come me, è alla sua seconda spedizione invernale.

Mi ha raccontato tante altre cose. Ad esempio, ciò che più ama è il viaggio, fisico o mentale, ma non vi annoio ulteriormente. Vi mando un caro saluto e un sincero augurio: buona vita, in pace con voi stessi e con il mondo intero. Noi ultimamente siamo più sereni: c’è il sole, tra meno di due mesi terminerà il nostro isolamento e a fine novembre lasceremo Concordia per tornare nel mondo normale”.

La Stazione Concordia – si legge nel posto di Buttu – si trova nell’Altopiano Antartico, sopra 3200 metri di ghiaccio e neve. É il luogo più estremo al mondo: 100 giorni di fila senza sole, temperatura che scende sotto i -80°C, carenza di ossigeno, aria secca, nessuna forma di vita. Per questo viene chiamato Marte Bianco: fa pensare a Marte, imbiancato dalla neve. Durante il periodo invernale, che va da febbraio a novembre, la stazione è irraggiungibile e il team non può ricevere alcun soccorso. Sono le persone più isolate del pianeta (assieme ai 13 russi della base di Vostok), ancor più isolati degli astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Le condizioni di vita e ambientali sono analoghe a quelle di una missione spaziale di lunga durata. L’Agenzia Spaziale Europea sponsorizza vari progetti di ricerca, in modo che il team venga monitorato per capire come il corpo umano si adatta ad un ambiente simil-extraterrestre.

La spedizione italo-francese nella Stazione Concordia è organizzata dal Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA) e dell’Institut polaire français Paul-Émile Victor (IPEV). Il PNRA è finanziato dal Ministero dell’Università e Ricerca (MUR) e gestito dal CNR per la programmazione e il coordinamento scientifico e dall’ENEA per la pianificazione e l’organizzazione logistica.