Oggi Fabrizio Pregliasco, virologo presso il Dipartimento Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano, Vice Presidente Nazionale dell’A.N.P.A.S. (Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze) e Direttore Sanitario della Casa di Cura Ambrosiana SRL di Cesano Boscone, è uno dei virologi che più volte e in più occasioni ribadisce la necessità di non allentare completamente le misure contro il Covid, che più volte auspica in una sorta di lockdown moderato per poter frenare i contagi, che più volte, insomma, tende al ‘catastrofismo’ scientifico nonostante siano passati due anni dall’avvento della pandemia e nonostante i passi avanti nella lotta al virus, sebbene non definitivi, ci siano stati.
Ma, tornando indietro di poco meno di un paio d’anni, cosa diceva lo stesso Pregliasco in merito al misterioso virus che in Cina stava causando strane polmoniti difficili da debellare? In un’intervista rilasciata a Fanpage nel gennaio 2020, il virologo sottovalutava il pericolo, perfettamente in linea con le tante sottovalutazioni fatte dal governo italiano e diceva, riferendosi a i tanti positivi al nuovo Coronavirus di cui giungeva notizia dalla Cina, che “tutto sommato una quota di queste persone ha una “influenzona” pesante, diciamo così, con mal di testa e altri sintomi, che va nell’indistinto calderone delle infezioni respiratorie di ogni inverno. Anche in Cina è periodo influenzale e tutto questo non aiuta di certo“. E in termini di prevenzione, diceva: “Si stanno facendo degli interventi a livello degli aeroporti, ma da Wuhan (il luogo del focolaio NDR) partono già normalmente migliaia di persone ogni giorno, “sparate” in tutto il mondo. La situazione va tenuta sotto controllo nell’ottica della preoccupazione di cui parlavo. Preoccupiamoci di attrezzarci, ma nessun allarme”.
Ma ancora più perplessi ci lascia l’opinione che Pregliasco aveva della modalità di contagio, in un momento storico in cui un esperto quale lui è doveva per forza sapere come funzionasse realmente e soprattutto quanto già avanzato fosse il rischio di infezione da uomo a uomo: “Come sempre non è un caso che questa situazione si sia verificata nel Sud Est asiatico, perché la vicinanza uomo animale è più usuale in termini numerici; gli animali vivi, ad esempio, vengono venduti al mercato. […] Non è chiaro, ma sembra che appunto non ci sia una efficacia di trasmissione tra uomini, la parte che inquieta di più, e che però potrebbe subentrare successivamente. Non nell’istantaneo, perché i virus non è che hanno un’evoluzione su durata di ore o di giorni, però potrebbe esserci un adattamento all’uomo e partire male dal punto di vista del controllo, proprio perché essendo come l’influenza la malattia è per così dire “incontrollabile”. Ad oggi risulterebbe che solo il contatto diretto con l’animale possa innescare l’infezione, e che non ci siano casi secondari (o al massimo ci sia un piccolo numero di casi secondari). In pratica parto dall’animale e poi mi fermo, nella catena della trasmissione; nel senso che non trasmetto io, cioè subisco la malattia ma non contagio gli altri”.
Sul fatto che la Cina, già all’epoca, fosse restia a diffondere dati certi sul contagio Pregliasco disse la sua, a ragione, ma poi precisò alcuni punti che, letti oggi, fanno comprendere quanto davvero gli esperti, anche quelli più vicini all’allora governo Conte, fossero assolutamente lontani dalla verità e quanto sottovalutassero il problema, nonostante fossimo già a fine gennaio e il virus, si è visto dopo, circolava in Italia da almeno due mesi, se non di più. “Di sicuro il numero dei contagiati è presumibilmente più elevato dei casi accertati. Ma proprio perché i casi accertati sono la punta dell’iceberg, in una situazione di infezione che in molti casi non è arrivata all’osservazione istituzionale. Magari in una remota provincia della Cina, nelle risaie, chi è che va a riconoscere un’influenza da un coronavirus, se il paziente sta bene, non muore e non ha sintomi eclatanti. Comunque no, non credo sia più virulenta, è più un aspetto di difficoltà, di una loro voglia di far sapere per i possibili rischi industriali. Lo abbiamo sperimentato anche in passato. Wuhan è una città industriale “spaventosa”, con milioni di abitanti, è chiaro che ci vanno con i piedi di piombo”
E Pregliasco parlò anche dei vaccini, oggi tanto discussi. La vaccinazione contro il Covid era considerata dall’esperto, esattamente come ora, l’unica via d’uscita “ma – diceva – ci vuole tempo, qualche anno. E interventi di sanità pubblica, come il controllo degli infetti, dei contatti. Quindi le misure un po’ più draconiane del blocco dei soggetti a rischio. Sicuramente lo screening negli aeroporti è interessante, ma ovviamente ha una efficacia relativa. Ci sta anche per allertare, per creare attenzione sulla problematica. Il rischio di diffusione c’è, anche perché i viaggi intercontinentali – magari non diretti – arrivano facilmente”.
Che dire, dunque? Forse i troppi dubbi degli italiani sulla gestione della pandemia sono davvero giustificati dall’incertezza enorme causata dai presunti esperti, i quali fin dall’inizio sono andati avanti a tentoni, spesso azzeccandone poche, come si evince dalla parole di Pregliasco in netto contrasto con quanto lui stesso dice oggi. Seguito a ruota da tanti – ma non tutti – suoi colleghi.
