Clima: la questione della CO2 e del metano prodotti dagli allevamenti intensivi

La questione della CO2 e del metano prodotto dagli allevamenti intensivi bovini ed ovini nel dibattito sui cambiamenti climatici

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Tra le molte questioni che si leggono giornalmente sui media riguardanti il riscaldamento globale e i gas clima alteranti, ce n’è una che va definitivamente chiarita. E’ la questione della CO2 e del metano (CH 4) prodotto dagli allevamenti intensivi bovini ed ovini essendo entrambi questi gas produttori di effetto serra. Anche se non siete dei biologi credo non vi sarà difficile seguire questo semplice ragionamento.

La CO2 dell’atmosfera fa parte di un ciclo. Viene catturata dalle piante attraverso la fotosintesi e trasformata in amido e cellulosa cioè in cibo per vacche e pecore. Questi ruminanti metabolizzano il cibo per produrre energia usando l’ossigeno ed espellono, come prodotto di rifiuto la CO2.

Quanta ne espellono? Tanta quanta era presente nella pianta che hanno mangiato che a sua volta era quella che la pianta ha catturato. Se la pianta ne ha catturata 100, gli animali ne espellono 100. Bilancio in pareggio, ovvero i ruminanti non partecipano all’aumento della  CO2 atmosferica.

Diversa è la questione dei combustibili fossili che bruciando immettono nell’atmosfera CO2 che era stata catturata dalle piante vissute milioni di anni fa e imprigionata nel sottosuolo come carbone, petrolio e metano.

Oggi le principali emissioni di metano “naturali” provengono dai materiali in decomposizione delle foreste, dalle risaie, dalle paludi, dallo scioglimento del permafrost. Questo è un problema di non facile soluzione. Quelle non naturali provengono dalle perdite delle reti di distribuzione e dalle raffinerie. Su questa questione invece si può fare molto migliorando l’efficienza degli impianti.

Torniamo ai ruminanti. Questi animali espellono oltre alla CO2 anche metano che per essere trasformato in CO2 richiede una ossidazione, processo che lo lascia ristagnare nell’atmosfera per 12 anni fornendo un contributo all’effetto serra. Bisogna però considerare che i territori oggi destinati all’allevamento di bovini, ovini ecc. erano  un tempo occupati da specie selvatiche come bufali, gazzelle, cervi, caprioli ecc. il cui contributo di metano non era certo secondario. Aggiungiamo 180 milioni di vacche indiane che oggi producono metano senza fornire un contributo significativo all’alimentazione mondiale. Questo non significa che si debba trascurare il problema. L’Italia, con 1600 impianti è al quarto posto nel mondo per la produzione di biogas. Questa tecnologia permette di recuperare il metano degli allevamenti bovini e immetterlo nella rete di distribuzione dove usandolo come combustibile si trasforma in CO2. Questa non è COproveniente da combustibili fossili, bensì quella catturata con la fotosintesi, così il ciclo si chiude con nessuna nuova emissione.

E’ strano che coloro che criticano gli allevamenti con l’auspicio di ritornare a forme di agricoltura e zootecnia primitive non tengano conto che il problema che sta a monte di tutto e che non viene mai nominato:  la crescita esponenziale della popolazione umana. Nel 1950 eravamo 2,5 miliardi, oggi siamo quasi 8 miliardi. Come è possibile fare programmi seri di riduzione delle emissioni mentre la popolazione mondiale cresce a questi ritmi generando un proporzionale aumento dei consumi?

Chiarita questa questione rimane da sottolineare che una riduzione del consumo di carne rossa è assolutamente auspicabile per motivi di salute, ma per favore non tiriamo in ballo i cambiamenti climatici.

Prof. Riccardo Magnani