Covid, scoperto il ruolo delle cellule T preesistenti: ecco come forniscono protezione naturale

Studio sul ruolo delle cellule T preesistenti nel combattere l'infezione da SARS-CoV-2: possono essere bersagli vaccinali particolarmente efficaci

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Esiste un’ampia variabilità nell’esito dell’esposizione a SARS-CoV-2, che va dalla malattia grave all’infezione asintomatica, a quelle in cui si rimane negativi con i test diagnostici standard. Studi recenti hanno identificato la reattività delle cellule T a SARS-CoV-2 in campioni pre-pandemici e casi isolati di individui esposti che non si sono sieroconvertiti”, si legge in uno studio pubblicato sulla rivista Nature, in cui è stata studiata “una coorte di operatori sanitari intensamente monitorata con potenziale esposizione durante la prima ondata di pandemia nel Regno Unito, confrontando quelli con o senza PCR e/o evidenze di anticorpi da infezione da SARS-CoV-2”. “Abbiamo ipotizzato che negli operatori sanitari in cui il PCR e i test degli anticorpi leganti e neutralizzanti (nAb) più sensibili sono rimasti ripetutamente negativi (SN-HCW), i test delle cellule T potrebbero distinguere un sottoinsieme con un’infezione subclinica, terminata rapidamente (abortiva). Abbiamo ipotizzato che questi individui avrebbero esibito cellule T di memoria preesistenti con potenziale cross-reattivo”, si legge nello studio.

Gli individui con potenziale esposizione a SARS-CoV-2 non sviluppano necessariamente positività al PCR o agli anticorpi, suggerendo che alcuni possono eliminare l’infezione subclinica prima della sieroconversione”, ossia prima del passaggio dallo stato di sieronegatività (assenza di anticorpi nel plasma sanguigno) allo stato di sieropositività (presenza di anticorpi nel plasma), riporta lo studio. “Le cellule T possono contribuire alla rapida eliminazione di SARS-CoV-2 e di altre infezioni da Coronavirus. Abbiamo ipotizzato che le risposte delle cellule T di memoria preesistenti, con potenziale di protezione incrociata contro SARS-CoV-2, si espandano in vivo per supportare un rapido controllo virale, interrompendo l’infezione. SN-HCW aveva cellule T di memoria più forti e multispecifiche rispetto a una coorte pre-pandemica non esposta. Le cellule T specifiche per RTC hanno avuto un aumento di IFI27, una robusta firma innata precoce di SARS-CoV-2, suggerendo un’infezione abortiva”, ossia un’infezione in cui il virus non si replica ma esprime soltanto alcune proteine senza riuscire a dare origine a nuovi virioni.

I risultati dello studio dimostrano che “le cellule T specifiche per RTC (in particolare la polimerasi) si sono arricchite prima dell’esposizione, espanse in vivo e accumulate preferenzialmente in coloro in cui SARS-CoV-2 non è riuscito a stabilire l’infezione, rispetto a quelli con infezione conclamata. Le abbondanti cellule T CD4+ specifiche per SARS-CoV-2 possono anche contribuire alla protezione in SN-HCW mediante meccanismi indipendenti dagli anticorpi, come la produzione di citochine antivirali e chemochine. L’induzione precoce delle cellule T, prima degli anticorpi rilevabili nell’infezione lieve e in concomitanza con l’efficacia della vaccinazione a mRNA, supporta un ruolo per le cellule T di memoria cross-reattive preesistenti”.

Abbiamo descritto l’induzione dell’immunità innata e cellulare senza sieroconversione, evidenziando un sottoinsieme di individui in cui il rischio di reinfezione da SARS-CoV-2 e l’immunogenicità dei vaccini dovrebbero essere specificamente valutati. Resta da vedere se possono verificarsi infezioni abortive in seguito all’esposizione a varianti più infettive di interesse, o in presenza di immunità indotta dal vaccino. Tuttavia, la clearance senza sieroconversione indica cellule T che possono essere bersagli vaccinali particolarmente efficaci. Il potenziamento di tali cellule T può offrire una reattività pan-Coronaviridae duratura contro i virus endemici ed emergenti, sostenendo la loro inclusione e valutazione, in aggiunta agli anticorpi specifici per la spyke, nei vaccini di prossima generazione”, conclude lo studio.