L’immunologia non è certo materia semplice o di facile comprensione e soprattutto non si basa su formule precise e universalmente valide. Per questo motivo pensare che il nostro sistema immunitario possa fronteggiare il virus SARS-CoV-2 semplicemente grazie alla produzione di anticorpi è non solo sbagliato, ma anche piuttosto pericoloso. I ricercatori, ormai da quasi due anni, stanno sempre più ponendo l’attenzione sulla funzione dell’immunità delle cellule T, ovvero quella parte dell’immunità meno nota e meno considerata.
In verità, come spiega un’equipe di ricercatori guidata da Jonas S. Heitmann, in un articolo pubblicato su Nature, l’immunità delle cellule T è fondamentale per il controllo delle infezioni virali. Il candidato vaccino CoVac-1 è a base di peptidi, composto da epitopi di cellule T SARS-CoV-2 derivati da varie proteine del virus, combinato con l’agonista del recettore Toll-like, che ha l’obiettivo di indurre una profonda immunità, inducendo le cellule T SARS-CoV-2 a combattere il COVID-19. Il team di ricercatori ha condotto uno studio in aperto di fase I, reclutando 36 partecipanti
di età compresa tra 18 e 80 anni, che hanno ricevuto una singola vaccinazione sottocutanea CoVac-1. L’endpoint primario era l’analisi della sicurezza fino al giorno 56. L’immunogenicità in termini di risposta delle cellule T indotta da CoVac-1 è stata invece analizzata come endpoint secondario principale fino al giorno 28 e nel follow-up fino al mese 3. Nessun evento avverso grave è stato osservato. La prevista formazione locale di granulomi è stata osservata in tutti i soggetti dello studio, mentre la reattogenicità sistemica era assente o lieve. In tutti gli individui sono state indotte risposte specifiche delle cellule T SARS-CoV2 che prendono di mira più peptidi vaccinali partecipanti allo studio. Le risposte delle cellule T interferone-γ indotte da CoVac-1 sono persistite nelle analisi di follow-up e hanno superato quelli rilevati dopo l’infezione da SARS-CoV-2 e dopo la vaccinazione con vaccini già approvati.
Inoltre, le risposte dei linfociti T indotte dal vaccino non venivano inficiate dalle varianti di preoccupazione (VOC) del virus SARS-CoV-2. Il siero CoVac-1 ha dunque mostrato un profilo di sicurezza favorevole e risposte delle cellule T indotte ampie, potenti e VOC-indipendenti, a supporto della valutazione attualmente in corso in uno studio di fase II per i pazienti con carenza di cellule B/anticorpi.
L’impatto delle varianti di SARS-CoV-2 VOC dichiarate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità al 1° ottobre 2021 (B.1.1.7-Alpha, B.1.351-Beta, P.1-Gamma, B.1.617.2-Delta) su CoVac-1 è stato analizzato confrontando i peptidi CoVac-1 con le corrispondenti regioni mutate delle rispettive proteine di origine descritte per ciascun VOC. Le sequenze di peptidi non sono state influenzate da alcuna mutazione che definisce la variante o associata. Nessuna delle mutazioni di P.1-Gamma e B.1.617.2-Delta influenzano i peptidi del vaccino CoVac-1. La variante B.1.1.7-Alpha comprende due mutazioni che interessano P2_nuc e P6_ORF8 con un singolo cambio di aminoacidi, rispettivamente. Due mutazioni di B.1.351-Beta influenzano P3_spi con uno o due cambiamenti di amminoacidi.
“In conclusione – scrivono gli autori –, i risultati di sicurezza e immunogenicità di questo studio indicano che CoVac-1 è un promettente candidato al vaccino multi-peptidico per l’induzione dell’immunità profonda delle cellule T SARS-CoV-2, il che va a sommarsi ai risultati di uno studio di Fase II attualmente in corso che valuta CoVac-1 in pazienti con difetti congeniti o acquisiti delle cellule B, incluso il cancro, o pazienti sottoposti a terapia di deplezione delle cellule B e deficit di immunoglobuline correlato alla malattia“.
