“A furia di mutare, il Covid si è autoestinto”: il caso del Giappone

In Giappone, i numeri della pandemia si stanno praticamente azzerando: la causa del fenomeno potrebbe essere un eccesso di mutazioni che ha portato all'estinzione naturale del virus

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Il Giappone ha registrato un picco di casi di Covid ad agosto, con i contagi giornalieri che raggiungevano le 25.000 unità e anche oltre ma da inizio settembre, si è verificato un ripido calo dei contagi, che ha portato il Paese a contare poche centinaia di casi ogni giorno a partire da metà ottobre. Le vittime erano poche decine al giorno a partire da ottobre e ora si stanno praticamente azzerando. Crollato anche il numero dei ricoveri in terapia intensiva. Così, mentre in Europa riesplode il contagio e alcuni Paesi stanno reintroducendo restrizioni, in Giappone sembra che la variante Delta di SARS-CoV-2 si stia “auto-estinguendo.

È l’ipotesi di un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Genetica e dell’Università di Niigata, che ha individuato la causa del fenomeno in un eccesso di mutazioni. “La variante Delta in Giappone era altamente trasmissibile e aveva soppiantato le altre varianti. Ma crediamo che, man mano che le mutazioni si accumulavano, alla fine il virus sia diventato difettoso e non sia stato più in grado di replicarsi. Considerando che i casi non sono aumentati, pensiamo che a un certo punto si sia andato verso l’estinzione naturale a causa delle mutazioni”, ha dichiarato a The Japan Times il Prof. Itsuro Inoue (Istituto Nazionale di Genetica e Niigata University).

Nel Paese, il 79% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino (76% vaccinato con due dosi), ma secondo i ricercatori è stato proprio questo meccanismo di “auto-eliminazione” della variante Delta a determinare questo grande miglioramento della situazione epidemiologica. Solitamente, i virus mutano per sopravvivere e questo in genere comporta dei vantaggi per loro stessi. Può capitare, però, che tali mutazioni si rivelino controproducenti per i patogeni, che diventano incapaci di replicarsi e quindi sono “condannati” alla scomparsa.

Gli scienziati giapponesi hanno formulato questa ipotesi sulla variante Delta di SARS-CoV-2 durante un’analisi dell’impatto dell’enzima APOBEC3A contro la proteina nps14. Secondo i risultati dello studio, la diversità genetica della variante Delta era molto più ridotta di quella della variante Alfa e questo ha portato gli scienziati a scoprire che questa versione del virus aveva subito un blocco evolutivo, dovuto all’accumulo di mutazioni sulla proteina nps14.

“L’ipotesi della ricerca giapponese fa emergere per la prima volta i punti deboli del Covid-19: il virus che pensavamo invulnerabile, a furia di mutare, è rimasto impigliato nelle sue stesse mutazioni evolutive, con il risultato di immobilizzarsi da solo. È un precedente da tenere bene in considerazione, anche ai fini della ricerca scientifica e dell’immunoprofilassi”, ha dichiarato all’HuffPost l’immunologo Mauro Minelli, responsabile per il Sud-Italia della Fondazione per la Medicina Personalizzata. “I ricercatori dell’Istituto Nazionale di Genetica giapponese e della Niigata University pensano che Delta abbia accumulato troppe mutazioni a carico della proteina nsp14, responsabile della correzione degli errori di copiatura durante la replicazione virale. Il malfunzionamento della proteina avrebbe innescato l’autodistruzione dell’agente virale. Non è una novità assoluta: è un meccanismo conosciuto ma che in questo caso, se l’ipotesi fosse confermata, avrebbe il primato di aver reso manifesti i punti deboli del coronavirus”, ha aggiunto Minelli.

Con la nuova impennata di contagi che sta colpendo l’Europa, ci si chiede se quanto successo in Giappone potrebbe verificarsi anche in altre zone del mondo. “In Europa e in Italia, si tratta di uno scenario meno probabile, considerando che all’estero è stato riscontrato un numero di mutazioni a carico di nsp14 minore di quello osservato in Giappone. L’ipotetico blocco evolutivo verificatosi nel Paese asiatico sarebbe auspicabile, ma al momento potrebbero non esserci i presupposti per aspettarsi una replica del fenomeno nipponico”, ha spiegato l’immunologo Minelli.