Il mistero del teschio di Homo naledi trovato in Sudafrica, “una delle specie più enigmatiche della nostra storia evolutiva”

Nelle profondità del complesso di grotte Rising Star, in Sudafrica, è stato identificato il primo cranio parziale di un bambino appartenente alla specie Homo naledi

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Il cranio parziale di un bambino trovato in una sezione remota di un sistema di grotte sudafricane ha alimentato il sospetto che un antico ominide noto come Homo naledi abbia deliberatamente posto i suoi morti nelle caverne.

Un team internazionale guidato dal paleoantropologo Lee Berger dell’Università del Witwatersrand, Johannesburg, ha messo insieme 28 frammenti di cranio e 6 denti di un cranio di un bambino scoperti in una stretta apertura situata a circa 12 metri da una camera sotterranea dove gli esploratori delle caverne hanno trovato per la prima volta i fossili di Homo naledi. Le caratteristiche del cranio del bambino lo qualificano come Homo naledi, una specie con un cervello delle dimensioni di un’arancia e caratteristiche scheletriche sia dell’uomo attuale che delle specie Homo di circa 2 milioni di anni fa.

Emergono sempre più indizi sulla “collocazione deliberata e ritualizzata del corpo nelle caverne da parte di Homo naledi,” ha detto Berger in conferenza stampa a Johannesburg. Sebbene tale argomento sia controverso, non ci sono prove che il cranio del bambino sia finito nel piccolo spazio trascinato dall’acqua o da predatori.

Il gruppo di Berger ha descritto la scoperta in due articoli pubblicati il ​​4 novembre su PaleoAnthropology. In uno, Juliet Brophy, paleoantropologa della Louisiana State University di Baton Rouge, e colleghi, hanno descritto il cranio del bambino. Nell’altro, la paleoantropologa Marina Elliott della Simon Fraser University di Burnaby e i suoi colleghi hanno descritto in dettaglio nuove esplorazioni nel sistema di grotte Rising Star in Sudafrica.

I ricercatori hanno soprannominato il nuovo ritrovamento “Leti“, abbreviazione di una parola in una lingua sudafricana locale che significa “il perduto“. Leti risale probabilmente alla stessa epoca di altri fossili di Homo naledi, tra 335mila e 236mila anni fa. La squadra di Berger sospetta che Leti sia morto all’età di circa 4-6 anni in base alla velocità con cui i bambini crescono oggi, ma si tratta di un’ipotesi approssimativa in quanto gli scienziati non possono ancora dire quanto velocemente crescessero i bambini di Homo naledi.

Questa specie – ha affermato Berger – resta una delle più enigmatiche della nostra storia evolutiva. Fu una popolazione primitiva, vissuta in un periodo in cui si pensava che l’Africa fosse occupata solo dagli esseri umani moderni. La presenza di questi reperti, appartenuti ad almeno due dozzine di Homo naledi di ogni età, complica la nostra concezione dell’evoluzione di determinati strumenti e utensili in pietra“.
Questo è il primo caso di resti cranici appartenenti a un bambino naledi – ha commentato Juliet Brophy, della Louisiana State University – la possibilità di esaminare esemplari di varie età è molto importante per ricostruire le fasi della vita e lo sviluppo di questa specie“.
La dimensione del cervello di Leti è stimata tra 480 e 610 cm cubi. “Questo valore – ha evidenziato Debra Bolter, docente di Antropologia presso il Modesto Junior College – rappresenta circa il 90-95% della capacità cerebrale di un esemplare adulto, anche se sarà necessario approfondire le ricerche per comprendere meglio questa specie enigmatica“. “La scoperta di un singolo teschio di un bambino in una zona così remota del complesso di grotte – ha concluso Berger – aggiunge ulteriore mistero sul come e sul perché questi resti abbiano raggiunto tali posizioni. E’ un nuovo argomento irrisolto su questa specie affascinante ed estinta“.