Lo smog accentua la gravità del SARS-CoV-2: adesso lo conferma anche la scienza

Covid: uno studio svedese ha trovato un'associazione tra l'esposizione giornaliera a PM2,5, PM10 e carbon black e un risultato positivo al tampone

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È ben noto che lo smog rappresenti un pericolo per la salute, soprattutto in quelle aree dove i livelli di inquinamento sono più intensi e per le persone che soffrono già di problemi respiratori. Si sa anche che smog e polveri sottili possono aumentare le probabilità di manifestare alcune infezioni respiratorie. Già nella primavera 2020, all’inizio della pandemia di Covid, diversi studi avevano avanzato l’ipotesi che una maggiore esposizione a livelli di inquinamento, soprattutto se protratta nel tempo e in soggetti suscettibili, potrebbe aumentare il rischio di Covid. Ne è stata un triste esempio la Pianura Padana, tra le zone con le più alte concentrazioni di smog in Europa e la più duramente colpita dalla pandemia. All’inizio della pandemia, in Italia il contagio si è concentrato in particolare tra la Lombardia e il Veneto e dopo due anni di pandemia, queste zone si confermano ancora come quelle con l’incidenza più alta.

Ora arriva un nuovo studio, condotto dagli esperti del Karolinska Institutet di Stoccolma, che conferma la relazione tra inquinamento e Covid. “Crescenti evidenze ecologiche mostrano un’associazione tra esposizione a breve termine all’inquinamento atmosferico e Covid, ma nessuno studio ha esaminato questa associazione a livello individuale”, si legge nello studio, che aveva come obiettivo stimare l’associazione tra l’esposizione a breve termine all’inquinamento atmosferico e l’infezione da SARS-CoV-2 tra i giovani adulti svedesi.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Jama Network Open, è stato condotto su oltre 4000 giovani di età media 26 anni, tutti nati a Stoccolma, di cui 425 risultati positivi al Covid tra maggio 2020 e marzo 2021. I ricercatori hanno misurato i livelli di polveri sottili (particolato fine PM10 e PM2,5) all’indirizzo di residenza di ciascuno, sia in un giorno qualunque sia nei giorni a ridosso del tampone positivo. Lo studio, il primo a studiare l’associazione tra esposizione all’inquinamento a breve termine e a livello individuale e l’infezione da SARS-CoV-2 nei giovani adulti, ha trovato un’associazione tra l’esposizione giornaliera a PM2,5, PM10 e carbon black e un risultato positivo al tampone; in particolare, l’aumento delle polveri sottili si registrava in media due giorni prima del tampone positivo (1 giorno prima per il carbon black). Al crescere della concentrazione di particelle e polveri, l’aumento del rischio di Covid risulta pari al 7%.

“I nostri risultati sono coerenti con quelli di precedenti studi ecologici in diversi Paesi e regioni che indicano che le aree con una qualità dell’aria peggiore hanno maggiori probabilità di avere più infezioni. Inoltre, i nostri dati aggiungono al corpo delle evidenze che l’associazione tra inquinamento atmosferico e infezione da SARS-CoV-2 esiste anche nei giovani adulti, perché nessuno studio precedente a breve termine si è concentrato su questa sottopopolazione o ha riportato l’interazione per età”, scrivono gli autori dello studio.

Nel complesso, ipotizziamo che l’aumento dei livelli di inquinamento atmosferico a breve termine svolga un ruolo nel manifestare la malattia (sintomi) per coloro che sono stati infettati dal virus, piuttosto che contribuire alla trasmissione del virus. L’esposizione a breve termine all’inquinamento atmosferico può influenzare l’infiammazione delle vie aeree e lo stress ossidativo, mentre gli inquinanti atmosferici assorbiti possono causare irritazione polmonare profonda e immunomodulazione della risposta dell’ospite all’infezione, possibilmente peggiorando la gravità dell’infezione esistente”, concludono i ricercatori.

Questi risultati spiegano, dunque, le differenze per quanto riguarda il Covid tra la Pianura Padana e il resto d’Italia, soprattutto il Sud, caratterizzato da livelli di inquinamento notevolmente più bassi.