Epatite acuta nei bambini: si indaga persino sui cani

Casi di epatite acuta di origine misteriosa in età pediatrica, l'adenovirus resta il potenziale patogeno rilevato più frequentemente

In riferimento ai casi di epatite acuta di origine misteriosa in età pediatrica, in Italia “per ora siamo in una fase di valutazione“, ma “le segnalazioni sono sotto controllo, non si registra un aumento dei trapianti di fegato legati a questo tipo di epatite che di solito sono un paio a livello nazionale“: è quanto ha spiegato all’Adnkronos Salute Claudio Mastroianni, presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) e ordinario di Malattie infettive all’Università Sapienza di Roma, facendo il punto della situazione. Sull’origine di queste epatiti acute, l’infettivologo ha spiegato che “parliamo ancora di casi probabili e non sappiamo se c’è un cofattore insieme ad un agente patogeno. Quindi non abbiamo una causa ben definita e si sta svolgendo una sorveglianza attiva. Ma vediamo anche che a livello europeo, dopo l’escalation di segnalazioni dei mesi passati, ora c’è una stabilizzazione e l’incremento si è fermato“.

Nel frattempo, nel Regno Unito (dove sono stati registrati i primi casi), si indaga a fondo, e senza escludere potenziali cause, per scoprire l’origine di “un numero insolitamente alto di casi di epatite acuta” a eziologia sconosciuta rilevati nei bambini nelle ultime settimane. Sotto la lente di ingrandimento ogni aspetto della vita dei piccoli pazienti, dai farmaci assunti fino agli animali domestici, protagonisti di un report di aggiornamento della UK Health Security Agency. Sebbene l’indiziato numero uno resti sempre l’adenovirus, gli esperti hanno citato i questionari compilati dai genitori di bambini colpiti dalle epatiti. “La revisione delle risposte ha rilevato un numero relativamente alto di famiglie proprietarie” di cani “o di esposizioni ad altri cani“. E’ stato riportato un “70%” dei bambini, 64 su 92, per i quali i dati erano disponibili. “Il significato di questa scoperta è in fase di studio“, è stato precisato. Avere un cane domestico “è comune nel Regno Unito“, e la segnalazione di contatti con altri cani “può includere contatti transitori non significativi“.

L’obiettivo dei questionari è stato quello di valutare una vasta gamma di esposizioni differenti: farmaci, viaggi, lavoro dei genitori, alimentazione, acqua, esposizione a sostanze tossiche. In riferimento ai farmaci, è stato rilevato, “circa tre quarti degli intervistati, per l’Inghilterra, ha menzionato l’uso di paracetamolo“, notoriamente “un importante agente epatotossico in caso di sovradosaggio“, ma “è probabile” sia correlato in questi casi a “un uso terapeutico appropriato“. Il paracetamolo “rimane in considerazione come potenziale agente eziologico, ma al momento le prove” a supporto di questa ipotesi “sono deboli“.

L’adenovirus resta il potenziale patogeno rilevato più frequentemente. Tra 163 casi nel Regno Unito, 126 sono stati testati per adenovirus e 91 avevano l’adenovirus (72%). Tra casi positivi, il virus in questione è stato rilevato principalmente nel sangue. Il tipo costantemente rilevato è l’adenovirus 41F.