La peste suina africana è sempre più diffusa in Italia, con focolai particolarmente preoccupanti in Piemonte, Liguria e Lazio, al punto che a Roma da dieci giorni è stata istituita una zona rossa con un piano per eliminare il virus con l’abbattimento selettivo dei cinghiali. Su quest’emergenza veterinaria, che però ha gravi ricadute sociali ed economiche per l’importanza degli allevamenti suinicoli italiani che rischiano di essere sterminati compromettendo per sempre la qualità dei prodotti agroalimentari d’eccellenza del nostro Paese e mettendo a repentaglio migliaia di posti di lavoro, continuano a circolare bufale e luoghi comuni.
La scorsa notte, infatti, nel corso della nota trasmissione televisiva condotta da Bruno Vespa, “Porta a porta”, l’autorevole scrittrice e giornalista Margherita De Bac, raccontando i suoi più o meno piacevoli incontri con i cinghiali nei parchi di Roma, ha dichiarato che ormai gli stessi cinghiali “sono urbanizzati, sono dei cittadini di Roma, hanno imparato persino a ribaltare i cassonetti. Il problema è stato farli arrivare fino a qui per tutte queste alterazioni dell’ambiente che li hanno portati a cercare cibo e a moltiplicarsi in modo smisurato al di fuori delle città“. Parole buttate lì con certezza assoluta e senza che alcuno in studio – nonostante l’importanza degli altri ospiti ultra titolati come il sottosegretario Costa, l’infettivologo Bassetti e l’immunologo Le Foche – battesse ciglio.
Eppure, nella descrizione particolarmente brillante di De Bac sul problema dei cinghiali nelle città, c’è un nodo che stona con la verità: non c’è stata alcuna “alterazione dell’ambiente” che ha portato i cinghiali a cercare cibo e a moltiplicarsi in modo smisurato. E’ soltanto l’ennesimo episodio della facile retorica ambientalista che vuole attribuire alla natura il ruolo di amica benevola delle vicende umane, e invece agli esseri umani cattivi e malvagi la responsabilità di ogni avvenimento nefasto. Eppure se le città sono invase dai cinghiali la responsabilità è principalmente del declino sottoculturale della nostra società in cui ha preso il sopravvento il fondamentalismo animalista che è riuscito a demonizzare la caccia, una delle pratiche più naturali in assoluto che consente alla nostra specie di garantire quell’equilibrio necessario con la natura. E’ soltanto grazie a secoli e secoli di sviluppo e crescita della caccia che l’uomo è cresciuto e si è sviluppato in armonia con il mondo naturale, ed è soltanto grazie alla caccia se l’invasione delle città da parte di animali selvatici non si è verificata fin quando non abbiamo iniziato a criminalizzare i cacciatori, che invece vivono e conoscono la natura molto meglio di tanti perbenisti da salotto.
Che poi l’arrivo dei cinghiali in città sia legato ai focolai di peste suina, è tutto da verificare. Studi scientifici in merito non ne sono stati pubblicati. Di certo sappiamo che in Africa sono certificate epidemie di peste suina africana, il virus che sta colpendo i cinghiali italiani, sin dal 1907 in Kenya, mentre il primo caso europeo documentato risale al 1957 quando un’epidemia colpì ì maiali di Lisbona, in Portogallo. Dal Portogallo la malattia si radicò nella penisola iberica estendendosi in Francia, Belgio ed Europa centrale già negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Nel 1971 scoppiò un grande focolaio anche a Cuba, risolto soltanto con la macellazione di 500 mila esemplari di maiali. In tempi più recenti, il virus si è radicato in Russia a partire dal 2007, arrivato nella zona del Caucaso dalla Georgia, poi nel 2012 è stato segnalato un focolaio in Ucraina, nel 2013 in Bielorussia, nel 2014 in Polonia, Lituania e Lettonia, nel 2015 in Estonia, nel 2017 in Repubblica Ceca, nel 2018 in Bulgaria, nel 2020 in Grecia. La malattia, quindi, non è una novità di questa primavera italiana e non è assolutamente limitata alle grandi aree urbanizzate e “alterate” dalle attività umane, anzi, ha la sua massima diffusione proprio negli ambienti naturali più selvaggi, genuini e incontaminati.
Dopo due anni di pandemia di Covid-19, sarebbe necessario che i responsabili della comunicazione utilizzassero particolare meticolosità e attenzione prima di lanciare sentenze che non fanno altro che alimentare bufale e luoghi comuni: la ricerca della verità, vincolo deontologico di ogni giornalista, non può sottostare alla retorica dell’ideologia in modo particolare quando si tratta di argomenti scientifici su cui sarebbe necessaria la più grande precauzione.
