Un termovalorizzatore è un inceneritore nel quale il calore sviluppato durante la combustione dei rifiuti viene utilizzato per produrre vapore. Quest’ultimo viene poi utilizzato per la produzione diretta di energia elettrica o come vettore di calore. Molte grandi città europee, tra cui capitali come Lisbona, Stoccolma e Copenaghen, sono dotate di uno di questi impianti e negli ultimi 12 anni, sono state anche elette tra le “capitali verdi d’Europa”. Eppure in Italia si continua a discutere dei termovalorizzatori come fossero una “bestia nera”, una fonte di inquinamento e pericolo per la salute, qualcosa da osteggiare a tutti i costi.
Ad aprile, il sindaco Roberto Gualtieri ha annunciato la decisione di realizzare un termovalorizzatore a Roma, da anni alle prese con il grande problema dei rifiuti, così come il Presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci ha dato il via libera alla realizzazione di due impianti sull’isola. Nonostante questi annunci, però, rimangono radicati i pregiudizi in chi vede i termovalorizzatori solo come una fonte di pericolo, per l’ambiente e la salute.
A questo proposito, in un articolo pubblicato oggi sul Quotidiano di Sicilia, Giuseppe Mancini, Professore di Impianti chimici presso l’Università di Catania, svela tutte le errate convinzioni su questo tipo di impianti in termini di impatto ambientale e sanitario, in particolare in relazione a inquinamento e diossine. Per quanto riguarda le diossine, “il limite di legge per un generico impianto industriale è 0,1 ngTEQ/m³ mentre quello indicato dalle BAT (migliori tecnologie disponibili, ndr) sull’incenerimento (2019) è <0,01-0,06 ngTEQ/m³, ovvero fino al 90% più basse”, scrive Mancini. “Se si esaminano alcuni dei più significativi termovalorizzatori in esercizio in Italia nel confronto con gli intervalli emissivi BREF-BAT si osservano range tra 0,001 e 0,02 con un valore medio di 0,004”, spiega ancora, dove per BREF si intende “documento di riferimento sulla BAT”.
“La situazione italiana rilevata da ISPRA in relazione alle emissioni nel 2018 conferma che i trattamenti termici dei rifiuti indicono per meno dell’1% sia per i macroinquinanti che per i principali inquinanti in traccia. Per le famigerate diossine, il contributo del totale degli impianti italiani di incenerimento è del solo 0,2%. Analoghi risultati emergono per l’ambito europeo. Per maggiore dettaglio, nel confronto dei dati più recenti disponibili sui contributi emissivi del trattamento termico dei rifiuti con quelli di altri settori di particolare rilevanza si conferma il ruolo sostanzialmente marginale del recupero energetico dei rifiuti, evidenziando per alcuni inquinanti, come polveri e monossido di carbonio, i primari contributi delle combustioni commerciali e residenziali (circa il 54% e il 62% rispettivamente delle emissioni dei due inquinanti rispetto allo 0,02% e 0,04% dei termovalorizzatori)”, spiega Mancini.
“Le emissioni di ossidi d’azoto sono primariamente ascrivibili al trasporto su strada (43%) a fronte di uno 0,8% da termovalorizzazione, mentre i microinquinanti (diossine in particolare) provengono soprattutto dal settore industriale (combustione 20% e processi produttivi 32%), nonché dalle combustioni fisse civili (cioè caldaie domestiche e centralizzate 37,5%), mentre l’incenerimento dei rifiuti ne produce complessivamente un poco significativo 0,2%”, continua l’esperto. Per quanto riguarda le polveri emesse dalla termovalorizzazione, “se si considera che il rifiuto mediamente termovalorizzato per abitante italiano all’anno ammonta a circa 100kg, basta che lo stesso abitante percorra con un veicolo diesel tra 3 e 24km (veicoli pesanti e passeggeri rispettivamente) per emettere lo stesso quantitativo di polveri, mentre se il veicolo è a benzina, lo stesso abitante può permettersi di percorrere tra 13 e 390km all’anno”, si legge nell’articolo.
In conclusione, Giuseppe Mancini sostiene che “scelte di importanza così strategica per una regione non si possono far dipendere da pochi studi portati da fazioni ideologizzate che non hanno veramente a cuore l’ambiente e la sostenibilità”.


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