“Non sono solo pietra”: la lunga lotta per restituire i tesori rubati alla Cambogia

Il focus sul Regno Unito segna l'ultima fase della campagna dei cambogiani per recuperare le sculture e le statue più preziose del Paese che sono state saccheggiate negli anni '80-'90 e poi vendute a musei occidentali e collezionisti privati

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La Cambogia chiede al governo del Regno Unito di aiutarla a recuperare le antichità che afferma siano state rubate dai suoi templi. Il Ministro della cultura del Paese afferma che il Victoria & Albert e il British Museum hanno entrambi oggetti rubati ma i musei si dicono trasparenti sulla loro origine. Il V&A ha accolto favorevolmente il “dialogo costruttivo”. Il British Museum ha detto che avrebbe preso in considerazione le richieste “con attenzione e rispetto”.

In una lettera alla sua controparte britannica Nadine Dorries, il Ministro della cultura cambogiano, Phoeurng Sackona, afferma che molti importanti tesori culturali sono stati rubati dai templi sacri e “finiti erroneamente” in depositi e istituzioni, compresi i due musei londinesi. I cambogiani – che credono che le statue antiche contengano le anime dei loro antenati – hanno individuato che molte delle opere rubate sono passate nelle mani di un mercante d’arte britannico, Douglas Latchford, morto nel 2020. Il focus sul Regno Unito segna l’ultima fase della campagna dei cambogiani per recuperare le sculture e le statue più preziose del Paese che sono state saccheggiate e poi vendute a musei occidentali e collezionisti privati.

Brad Gordon, capo consulente legale del Ministero della cultura cambogiano, hanno detto alla BBC che il commercio di questi oggetti potrebbe essere considerato un crimine di guerra. La lettera del Ministro cambogiano ha ricordato al Regno Unito che entrambi i Paesi hanno aderito alla Convenzione dell’Aia, che mira a proteggere i beni culturali durante i conflitti armati.

Il regime dei Khmer Rossi ha tenuto il potere dal 1975 al 1979, quando si pensa che abbia ucciso più di due milioni di persone della sua stessa gente, e il gruppo ha controllato vaste porzioni del Paese fino alla fine degli anni ’90. Gran parte del saccheggio ha avuto luogo in questo periodo di tre decenni di guerra civile e conflitti. “Questo è stato un periodo di conflitto. Il mondo intero lo sapeva. Grandi musei come il British Museum o il V&A, non avrebbero dovuto accettare questi pezzi”, dice Brad Gordon. “Diremmo che per la maggior parte dei pezzi non c’è licenza di esportazione, non c’è permesso. Quindi questi musei e queste persone sono in possesso di merce rubata e la proprietà rubata deve essere restituita“, aggiunge.

Ora i due musei londinesi hanno ricevuto un elenco degli oggetti che le autorità cambogiane ritengono abbiano nelle loro collezioni. Si ritiene che il British Museum contenga circa 100 pezzi cambogiani, anche se sembrano essere tutti in deposito. Alcuni dei pezzi del museo si collocano in cima alla lista delle priorità dei cambogiani per la restituzione. Si pensa che il V&A contenga più di 50 pezzi, parte dei quali è in mostra.

Il British Museum ha dichiarato: “siamo aperti e trasparenti sul patrimonio degli oggetti nella nostra collezione permanente. Stabilire la provenienza di un oggetto è stata per decenni parte integrante del processo di acquisizione del Museo. Attraverso questa ricerca, anche noi ci impegniamo a trovare eventuali problemi etici o legali. Ogni oggetto passa attraverso un processo attento e completo prima che gli Amministratori prendano la decisione di acquisirlo”.

Il V&A ha dichiarato alla BBC di aver adottato misure per garantire che il maggior numero possibile di informazioni sui suoi oggetti fosse disponibile per i ricercatori. “Le informazioni sui nostri oggetti cambogiani, inclusa la loro provenienza, sono state accessibili sul nostro database online dal suo lancio nel 2009. La ricerca sulle nostre collezioni è continua e nuove informazioni vengono aggiunte al database”, ha aggiunto. Entrambi i musei hanno detto che avrebbero risposto alle lettere dei cambogiani.

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La statua di Shiva e Skanda del X secolo è recentemente tornata a Phnom Penh dalla collezione di Douglas Latchford. Bopha Phorn / BBC

Le statue non sono sicuramente solo pietra per noi. Crediamo che le statue abbiano un’anima“, ha detto Sopheap Meas, un’archeologa della squadra investigativa, spiegando che per i cambogiani una statua può contenere l’anima di un re, un dio o forse un antenato.

Non si tratta di un crimine coloniale. A differenza dei marmi di Elgin prelevati dalla Grecia o dei Bronzi del Benin rimossi da quella che oggi è la Nigeria, gran parte del saccheggio di oggetti cambogiani è avvenuto a memoria d’uomo – negli anni ’80, ’90 e all’inizio degli anni 2000. La BBC ha avuto accesso esclusivo agli ex saccheggiatori che hanno rubato oggetti dai templi cambogiani. A tutti sono stati dati nomi in codice dalla squadra investigativa cambogiana per proteggere le loro identità da altri che potrebbero non essere contenti della decisione di aprirsi sulla loro attività passata. Una saccheggiatrice, nota come Iron Princess, dice di aver lavorato quasi ogni giorno negli anni ’90 per smantellare sistematicamente uno dei più grandi complessi di templi della Cambogia, Preah Khan Kampang Svay, nel nord del Paese. “All’epoca non c’era altro lavoro da fare oltre al saccheggio. Poiché c’erano così tanti commercianti, abbiamo venduto a chi ha pagato di più“, spiega. Tra gli oggetti cambogiani che sono tenuti nel V&A di Londra, la saccheggiatrice indica diversi manufatti, tra cui statue di bronzo e arenaria, che dice di aver rimosso dal remoto complesso del tempio.

Un altro ex saccheggiatore, noto come Red Horse, racconta che la sua banda ha rimosso una grande statua di divinità maschile negli anni ’70 da un tempio vicino al monte Kulen, nel nord della Cambogia, identificandola ora nel catalogo del British Museum.

Come queste storie, ce ne sono migliaia di altre. In scavi mirati nei templi di tutto il Paese, gli archeologi cercano prove a sostegno delle storie dei saccheggiatori e cercano anche frammenti lasciati indietro che potrebbero corrispondere a statue che ora si trovano nei musei stranieri. E questa strategia ha funzionato. Nel 2014, due delle statue più ricercate della Cambogia, una coppia di guerrieri, sono state restituite a Phnom Penh dopo che gli archeologi francesi hanno abbinato alcuni supporti con piedi a statue nelle collezioni statunitensi. I pubblici ministeri americani hanno preso di mira attivamente musei e collezionisti statunitensi, chiedendo loro di giustificare le loro acquisizioni cambogiane.

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Basi di statue prese dai saccheggiatori. Nick Woolley / BBC

Iron Princess e Red Horse hanno entrambi venduto la maggior parte dei loro reperti tramite un uomo cambogiano di nome Lion. Era malato di cancro quando gli investigatori cambogiani sono entrati in contatto con lui, ma ha lavorato con il team fino alla sua morte l’anno scorso. È attraverso Lion che il team ha iniziato davvero a capire come funzionava il sistema. C’erano due uomini che hanno architettato la svendita di tesori negli anni ’80 e ’90: Lion e Douglas Latchford. Il mercante d’arte britannico era così importante che il Ministro della cultura cambogiano lo ha nominato nella sua lettera al Regno Unito, sottolineando che molti oggetti rubati sono passati dalle sue mani.

Apparentemente, Latchford si era presentato come un esperto di arte cambogiana, pubblicando anche diversi grandi libri d’arte pieni di fotografie di oggetti nelle collezioni occidentali. Tuttavia, molti sospettavano che non stesse operando in maniera onesta. Da dove provenivano tutte queste opere cambogiane negli ultimi decenni del XX secolo, proprio quando il Paese era consumato dalla violenza? Douglas Latchford ha sempre affermato che i suoi affari erano legittimi.

Nel 2019, 25 pagine scritte dai pubblici ministeri statunitensi dettagliavano i suoi presunti crimini, dal contrabbando alla vendita di antichità rubate. Latchford morì l’anno successivo, prima di andare a processo. La famiglia di Latchford ha fornito una vasta raccolta di documenti di spedizione ed e-mail alle autorità cambogiane. I documenti hanno confermato molti dei sospetti su di lui. Brad Gordon dice che Latchford ha fatto il doppio gioco fino alla sua morte: “stava cercando di scaricare la sua collezione fino a quando non è andato in ospedale subito prima di morire“.

La figlia di Douglas, Julia Latchford, sottolinea che la proprietà legale dell’intera collezione è stata trasferita alle autorità cambogiane. Finora cinque importanti oggetti della collezione privata di Latchford sono stati fisicamente rimpatriati, con la promessa di restituire il resto.

Ma molti in Cambogia si sono stancati di aspettare: vogliono che i loro dei tornino a casa e vorrebbero vedere i loro templi completamente restaurati. Il Paese ha un elenco di priorità dei pezzi più importanti che vuole vengano restituiti immediatamente ma non ha lo spazio museale o le risorse per riprendersi tutto. Le autorità sostengono che non stanno cercando di svuotare i musei occidentali di tutti i tesori cambogiani. Quello che vogliono è che istituzioni come il British Museum e il V&A riconoscano che questi oggetti appartengono al popolo della Cambogia.