Siccità, il mare si è ‘mangiato’ 25km del Po: “reagire ora o sarà tardi”

Allarme siccità per il Po: "il problema del cuneo salino non riguarda il presente, perché il sale rimane nelle falde e nei terreni in maniera definitiva e potrebbe compromettere la nostra capacità produttiva in futuro"

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Il cuneo salino, cioè l’ingresso del mare nel Po ridotto ai minimi termini dalla siccità, si è spinto fino a 25 chilometri dalla foce del Grande fiume. Più avanza, più le falde di acqua dolce si riempiono di sale e diventa impossibile usarle per irrigare. Ogni giorno che passa l’allarme per questa situazione cresce e Adriano Tugnolo, Presidente del Consorzio di Bonifica Delta del Po, avvisa che manca poco al ‘punto di non ritorno’.  

Noi siamo nel Delta e preleviamo acqua unicamente dal Po, ma la portata è troppo bassa e fatichiamo a garantirla. Per difenderci dal cuneo salino abbiamo delle barriere ma hanno 30 anni e non funzionano più così bene. L’acqua salata sta dunque entrando fino a 25 chilometri dalla foce e sta mettendo in difficoltà le risaie, ma anche le altre colture del territorio. Il tempo è finito, deve intervenire lo Stato per salvare il Delta, con nuove barriere di difesa alla foce per fermare la risalita del cuneo”.  

Anche perché, avvisa Stefano Calderoni, Presidente del Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara “il problema del cuneo salino non riguarda, infatti, il presente, perché il sale rimane nelle falde e nei terreni in maniera definitiva e potrebbe compromettere la nostra capacità produttiva in futuro. Per questo dobbiamo progettare e utilizzare i fondi del Pnrr già nel 2023 per creare un sistema di invasi che raccolga l’acqua dai grandi laghi per rilasciarla quando serve. Oggi più che mai è necessaria una riflessione su una situazione climatica che era prevista e della quale si deve fare carico la politica perché non riguarda solo il primario ma l’ambiente, l’economia, i cittadini e tutto il Paese. L’assenza prolungata di precipitazioni è una vera e propria spada di Damocle per agricoltura e ambiente“. 

Tugnolo e Calderoni hanno lanciato oggi i loro moniti al convegno organizzato al Castello della Mesola dai loro Consorzi di Bonifica.  

Anche Massimo Gargano, direttore Generale Anbi Nazionale, sostiene che serve “un forte intervento dello Stato”: in Italia “le riforme vengono fatte solo quando siamo di fronte a un’emergenza climatica o che riguardi l’esigenza di una maggiore autosufficienza alimentare. Questo ha impedito di programmare e pensare a misure strutturali per il Po che è un valore enorme per la produzione agricola e l’ambiente, un valore del quale non possono farsi carico solo le Regioni che attraversa“. Per cui va alzata “l’asticella dell’agire” per agire “in maniera non locale ma statale e chiedere risposte alle istituzioni che devono cambiare, anche emanando una legge speciale perché se si ferma l’agricoltura si ferma la libertà del Paese”.  

Per limitare il cuneo salino Micol Mastrocicco, dell’Università della Campania, immagina “bacini disperdenti non solo in alta montagna per aumentare i livelli dell’acqua quando c’è la massima richiesta, ma anche nelle zone pianeggianti. Se avessimo dei bacini disperdenti in prossimità delle aree sabbiose che favoriscono la ricarica, potremmo aumentare la quantità di acqua dolce nel Po e nei canali per garantire l’agricoltura e il benessere ambientale del territorio”. Assieme ad un sistema di piccoli e medi laghi per trattenere tutta la pioggia possibile in maniera sostenibile (e su cui installare pannelli fotovoltaici galleggianti), Francesco Vincenzi, presidente nazionale Anbi, insiste su “una legge, chiamiamola speciale o straordinaria, che metta in sicurezza il Bacino del Po perché diventi un’opportunità per il nostro Paese che deve accelerare sul Pnnr, tagliando la burocrazia per non farci rimanere una cenerentola dell’Europa”.  

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