Clima e finanza, Giaccio: “politica zero emissioni usata come scusa per riorganizzare l’economia mondiale”

"La finalità dell’ideologia climatica non è il benessere del pianeta (e dei suoi abitanti), è il benessere della grande finanza”, afferma Mario Giaccio

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Mario Giaccio, Già Preside della Facoltà di Economia dell’Università “G. D’Annunzio” di Pescara, ha scritto un articolo per lo speciale di Calabria Live in cui si affronta il tema tanto dibattuto dei cosiddetti cambiamenti climatici antropici, ossia i cambiamenti del clima attribuiti all’azione dell’uomo, principalmente attraverso le emissioni di gas serra. Nel suo articolo, dal titolo “Aspetti finanziari delle politiche climatiche”, Giaccio mette in luce gli interessi finanziari che “muovono” le iniziative sul tema dei cambiamenti climatici, sottolineando come la finalità non sia il benessere del pianeta, ma “il benessere della grande finanza”. 

Di seguito, l’articolo scritto da Mario Giaccio. 

Il Protocollo di Kyoto è un accordo internazionale, firmato nel 1997, per limitare le emissioni di anidride carbonica (CO2) proveniente dalla combustione dei combustibili fossili, ritenuta responsabile dell’effetto serra. E’ entrato in vigore nel 2005. I partecipanti al protocollo si impegnarono a ridurre le emissioni di CO2 di almeno il 5% rispetto ai livelli del 1990. Nel 1990 la CO2 emessa dall’uomo ammontava a 22,3 Gt (miliardi di tonnellate). In atmosfera ve ne sono 3.000 Gt, quindi l’incidenza era dello 0,74% (22,3 × 100/3.000). La riduzione proposta è dello 0,037% sulla quantità globale di CO2 (il 5% dello 0,74%). Nel 2019 la CO2 emessa dall’uomo è stata di 34,2 Gt, dal 1990 al 2019 si è avuto un incremento del 53% (da 22,3 a 34,2). Cina, Usa, EU, India, Russia Fed. e Giappone forniscono il 68,5% delle emissioni globali. L’Europa, nella conferenza di Parigi (COP 25) del 2015, dichiarò di voler ridurre del 20% le proprie emissioni entro il 2020 e del 40% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990). Dal 2009 al 2019 le emissioni europee si sono ridotte dell’11% (l’1% in media all’anno). La riduzione è stata conseguenza: 1) della grave crisi economica (del 2008) innescata dai mutui subprime americani; 2) del trasferimento delle produzioni industriali fuori dall’Europa, segnatamente in Cina. Di conseguenza la produzione industriale e i consumi di energia europei sono diminuiti. L’Europa acquista i beni dalla Cina risparmiando le proprie emissioni. Ma la CO2 incorporata nei beni importati dalla Cina ammonta a 0,576 Gt, ovvero il 16,6% (0,576/3,47) all’anno delle proprie emissioni. La diminuzione delle emissioni europee (1,0 % all’anno), è di gran lunga superata dal surplus di CO2 dei beni importati (16,6% all’anno). 

L’Europa continuerà a finanziare, con le proprie importazioni, l’industria fortemente emissiva dei Paesi extra UE. Le stesse produzioni, se fossero attuate in Europa, produrrebbero molta meno anidride carbonica, infatti se si esaminano e si confrontano le fonti energetiche primarie impiegate in Europa con quelle della Cina, si nota una differenza molto evidente: il mix energetico cinese è fortemente spostato verso il carbone e il petrolio, mentre in Europa prevalgono il gas naturale e il nucleare, seguiti dal petrolio. Anche se l’Europa riducesse del 40% le proprie emissioni per il 2030, il risultato sarebbe “invisibile”, infatti l’Europa (nel 2019) ha prodotto 3,47 Gt di CO2, ossia il 10% delle emissioni globali, ossia lo 0,11 % di tutta l’anidride carbonica presente nell’atmosfera: il risparmio del 40% (sul 45% delle attività considerate dall’Europa) influirebbe sul quantitativo totale di CO2 atmosferica per lo 0,020 % (il 40% del 45% dello 0,11%) in 10 anni! Se in atmosfera ci sono 400 ppm di CO2, lo 0,020% di 400 è = 0,080 ppm. Quindi, supponendo che la presenza di CO2 in atmosfera sia dovuta esclusivamente alle azioni dell’uomo, la finalità dell’Europa è di impedire che l’incremento della CO2 atmosferica salga da 400 ppm a 400,08 ppm in dieci anni. Ossia 8 parti per miliardo all’anno! Questo incremento è difficilmente misurabile.  

L’Europa per raggiungere questo obiettivo ha messo in moto un mercato di scambio dei permessi ad emettere CO2, che si aggira intorno ai 200 miliardi di € all’anno (nel 2020). Il sistema di scambio commerciale delle quote, o permessi di emissione, di anidride carbonica emessa (ETS = Emissions Trading System) si basa sul cosiddetto cap and trade: si fissa un limite (cap) alla quantità totale di emissioni che ciascun Paese può emettere; le aziende soggette all’accordo, se superano la quota assegnata, possono acquistare sul mercato (trade) i permessi di emissione da quelli che emettono di meno. In pratica il produttore di CO2 non necessariamente deve ridurre le proprie emissioni, ma può comprare i permessi (di emissione) in modo da rientrare nei limiti assegnatigli. Il sistema ETS si basò sull’assunto che il mercato potesse contribuire a ridurre le emissioni di CO2 in modo “economicamente conveniente”: il sistema doveva far aumentare il prezzo delle “quote carbonio” per rendere conveniente gli investimenti per le innovazioni che riducevano il consumo dei combustibili fossili. L’ETS ha avuto inizio nel 2005 quando il prezzo dell’anidride carbonica oscillava tra i 30 e i 50 € a tonnellata. In breve tempo però si verificò una situazione di squilibrio dovuta ad una scarsa domanda ed un eccesso di offerta. I prezzi si orientarono al ribasso, fino alla forte flessione verificatasi a fine 2007; scendendo ad un valore minimo intorno ai 2 euro (per t di CO2) nell’aprile del 2013. Questo squilibrio fra domanda e offerta divenne strutturale. Il mercato del carbonio si è trasformato progressivamente in un mercato finanziario che attrae operatori, non soggetti ai vincoli delle emissioni, aventi finalità speculative o interessati ad offrire servizi finanziari legati ai permessi di emissione. La maggior parte del mercato dei permessi di emissione della CO2, è diventato un mercato di crediti a termine: in teoria si può contrattare anidride carbonica non ancora prodotta. Il GSE (Gestore del Sistema Elettrico) nel rapporto annuale del 2014 commentava: «Gli andamenti dell’ultimo anno hanno mostrato come l’interesse del mondo finanziario abbia costituito un elemento di continuità per il mercato dei crediti e quindi del meccanismo di scambio». In pratica, se non ci fossero stati gli operatori esterni e la speculazione, il sistema sarebbe crollato.  

Tra il 2021 e il 2030 è prevista un’assegnazione gratuita (alle imprese) di 6,3 miliardi di quote di emissione che, al valore attuale di mercato di 60 € a quota, ammonta a 378 miliardi di euro. Perché? Il sistema di assegnazione gratuita è importante per evitare i trasferimenti della produzione al di fuori dell’UE. L’Europa prima fa pagare i permessi di emissione (ossia introduce un’ulteriore imposta sulla produzione), poi li regala (toglie l’imposta) per paura che le industrie (ben 50 settori produttivi) emigrino fuori dall’Europa! Nel corso del 2021 le restrizioni e i meccanismi messi in moto dall’UE hanno portato il prezzo della tonnellata di CO2 ad oltre 60 €. Ciò ha prodotto un aumento del costo di produzione industriale dell’energia elettrica stimato intorno a 5,5 miliardi di €, che si riverserà totalmente sul consumatore. Se si fa riferimento all’esperienza storica, le produzioni europee diventeranno ancor meno competitive a vantaggio dei produttori extra-UE, dove si ricorre a fonti energetiche poco costose (e altamente emissive). 

La cifra incide per il 4,24% sul costo finale del kWh, tale percentuale non è molto alta perché il maggior costo dell’elettricità è già dovuto ai sussidi per le fonti rinnovabili, infatti il costo dell’energia elettrica in Italia (129,81 miliardi di €), è imputabile per il 53% (68,7 miliardi di €) alle fonti rinnovabili (con un costo per kWh di 36 centesimi) e al restante 47% (61,1 miliardi di €) alle fonti convenzionali (con un costo per kWh di 17 centesimi). Nel bilancio dell’Unione Europea è previsto un aumento della spesa destinata “a lottare contro la CO2” fino ad un totale di 30 miliardi di euro. A questo aumento dei fondi, destinati a salvare il clima dell’Europa, corrisponde la diminuzione dei fondi destinati all’agricoltura, che dovrebbe essere protetta per motivi sociali. Il nostro Paese perderà 370 milioni di euro e le regioni più colpite saranno quelle del Sud. Riassumendo: il volume di denaro messo in movimento in Europa, direttamente o indirettamente, per la lotta contro la CO2 è di oltre 500 miliardi di € all’anno, tutto questo per far diminuire di 8 parti per miliardo, all’anno, la quantità di CO2 in atmosfera. Tenendo conto di questa quantità, l’apparato economico-finanziario messo in atto sembra spropositato per un risultato che appare minimale. Probabilmente non vi è attinenza con il clima, le azioni proposte sembrano più verosimilmente delle politiche finanziarie”. 

Il clima e il “rilancio” della finanza mondiale 

Il Panorama globale della finanza per il clima 2013 del Climate Policy Initiative (CPI Report, 2013 e 2014), rileva che «i flussi finanziari globali per il clima si sono stabilizzati a 359 miliardi di dollari all’anno, circa 1 miliardo di dollari al giorno». Ritiene che tale cifra sia molto al di sotto delle esigenze di investimento. La Banca Mondiale, nel report del 2017 (State and Trends of Carbon Pricing 2017), indica che gli investimenti devono essere incrementati a 700 miliardi di $ all’anno, fino al 2030. A conclusione della COP 21 di Parigi del 2015, Nicholas Stern (ex responsabile economico della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) disse: «Gli investitori mondiali chiedono: grande possibilità di investimenti, buoni profitti e libertà di azione». E prosegue: «Dal summit esce con chiarezza la direzione che sta prendendo l’economia. Chi oggi deve decidere gli investimenti da fare avrà molta più fiducia nel fatto che sarà il settore a basse emissioni a dare profitti, mentre il settore delle fonti fossili comporterà dei grandi rischi finanziari». «Gli investitori vedono nel cambiamento climatico la nuova svolta economica da cui estrarre valore»”.  

Il Patto Finanza – Clima

“Nel dicembre 2017, a due anni dall’Accordo di Parigi, Macron ha ospitato un Summit per un patto Finanza-Clima. In esso si denunciava il caos climatico e finanziario verso il quale si dirige l’umanità. Sembra quasi che il caos finanziario sia un evento naturale (non dovuto all’uomo) mentre il caos climatico, che è un fatto naturale, viene imputato all’uomo. I promotori chiedono di riorientare la politica monetaria per finanziare la transizione energetica. Si stima che occorrano circa 1.110 miliardi di € d’investimenti all’anno, assicurando molti profitti.  

L’Institute of International Finance (il cartello della finanza globale) ha definito la green economy: “il nuovo oro”. L’enorme debito mondiale degli Stati non preoccupa l’IIF per le conseguenze negative sui diritti sociali, come la diminuzione dei fondi per la sanità, per l’istruzione, per la previdenza o per la mancata fornitura di energia elettrica a due miliardi di abitanti che non ne usufruiscono, ecc. L’IIF si preoccupa invece per la minore disponibilità di investimenti destinati a prevenire i presunti rischi climatici. Il Direttore Esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, dice: «Le emissioni globali di carbonio sono destinate ad aumentare di 1,5 miliardi di tonnellate quest’anno. Questo è un terribile avvertimento che la ripresa economica, dalla crisi di Covid, è attualmente tutt’altro che sostenibile per il nostro clima». Si augura, in pratica, che è meglio che la pandemia non si arresti, altrimenti il clima «si guasta».  

Nello stesso anno della COP 21, il Financial Stability Board (FSB) della Bank for International Settlements, presieduto allora da Mark Carney (Presidente uscente della Banca d’Inghilterra) ha creato una Task Force di informativa finanziaria per il clima (TCFD), per consigliare «investitori, finanziatori e assicurazioni sui rischi legati al clima». La TCFD è presieduta dal miliardario Michael Bloomberg (patrimonio stimato 59 miliardi di $); vi partecipano le più grandi banche e i più grandi fondi d’investimento del mondo, fra cui: la Industrial and Commercial Bank of China, la più grande banca del mondo con un patrimonio complessivo di 4,32 trilioni di $ (2020). La JP Morgan Chase, la seconda banca del mondo capitalizzazione di mercato di oltre 420 miliardi di $. BlackRock, la più grande società d’investimento del mondo, gestisce un patrimonio di 7 trilioni di $ (2020) (è più del PIL della Germania e della Francia messi insieme). La Swiss Re (Swiss Reinsurance Company) è la seconda società di riassicurazione mondiale, patrimonio: 238,6 miliardi di $. L’ENI S.p.A. multinazionale collocata fra le sette maggiori compagnie petrolifere del mondo, patrimonio 109,64 miliardi di €. La Dow Chemical Company multinazionale del settore chimico, all’epoca della creazione del TCFD era la seconda più grande industria chimica del mondo, con un fatturato di 48 miliardi di $. La BHP Billiton è la maggiore società mineraria al mondo; proviene dalla fusione della società australiana Broken Hill Proprietary Company con la società inglese Billiton, patrimonio 104,8 miliardi di $; CO2 emessa negli ultimi 5 anni: 83 milioni di t. La Tata Steel è una multinazionale indiana fra le principali aziende produttrici di acciaio del mondo (13 milioni di tonnellate di acciaio all’anno), nel 2021 risulta un patrimonio di 33 miliardi di $; è ovviamente uno dei maggiori emettitori di CO2 (110 milioni di tonnellate negli ultimi 4 anni). La Generation Investment Management LLP (Generation IM) è una società di servizi finanziari e di gestione degli investimenti presieduta da Al Gore e co-fondata con il capo dell’Asset Management della Goldman Sachs, David Blood, nel 2004. La finalità è di raccogliere investimenti sui fondi comuni di investimento e altri investimenti cosiddetti “sostenibili” gestiti dalla società. Il valore dei fondi investiti, nel 2020, era di 22,4 miliardi di $; Greta Thunberg è collegata all’organizzazione di Al Gore.  

In relazione al TCFD, Philip Hammond, già Cancelliere dello Scacchiere britannico dal 2016 al 2019, nel 2019 ha pubblicato un opuscolo di 43 pagine “per rendere più ecologici i sistemi finanziari”, dal titolo: Green Finance Strategy – Transforming Finance for a Greener Future. In esso si afferma: «Una delle iniziative più importanti che emergono è la Task Force del Financial Stability Board che ha lo scopo di fornire informazioni finanziarie relative al clima (TCFD), essa è supportata da Mark Carney e presieduta da Michael Bloomberg. Le istituzioni partecipanti (alla Task Force) rappresentano un patrimonio 118 trilioni di dollari a livello globale». Larry Fink, amministratore delegato del gruppo BlackRock dice: “Credo che siamo all’inizio di un rimodellamento fondamentale della finanza. Il rischio climatico costringe gli investitori a rivalutare le ipotesi fondamentali sulla finanza moderna”. «…si verificheranno cambiamenti nell’allocazione del capitale più rapidi di quanto cambierà il clima stesso. …È ovvio che pochi, tra i grandi gruppi finanziari, guideranno questa riallocazione».  

In un’intervista con la Neue Zürcher Zeitung, Ottmar Edenhofer, vicedirettore del Potsdam Institute for Climate Impact Research e responsabile del Gruppo di lavoro 3 dell’IPCC, dichiarò: «….bisogna dire chiaramente che stiamo di fatto ridistribuendo la ricchezza mondiale attraverso la politica climatica. […] Bisogna liberarsi dall’illusione che la politica climatica internazionale sia politica ambientale. Questo non ha quasi nulla a che fare con la politica ambientale o con problemi come la deforestazione o il buco dell’ozono». In effetti si intuisce che la complicata azione globale per il clima riguarda maggiormente la riorganizzazione dell’economia globale, che non la diffusione di fonti energetiche poco efficienti e molto costose, che comporterebbe un drastico abbassamento degli standard di vita specialmente per i meno abbienti.  

Nel 2016, è nata la Breaktrhough Energy Coalition, un gruppo di 28 investitori ad alto patrimonio, per investire in imprese emergenti nel settore delle energie rinnovabili. Il fondatore è Bill Gates, che guida il gruppo con un proprio investimento di 2 miliardi di dollari, vi fanno parte: Jeffrey Bezos, patrimonio stimato di 197,8 miliardi di dollari. Mark Zuckerberguno dei fondatori di Facebook, patrimonio 116,2 miliardi di $. Jack Ma, è il 4° uomo più ricco della Cina, patrimonio di 46 – 55 miliardi di $. Masayo shi Son, l’uomo più ricco del Giappone con un patrimonio di 29,1 miliardi di $. Ray Dalio, patrimonio 20 miliardi di $. Nathaniel Simons, patrimonio netto stimato 10,6 miliardi di $. Marc Benioff, patrimonio 7,8 miliardi di $. E così di seguito. Durante la COP 26 di Glasgow (novembre 2021) è stato raggiunto un accordo: The Glasgow Financial Alliance for Net Zero. Nell’occasione Mark Carney ha dichiarato: «abbiamo gli strumenti per spostare il cambiamento climatico dai margini all’avanguardia della finanza in modo che ogni decisione finanziaria tenga conto del cambiamento climatico… questo obiettivo può essere in grado di reperire circa 100 trilioni di dollari di investimenti necessari nei prossimi tre decenni . . . i governi devono definire politiche prevedibili e credibili. Ciò darà al finanziamento la fiducia necessaria per investire». Quest’ultimo è un punto essenziale (che viene sempre ribadito in occasione delle previsioni di investimento) in quanto lo sviluppo delle fonti rinnovabili, a causa del loro costo, è legato ai sussidi di Stato; quindi se la politica statale venisse meno in tema di sussidi non ci sarebbe più convenienza all’investimento. Lo ribadisce Nigel Topping: «Il sistema finanziario è pubblicamente impegnato a riallineare i modelli di business con la scienza del clima […] abbiamo bisogno che i governi aiutino a portare a termine il lavoro, con politiche ambiziose che possano aiutare ad indirizzare gli investimenti dove è necessario. I decisori politici saranno ritenuti responsabili degli impegni presi».  

A tal proposito è emblematico il caso della Germania: l’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici installati nel 2004, ha un prezzo garantito tra 460 e 570 euro al MWh (fino al 2024); quella degli impianti installati nel 2010, ha un prezzo garantito tra 280 e 380 euro al MWh (fino al 2030). Si ricorda che fino al 2019 il prezzo dell’elettricità all’ingrosso in Europa si aggirava intorno ai 30 – 60 euro per MWh e soltanto dall’ottobre scorso il prezzo è salito intorno ai 180 euro, comunque sempre di molto inferiore all’importo dei sussidi. Per l’eolico i sussidi sono più contenuti, essendo superiori del 50 – 80% all’attuale prezzo di mercato dell’elettricità. 450 aziende di 45 paesi si sono impegnate a fornire i 100 trilioni di $ necessari per incrementare le energie pulite, secondo l’accordo di Glasgow. Dilemma: si tratta di “transizione energetica” o di “transazioni finanziarie”?”. 

Un Club per soli miliardari  

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile “per garantire un presente e un futuro migliore al nostro Pianeta e alle persone che lo abitano”, è stata sottoscritta il 25 settembre 2015 da 193 Paesi delle Nazioni Unite. In pratica “per trasformare il nostro mondo”, ivi comprese le misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze, implica lo sviluppo di trilioni di dollari di investimenti e di nuova ricchezza per le banche globali e i giganti finanziari che sono i veri poteri costituiti. L’Agenda 2030 contiene una novità: viene riproposto, dopo il Club di Roma del 1972 (Meadows et al., 1972), un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, ma questa volta viene espresso non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale, superando in questo modo l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione ambientale e affermando una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo. È l’aggiornamento in funzione oligarchico-finanziaria dell’ideologia malthusiana già presente nel rapporto della commissione Brundtland (Our Common Future) del 1987.  

Quando le multinazionali più influenti e i maggiori investitori istituzionali del mondo (supportati dall’ideologia che va di moda all’ONU), tra cui ICBC, Morgan Chase, Goldman Sachs, BlackRock, la Banca mondiale, la Banca d’Inghilterra e altre banche centrali, si schierano per finanziare un Green New Deal, o in qualsiasi modo si voglia chiamare, sarebbe meglio chiedersi cosa c’è sotto le campagne pubblicitarie che cercano di convincere la gente comune a fare sacrifici inspiegabili per “salvare il nostro pianeta”. O per salvare il “loro” pianeta? Il sistema economico mondiale è diventato obsoleto (come accade a tutti i sistemi), non si può più “estrarre” abbastanza valore, quindi bisogna cambiarlo. Il quadro che emerge è il tentativo di riorganizzare finanziariamente l’economia mondiale usando l’obiettivo “zero emissioni” come scusa. La finalità dell’ideologia climatica non è il benessere del pianeta (e dei suoi abitanti), è il benessere della grande finanza”.

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